mercoledì, Settembre 22

C’era una volta la riforma della Rai

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Come da tradizione anche al governo Renzi spetta la possibilità di dire la sua sulla riforma di viale Mazzini. Questa volta però non esistono proroghe, anche perché la competizione con la “rivoluzione digitale” e le imminenti scadenze (rinnovo Consiglio d’Amministrazione e termine della concessione a maggio 2016) non possono più attendere. Il 1975 e il 2004 (Legge Gasparri) sono le date che hanno segnato la storia della Rai. I tempi sono cambiati, il mercato e gli stessi utenti hanno altre esigenze. E’ questa la sfida che deve sostenere il nostro servizio pubblico. Nell’agenda di Governo la riforma Rai non può più essere diluita nel tempo e non si possono aggiungere ulteriori “toppe”. Renzi lo ha dichiarato esplicitamente: «Una Rai finalmente libera dai partiti e dal governo di turno». Per poi aggiungere agli inizi di Gennaio:  «Aprile? Sarà il mese di cultura e Rai».

Le premesse sono buone, adesso bisogna capire che intenzioni ci sono. Oltretutto il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha le idee molto chiare sul futuro della Rai, è da sempre un convinto sostenitore del servizio pubblico come elemento essenziale per la società italiana.  Ed è sempre lo stesso uomo che si dimise nel 1990 contro l’approvazione della legge Mammì. Quindi il terreno sembra favorevole ad una reale ristrutturazione dall’interno, partendo dalla formazione del Consiglio d’Amministrazione e la mission: un amministratore delegato, un Consiglio ridotto all’osso, un elemento intermedio tra il Palazzo e la Rai (ritorna l’idea di una Fondazione forse) per togliere ogni potere ai partiti. L’allontanamento della Rai dalla politica è l’elemento imprescindibile per la sua rinascita, utilizzando le parole di Carlo Rognoni: «E’ giusto che sia la politica a decidere qual è la missione del servizio pubblico. Non è invece scritto da nessuna parte che siano i partiti a decidere come deve essere amministrata la Rai nella sua quotidianità». E chi meglio di colui che è stato ex presidente del Forum del Pd per la riforma del sistema radiotelevisivo, e consigliere di amministrazione della Rai dal 2005 al 2009 poteva spiegarci come dovrebbe “rinascere” la Tv nazionale. Le ipotesi in campo sono molte, e soprattutto lo sguardo è rivolto ai modelli dei nostri “fratelli europei”, che sicuramente hanno un apparato decisamente più snello e dei risultati migliori.

 

Sarà la volta buona per riformare il Servizio Pubblico? Le ipotesi in campo sono molte, ma il punto di partenza è sempre lo stesso: iniziare dalla governance e poi dalla sua struttura interna. L’idea di avere come modello la Bbc potrebbe essere una strada percorribile?

Ritengo che l’idea della Bbc sia giusta se si pensa all’organizzazione aziendale che hanno le televisioni pubbliche in Gran Bretagna. La Bbc è un servizio pubblico pagato dal canone, inoltre ha un’altra rete che si chiama Channel4, che è di proprietà pubblica e ha una missione diversa, che è quella di sviluppare la creatività nazionale, quindi le produzioni. Si regge come una comune azienda. Questo vorrebbe dire immaginare, per la Rai, una doppia vita. Una vita di servizio pubblico con una rete generalista più una rete di nicchia. Però la Rai oggi ha tre canali generalisti, 11 canali digitali: non esiste in nessun’altra parte in Europa. Bisognerebbe immaginare una “Rai Channel 4”, cioè una Rai commerciale con una missione pubblica: che è quella di sviluppare la creatività nazionale, quindi le produzioni nazionali, il mondo dell’audiovisivo dove siamo assolutamente indietro rispetto ad altri Paesi europei. Questa visione strategica non può competere solo alla politica. La politica può dare delle linee guida e poi dovrà essere la Rai stessa ad immaginare come cambiare rispetto a quello che sta succedendo.

Quali sono i primi punti che dovrebbe affrontare la nuova riforma?

Siamo nel pieno di una tempesta rivoluzionaria del digitale, che sta cambiando il mondo della carta stampata ma anche della televisione. Internet è diventato un mondo a parte che sta mettendo in serie difficoltà, ed interrogando sul loro futuro e sulla loro missione, molti media. Sarebbe più sensato partire, se il Premier vuole mettere mano al servizio pubblico italiano, da due considerazioni semplici. La prima è la scadenza immediata, tra Aprile e Giugno, di questo consiglio d’Amministrazione che approverà l’ultimo bilancio (2014), dopodiché per legge decade. Bisogna sostituirlo. Come si sostituisce? Con le normi vigenti? Dopo l’esperienza, arrivata alla terza prova, della legge Gasparri, va assolutamente cambiata. Vanno create, invece, le condizioni, come ha detto anche il Premier, per ridare alla politica un compito alto: quello di definire la missione e il ruolo del Servizio pubblico e non intervenire nella gestione dell’azienda. Il secondo passaggio è molto importante: il rinnovo della concessione del servizio pubblico che scade nel maggio 2016. Finisce un’epoca e deve partirne un’altra. Che tipo di Servizio Pubblico c’è bisogno per i prossimi dieci anni? Questo è quello che chiama in causa la riorganizzazione profonda, la chiamo “rivoluzione dalle fondamenta”. Se si vuole cambiare il Governo dell’azienda si deve partire dalla Legge Gasparri, che ha dimostrato di non essere all’altezza e di dare troppo potere ai partiti e alle segreterie di partito.

Durante il governo Prodi ci fu un tentativo di riformare l’organigramma di viale Mazzini, con la proposta di creare la famosa Fondazione esterna alla partitocrazia…

Il tentativo fu quello di Gentiloni, che è fallito. Si voleva creare, appunto, una Fondazione alla quale il Ministero del Tesoro, che attualmente è l’azionista della Rai, doveva cedere le proprie azioni. Doveva essere composta da undici elementi, nominati dal Parlamento e dalla società civile. Questa idea non è passata

La Sua idea di Rai?

Secondo la mia proposta, che è sotto esame, è quella di ispirarsi al modello duale delle fondazioni bancarie. Vuol dire che non bisogna trasferire la proprietà dal Tesoro ad un organo esterno che si chiama Fondazione, come prevedeva Gentiloni. Per fare quest’azione non c’è più tempo. Si dovrebbe studiare per sei mesi, un anno, il valore dell’azienda; poi trasferire la proprietà dal Tesoro ad un altro ente. Diventa un passaggio complicatissimo. Il sistema duale ispirato alle fondazioni bancarie, prevede la nomina di un Consiglio di Sorveglianza e di un Consiglio di Gestione. Il primo può essere anche di quindici membri nominati in parte dal Parlamento, in parte indicati come era previsto per la Fondazione di Gentiloni dalla società civile (Società della Stampa, degli Editori, professori universitari, Sindacati..). Il Consiglio di sorveglianza approva un Presidente/Amministratore Delegato del Consiglio di Gestione, il quale governa l’azienda. L’Amministratore deve essere indicato dal Tesoro ma deve essere approvato dai due terzi del Consiglio id Sorveglianza. In maniera tale che ci sia una persona che ha la condivisione della società in generale, politica e non. Questo consentirebbe di avere un Consiglio di Gestione dai tre ai cinque membri. Io sono favorevole ad un Presidente, due Amministratori, i quali avranno delle deleghe in funzione degli interessi e delle competenze. Possono essere anche cinque, ma non un numero maggiore. Questa è la struttura per la guida del quotidiano e della strategia di medio termine dell’azienda Rai. All’Amministratore delegato verrà data una missione precisa: ridisegnare in un tempo determinato (dai tre ai sei mesi) che cosa dovrà essere la Rai nei prossimi dieci anni. Sottoporlo al Parlamento e al Governo, aprire un’ampia discussione nel Paese in vista di maggio 2016, data in cui si dovrà rinnovare per dieci anni la concessione del servizio Pubblico. Bisogna fare un passaggio: da broadcaster a Media Company. Dove l’audiovisivo e i contenuti diventano fondamentali per qualificare la credibilità del Servizio Pubblico. Questi sono i disegni, a grandi linee, sui quali si può lavorare.

Che cosa vuol dire trasformare la Rai in una Media Company. Lo ha dichiarato anche come ha sottolineato il direttore delle relazioni istituzionali e internazionali della Rai Alessandro Picardi?

Stiamo vivendo la rivoluzione digitale, questa si è abbattuta come una tempesta su tutto il sistema dei media. Tutti si stanno interrogando come catturare l’attenzione del pubblico. Le televisioni sta cambiando. I giovani la guardano tramite il computer e si creano i palinsesti da soli. Un servizio pubblico serve ancora? Questa è la prima domanda che ci dobbiamo fare. E’ ancora utile? In rete si possono mettere e creare contenuti, esistono piattaforme come Youtube e Google. A mio avviso, comunque, il servizio pubblico serve ancora. Per i prossimi dieci anni può dare un contributo a quello che è l’idea della Nazione, della cultura, dell’informazione corretta ed equilibrata. Ma possiamo dire con sicurezza che siamo soddisfatti di come la Rai affronta il presente? Direi di no. La Media Company è una società di comunicazione ovviamente, che tiene conto della rete e non solo dell’etere. E’ il passaggio alla rete; questo vuol dire che il rapporto con il telespettatore non è più unidirezionale. Come Media Company bisogna offrire una ricchezza di contenuti e avere la capacità di riavere dall’utente quello che succede oggi in rete: stiamo parlando ad esempio dei social network. Tutto un lavoro che deve essere ancora fatto e sviluppato, come insieme di azienda pubblica mi pare che ci siano ampissimi margini di approfondimento.

Oltre alla riforma strutturale è necessaria una riforma contenutistica. Ridefinizione della mission della Rai

Penso che questo Consiglio d’Amministrazione sia troppo influenzato dalla quotidianità della politica. Ha perso strada facendo il senso di quello che si deve pretendere da un servizio Pubblico. Il bisogno di risparmiare, la spending review, ha offuscato le menti degli attuali amministratori. Hanno, per esempio, tolto i fondi per completare un passaggio importantissimo che era la digitalizzazione delle teche, cioè la memoria storica di tutto quello che la Rai ha prodotto nei decenni, ed è un patrimonio straordinario. Hanno affrontato la questione dei fondi per il cinema e per la fiction, con la mentalità dei tagli drastici i, li hanno ridotti di alcune centinaia di milioni. Il risultato è che hanno affamato tutto il mondo dei produttori indipendenti, i documentari su cui la Rai non investe, li compriamo dall’estero. I palinsesti di oggi sono poco diversi da quelli di dieci anni fa. Non ha senso tutto ciò. La Rai non può più essere solo la più grande industria culturale italiana e basta; deve essere il motore dell’industria culturale italiana anche indipendente. Deve diventare un servizio pubblico che aiuta il Paese a crescere.

Renzi era partito con la diminuzione del canone, ma come ha sottolineato anche Lei non è il punto di partenza per una riforma strutturale e contenutistica…

Ho contestato che la riforma della Rai cominciasse dal canone che è la fine. Quando si è deciso cosa fare del servizio pubblico, si può stabilire quanti soldi sono necessari e come si vogliono raccogliere. Questa è sbagliata anche logicamente, infatti è stata stoppata. Si deve partire dall’idea di cambiare la Rai. Questo consiglio di Amministrazione chiude il suo tempo tra aprile e giugno. Ce ne dovrà essere uno nuovo ma non eletto con la vecchia legge ma con una nuova che toglie il potere ai partiti di condizionare la vita aziendale. Avevo consigliato a Giacomelli di preparare un’operazione di grande ascolto dell’opinione pubblica, degli stakeholders, di tutti coloro che sono interessati a sapere cosa dovrà diventare la Rai. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che un’azienda di servizio pubblico nell’epoca del digitale non può essere mantenuta, come oggi, con 14 canali che ripetono spesso cose già viste. La politica della Rai di questi ultimi anni è stata condizionata dall’idea di risparmiare, ma non si deve andare a tagliare sulla missione: bisogna fornire prodotti moderni. La rivoluzione, e lì Luigi Gubitosi ha buttato giù la palla, è quella di riformare il sistema dell’informazione creando due grandi news room. Il modello ricalca quello inglese. Però la Bbc ha una sola news room per tutta l’informazione. L’idea di crearne due è ridicola. Non bisogna eliminare i telegiornali, la news room è il luogo in cui si raccoglie tutto quello che i 1600 giornalisti della Rai producono, e i vari Tg si sceglieranno i materiali idonei alla linea editoriale.

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