sabato, Settembre 25

C’erano una volta i partiti e la politica Per ora, tra i non-più-partiti, solo le solite schermaglie, in attesa di giocare la partita vera, le elezioni amministrative, e qui la partita decisiva sarà a Roma

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Si può (si deve) cominciare con il professor Sabino Cassese, giurista, giudice emerito della Corte costituzionale, ex ministro della Funzione pubblica. Disincantato, fotografa, impietoso, la situazione politica: «I partiti sono morti un quarto di secolo fa. Le attuali forze politiche non possono chiamarsi partiti».
A questo punto si potrebbe tranquillamente mettere la parola fine e recitare un requiescant in pace. Tuttavia è utile capire come si arriva a questa sentenza senza appello.
I partiti, è la diagnosi di Cassese, «sono morti un quarto di secolo fa. Le attuali forze politiche non possono chiamarsi partiti. C’è un aspetto semantico che va ricordato: solo una delle forze politiche presenti in parlamento conserva nella sua denominazione sociale la parola partito. I partiti erano associazioni con molti iscritti, un’articolazione territoriale, una vita continua delle sezioni, congressi nazionali, organi centrali. Tutto questo non esiste più: ad esempio, il numero degli iscritti ai partiti e oggi 1/8 del numero degli iscritti ai partiti di 70 anni fa».
In effetti, nel Parlamento di tutte le forze politiche presenti, c’è solo il Partito Democratico, che ha ancora ‘l’ostinazione’ di usare il termine di ‘Partito’; e con poca convinzione, peraltro. Nessuno rimpiange l’elefantiaca e comunque efficiente struttura che il PD ha dietro le spalle, il PCI da una parte, la DC dall’altra. Ma certamente nessuno dei tanti leader ed esponenti dei partiti della prima repubblica, pur dotato di fervida fantasia, avrebbe potuto immaginare che un giorno un segretario del PD potesse correre per un seggio parlamentare (a Siena), rinunciando a presentarsi al potenziale elettorato (un tempo indefettibilmente ‘rosso’), con il simbolo e le bandiere del Partito. Eppure è quello che fa Enrico Letta: corre senza simboli, con la risibile giustificazione che è alla testa di una coalizione, un’alleanza di varie forze politiche. In nome di una posticcia unità, costruita in vitro, si rinuncia a un’identità (meglio: si ammette di fatto di non averne). Il PD toscano cerca di metterci una toppa che rende più evidente il buco: «Ci sta, è un collegio uninominale».

Non è che dalle parti del centro-destra siano messi meglio. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ogni giorno martella con comunicati, dichiarazioni, messaggi via web: un giorno cerca di appropriarsi di meriti che non sono suoi, un altro si esibisce in minacce di sfracelli che sempre più si rivelano inconcludenti boutades: i magic moments sono scoloriti ricordi. La rivalità con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni è sempre più accentuata, e il solco è destinato ad approfondirsi. La Lega ha dovuto subire lo smacco delle dimissioni dello spericolato Claudio Durigon (e non solo per le note, recenti, avventate dichiarazioni). Salvini cerca di pareggiare i conti invocando le dimissioni del Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese. Sa bene che attacchi a testa bassa di questo tipo gli procurano solo qualche effimero titolo di giornale; nel concreto non va da nessuna parte. Fa breccia sulla parte più barricadiera del centro-destra; ma l’ala moderata, incarnata dalla berlusconiana Forza Italia non lo segue: «Siamo contrari alla sfiducia», mette in chiaro il coordinatore nazionale azzurro Antonio Tajani. Mara Carfagna, Ministro per il Sud, va più in là, ed esprime ‘solidarietà’ per gli attacchi subiti: «Sono convinta che la maggioranza del Paese non capirebbe un nuovo gioco allo sfascio e punirebbe duramente i responsabili».

Ad ogni modo, sono tutte schermaglie, in attesa di giocare la partita vera, le elezioni amministrative. Imponderabili a parte (Covid, sviluppi della crisi/fallimento in Afghanistan), se non tutto, molto si gioca in autunno, nella scelta di chi amministrerà Bologna, Napoli, Milano, Roma, Torino, Trieste (non in quest’ordine). Ilpiattopiù ricco, simbolico ma anche molto concreto e sostanzioso, è quello di Roma.
Città affascinante ma difficile; cinica nella sua essenza, infingarda. Dopo essere stata la capitale di un grande impero (la Roma dei Cesari, di Traiano, di Adriano, di Marco Antonio), per secoli si è ridotta a piccolo borgo, con pecore e capre che pascolavano tra le rovine di una gloria passata; al tempo dei papa-re, un popolo disincantato e svogliato ne aveva vista davvero troppa di acqua del biondo Tevere passare sotto i suoi ponti per appassionarsi davvero a qualcosa.
Luogo comune? Forse; ma anche nei luoghi comuni un fondo di verità si trova. Nel carattere romano si ravvisa oltre una certa, atavica consapevolezza, per esempio, che tutto va preso con una buona dose di indolenza e infingardaggine: tutto è sempre stato così, e sai in partenza che così sarà sempre.
Nella vita, e figuriamoci nella politica. Non per nulla, per limitarsi a chi, nel corso degli anni, ha ricoperto la carica di Sindaco della città, uno solo ha meritata fama di grande, irripetibile amministratore citato ad esempio e modello, sapendo bene che è stato (e continuerà ad essere) un unicum irripetibile: Ernesto Nathan; che tutto è stato, men che romano: primo cittadino della Capitale dal novembre 1907 al dicembre 1913. Nato a Londra, repubblicano nella linea tracciata da Giuseppe Mazzini, cosmopolita, laico con robuste venature anticlericali, estraneo alle logiche di potere del suo tempo: quella nobiltà papalina e proprietaria terriera miope che aveva (s)governato Roma da sempre. Ebreo e massone, aderisce al Partito Radicale di Felice Cavallotti. La sua amministrazione è improntata a un forte senso dell’etica pubblica, il baricentro della sua politica è il titanico sforzo di governare la gigantesca speculazione edilizia seguita al trasferimento della capitale da Firenze a Roma; e per questo non esita a scontrarsi con la chiesa cattolica, e i suoi ben radicati interessi terreni, sopravvissuti alla caduta dello Stato pontificio.
Dopo Nathan e caduti fascismo e monarchia, Roma attraversa un lungo e fosco periodo di amministrazioni di impronta democristiana e centrista; sono gli anni delle speculazioni selvagge, dei ‘palazzinari’; di una crescita tumultuosa, caotica e incontrollata della città. Per avere sindaci non come Nathan, ma che assicurano un’amministrazione decente, occorre attendere decenni; e si affacciano sulla scena, finalmente, Luigi Petroselli, Carlo Giulio Argan, Francesco Rutelli, Walter Veltroni. Non che anche loro siano esenti da errori di valutazione e gestione, inevitabili nell’amministrare; ma insomma, lasciano almeno sperare, e con loro si realizzano opere importanti, necessarie; e con tassi tollerabili di speculazione e corruzione.
Poi, anche a Roma, come un po’ ovunque, un degrado, una trasandatezza, una voglia di arricchimento facile e privo di scrupoli, ben rappresentato per esempio, nel film di Paolo Sorrentino ‘La grande bellezza‘; ma già se ne potevano ravvisare dei segni in alcuni film di Federico Fellini e in ‘Caterina va in città‘ di Paolo Virzì.

Siamo all’oggi. Si ricandida l’uscente Virginia Raggi, del Movimento 5 Stelle. Con quale ardire, non si comprende. E’ vero che ha ereditato una situazione disastrosa, lascito delle precedenti amministrazioni, sia di centro-destra che di centro-sinistra; è vero che il sindaco, in Italia, dispone di scarsi e limitati poteri, che non corrispondono nel modo più assoluto alla mole dei problemi che si è chiamati a fronteggiare; è vero che mille sono le pastoie burocratiche, formali e anche giudiziarie che paralizzano e ostacolano una seria azione di ‘governo’ delle cose; è vero che pur non esistendo più, o quasi, i partiti, è comunque intatta la vocazione spartitoria e la voracità di chi si occupa (nel senso che, letteralmente, ‘occupa’) della cosa pubblica. Vero tutto, ma Raggi ha inanellato una quantità di gaffes e di errori che non hanno scusanti. Roma poteva essere sede delle prossime Olimpiadi. Avrebbe beneficiato di fondi e risorse per le relative infrastrutture, ma anche per il riammodernamento delle esistenti. Con l’insulsa motivazione che si sarebbe corso il rischio di corruzioni e infiltrazioni malavitose, si è rinunciato a una candidatura sicura; e così Roma resta la città invivibile che è; insomma mancanza completa di ‘visione’ per una città che è unica al mondo: per storia, cultura; per essere doppia capitale, dal momento che ‘ospita’ anche la Città del Vaticano…
In compenso non mancano le proposte bizzarre, come una rete di teleferiche per snellire il trasporto pubblico, o trasformare il centro in una sorta di pascolo per pecore e capre, con il compito di eliminare le erbacce che crescono in ogni dove, e fare il lavoro che i netturbini non fanno. Roma non è un polo industriale, non è un polo culturale, rispetto alla ‘rivale’ Milano, perde su ogni fronte.
Milano da questo punto di vista è la vera capitale finanziaria, economica, anche morale, nonostante le mille inchieste ‘Mani pulite‘. Roma è ‘solo’ la capitale ministeriale e politica. Da questo punto di vista, quattro anni di gestione Raggi non solo non ha modificato le cose; per certi versi le ha perfino peggiorate.

Se con Raggi si piange, con gli altri tre candidati al Campidoglio non si ride. Il candidato del centro-destra, Enrico Michetti, è stato imposto da Fratelli d’Italia, il partito di Meloni. Per la capitale, il convento del centro-destra non offre di meglio. La berlusconiana Forza Italia è in liquefazione; la Lega di Salvini non ha candidati di rilievo dotati di appeal. Roma del resto, è uno dei punti di forza del partito di Meloni, da mesi in aperta competizione con Salvini per la leadership del polo conservatore. Un candidato di Salvini certamente non avrebbe vinto, a Roma; un candidato di Meloni può perdere; e in questo caso il leader della Lega sorriderebbe.
Il centro-sinistra candida l’ex ministro Roberto Gualtieri: persona capace, di esperienza, con curriculum apprezzabile. Peccato solo che il Partito Democratico in particolare a Roma abbia perso ogni credibilità. Forte nei quartieri un tempo feudo dei conservatori (tipo centro storico, Parioli, Roma Nord in generale), ha praticamente perso ogni contatto con il vecchio elettorato delle periferie: che sfiduciati o non vota, o dirotta il consenso su Raggi o Michetti. Il PD romano a suo tempo venne definito da un ascoltato e influente dirigente come Goffredo Bettini, ‘associazione per delinquere’. Inoltre paga ancora una dissennata campagna contro l’ex Sindaco Ignazio Marino, al tempo in cui segretario del partito era Matteo Renzi. Marino, che pure il PD aveva voluto ed eletto, si è reso responsabile di una defenestrazione di Marino che ancora grida vendetta.
C’è un quarto candidato, un outsider: Carlo Calenda, ex Ministro di governi tecnici, eletto parlamentare europeo in Veneto dal PD, ha poi lasciato il partito perché non ha condiviso l’intesa con il M5S che ha poi portato ai governi Conte 2 e Draghi. Non ha alcuna esperienza amministrativa, i sondaggi certificano al suo movimento numeri da prefisso telefonico. Ma per il Comune di Roma, chissà…

A questo punto occorre fare riferimento alla legge elettorale: difficilmente uno dei quattro candidati al primo turno raggiungerà la quota di voti necessaria per essere eletti. Si andrà al ballottaggio, e si sceglierà tra il primo e il secondo piazzato. Scontato un alto numero di astensioni. Le possibilità sono: Calenda contro Gualtieri (chi scrive dà vincente Gualtieri); Calenda contro Michetti (chi scrive dà vincente Michetti); Calenda contro Raggi (chi scrive pensa Raggi, molti astenuti, una quota del PD per Raggi); Gualtieri contro Michetti (chi scrive da vincente Gualtieri, anche se molti elettori di Raggi potrebbero dirottarsi su Michetti, per rivalsa); Gualtieri contro Raggi (chi scrive dà vincente Gualtieri, anche se molti del centro-destra potrebbero pendere per Raggi); Gualtieri contro Calenda (chi scrive dà per vincente Gualtieri); Raggi contro Michetti (chi scrive dà per vincente Michetti); Raggi contro Calenda (chi scrive dà vincente Raggi); Raggi contro Gualtieri (chi scrive dà per vincente Gualtieri).
Ora tutte queste elucubrazioni lasciano il tempo che trovano; nel senso che sono ragionamenti talmente teorici che sfiorano l’astratto. Occorrerà sapere chi sono i due rivali che emergeranno dal primo turno; e a quanto viene data l’astensione che potrà penalizzare questo o quell’altro candidato. In ogni caso una cosa è sicura: si tratta di un voto quanto mai politico, e destinato ad influire: negli equilibri interni degli schieramenti, e in generale. Non si tratta, insomma, solo di scegliere un Sindaco, sia pure della prestigiosa città di Roma.
Poi, solo poi, si penserà seriamente al successore di Sergio Mattarella; per ora siamo al fuoco di sbarramento, ai candidati che coltivano nel segreto speranze, e tessono alleanze possibili. Ma tutto è comunque prematuro.

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