mercoledì, Ottobre 20

C'era una volta Pietro Nenni (e la sinistra)

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Il destino, in quel millenovecentoundici in cui si avvicinava la fine di un mondo, fece entrare assieme in una cella due ‘ragazzi’ romagnoli, un socialista di Predappio ed un repubblicano di Faenza, figli di fabbro ed inserviente, che protestavano contro la guerra italo-turca. Poi chiuse gli occhi dicendo “Uno di voi due per vent’anni guiderà l’Italia, l’altro lo avverserà” ed indicò alla cieca. Quello sbagliato.

Fu in quel carcere che Benito Mussolini e Pietro Nenni divennero amici, già un po’ lo erano. L’ex socialista disposto a tutto prese il potere, il repubblicano si fece socialista quando il partito, nel ’21, subiva la scissione comunista di Livorno. Ne fu alla guida, a più riprese, per ben ventotto anni. I due divennero, poi, naturalmente nemici, anche se in qualche modo il fil rouge non s’interruppe mai del tutto. Il Duce ne chiedeva notizie, lo tutelava dai suoi propri sgherri, ne scriveva un po’ nostalgico con la corda sentimentale degli autocrati che gli aedi fan passare per la parte migliore, e ne è la peggiore. L’altro quando Vittoria, l’ultima figlia non ancora trentenne, finì nelle mani dei nazisti, fu tentato di chiedergli aiuto. Mussolini sarebbe stato disposto a darglielo, forse glielo propose anche. Nenni non fece nulla. A fine maggio ’45 la conferma della morte ad Auschwitz. Si arrovellò tutta la vita sulla legittimità di un privilegio personale, interrogandosi anche pubblicamente su cosa sarebbe stato bene fare.

“Oh gran bontà dei cavalieri antiqui”, nei drammi privati intrecciati a quelli universali, nelle scelte fatte, nei dilemmi morali, nel coraggio e dignità. In lui come in Sandro Pertini che lungamente interruppe i rapporti con l’amatissima madre avendo lei osato chiederne la liberazione al Capo del Fascismo. Nei tanti, sconosciuti, che possiamo comprendere leggendo le ‘Lettere dei condannati a morte della Resistenza’. Giuste o sbagliate fossero le decisioni prese, nei valori che le sottintendevano sta la diversità dall’oggi. Altri uomini, altri tempi. E migliori.

In fondo quella fu la vera cifra di Nenni il quale, come l’amico Angelo Rizzoli che partendo dall’orfanotrofio aveva creato la poderosa Editrice, fu gran ‘autodidatta’ in tutto. Volitivo, testardo, sincretico, anche, in buonafede, pasticcione. ‘L’altro romagnolo’, altro rispetto a quello di cui per decenni venne enfatizzata ogni pataccata, era comunque l’espressione più lineare di classi disagiate che cercavano un riscatto non solo personale.

Quando nasce, il 9 febbraio del 1891, la famiglia è al servizio dei conti Ginnasi. Rimane orfano del padre Giuseppe a soli cinque anni, la contessa vuol farne un prete ma dall’orfanotrofio lo cacciano perché, dopo il regicidio di Umberto I, scrive sui muri ‘Viva Bresci’. Non fa il prete e fa poco anche l’operaio: qualche mese in una fabbrica di ceramiche a diciassette anni, poi partecipa ad uno sciopero di agrari e lo cacciano anche da lì. Così si dà al giornalismo, che come sosteneva il conterraneo Missiroli “è sempre meglio che lavorare”. Collabora con tante testate, a Lotta di classe ritrova come Direttore il compagno di cella che sarà anche alla guida del quotidiano socialista, poi nel ’23 tocca a Nenni andare a dirigere l’Avanti!. Cui porta in dote la sua duttilità e volontà unitaria, preziose in una sinistra sempre lacerata dalle divisioni. Era stato repubblicano, appunto. Amico degli anarchici: nel giugno ’14 tenne assieme ad Errico Malatesta, in Ancona, il comizio antimilitarista in cui la polizia uccise tre partecipanti facendo partire gli scioperi della settimana rossa. Socialista autonomista. Anche vicino ai liberalsocialisti, visti a sinistra con una certa diffidenza: nel ’26 dà vita al quotidiano Quarto Stato assieme a Carlo Rosselli.

Per il Regime è la goccia che fa traboccare il vaso ed è costretto all’esilio in Francia. Dove, coerentemente, si adopera per l’unità degli antifascisti e la riunificazione dei socialisti. Dal ‘31 al ’45 ne è Segretario, e lo sarà poi per altri quattordici anni nel dopoguerra. E’ un tourbillon di eventi. Guerra antifranchista in Spagna col Battaglione Garibaldi e legame col mitico Comandante Buenaventura Durruti, rientro in Francia nel ’39 dopo la caduta di Barcellona, spostamento nei Pirenei per l’occupazione tedesca, arresto ed estradizione in Italia nel ’43, confino a Ponza con Pertini, direzione delle resistenza romana dal Laterano, dove la Chiesa lo nasconde. E’ un vero mito: in terre di fantasiosi battesimi succede anche che si venga chiamati ‘Pietroneno’, come per il riminese Pietroneno Capitani, oggi alla guida dell’omonimo gruppo editoriale.

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