mercoledì, Dicembre 1

C’era una volta il Dogma, ve lo racconto In ricordo della ‘democratizzazione’ del cinema, esperienza finita ma non persa: Movimento Dogma 95

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Ben 35 le opere realizzate, con risultati non eclatanti, scarso successo di pubblico e critica(…e quando mai!).

Tutto era nato dalla fertile mente dei registi danesi Lars von Trier e Thomas Vinterberg, autori anche dei primi film Dogma: ‘Festen’ e ‘Gli idioti’.

Le loro opere ebbero un buon successo, tracciavano una nuova corrente culturale che sembrava svilupparsi dall’algida Danimarca per spostarsi e cercare adesioni e proseliti in tutto il mondo.

E ogni regista che accettava doveva giurare fedeltà al ‘movimento’.

“Vuoi fa’ un dogma?” Mi chiese uno dei produttori che rinforzò il concetto forse notando una lieve ebetùdine del mio sguardo… “Un film! Ma con certe regole da rispettare…” Dovevo anche scriverlo il film, naturalmente. Accettai preoccupato dalla obbligata adesione al progetto e dalla convinzione che se scarno e povero era il Manifesto, figurarsi che poteva essere il ‘cachet’…Infatti.

Comunque, amando la mia professione, dichiarai di rispettare le rigide dieci regole e sottoscrissi il famoso voto di castità.

Eccolo: giuro di rispettare le seguenti regole definite e approvate da Dogma 95. 1) Le riprese del film vanno fatte on location. Costruzioni speciali e set vanno banditi (se una particolare costruzione è richiesta dalla storia, bisognerà trovare il luogo in cui questa costruzione si trovi) 2) Il suono non dovrà mai essere prodotto a parte rispetto alle immagini e viceversa. (La musica non va utilizzata a meno che non sia presente nel momento in cui il film viene girato). 3) La camera va tenuta a mano. Ogni movimento o arresto effettuato manualmente è permesso. (Il film non deve svolgersi nel luogo in cui ritrova la camera: al contrario sono le riprese che devono essere realizzate nel luogo in cui si svolge il film). 4) Il film deve essere a colori. Non sono ammesse luci addizionali. (Se la luce è insufficiente che si tagli la scena oppure che si aggiunga un unica lampada alla camera). 5) Trucchi ottici e filtri sono proibiti. 6) Il film non deve contenere delle azioni superficiali. (Omicidi, armi, ecc. non sono permessi) 7) Gli spostamenti temporali e geografici sono proibiti. Ciò significa che il film ha luogo qui e ora. 8) I film di genere non sono accettabili 9) Il formato deve essere Academy 35 mm 10) Il nome del regista non deve comparire.

Giuro inoltre in quanto regista di astenermi da qualsiasi gusto personale! Io non sono più un artista. Giuro di astenermi dal creare un opera, in quanto reputo l’attimo più importante del tutto. Il mio scopo supremo è quello di far venir fuori la realtà dai miei personaggi e dai luoghi. Giuro di fare tutto questo con ogni mezzo disponibile in disprezzo di qualsiasi tipo di buon gusto e altre considerazioni estetiche.

Così la mia conversione era compiuta.

Mi sentivo come un monaco di una setta, ma in fondo ero anche attratto dalla possibilità di realizzare un film ‘spartano’, diverso, accettando quel senso di rivolta.

Improvvise e inaspettate arrivarono interviste radio, anche dall’estero, servizi in tutti i principali quotidiani nazionali e magazines specializzati, fotografie addirittura su ‘Vogue’.

Ma quando ascoltai la dichiarazione di Von Trier che confessava di apprezzare l’operato di Hitler e la sua successiva giusta ‘cacciata’ dal festival di ‘Cannes’, proprio per quella intervista, cominciai a nutrire forti titubanze.

Il primo film ‘dogma italiano’, il mio film, che mi era costato diversi ricoveri al pronto soccorso per la tensione sul set, era un dogma ‘regolarmente’ perfetto: non soltanto girato senza luci, ma tutto di notte e con attori di colore ‘nero’… più difficile di così?

Fui vituperato e distrutto dalla critica, con offese gratuite sul Morandini e il Mereghetti, seppur ‘considerato’ all’estero e ‘premiato’ dal Melbourne Underground film festival come ‘miglior film straniero’ nel 2001. ‘Diapason’ era il titolo e fu trasmesso undici volte da SKY. Per me, tecnicamente e drammaturgicamente, una riscoperta di fare cinema.

Nonostante sia un fermo assertore che l’arte non può essere condizionata da alcuna regola con un rigore così claustrale e autoimposto, devo confessare che l’esperienza lavorativa con quella povertà di mezzi, e la necessità quindi di arricchire l’inventiva e la creatività artistica, mi ha permesso di fortificarmiprofessionalmente.

Il ‘Manifesto Dogma 95è stato un piccolo uragano, per qualcuno è stato una ‘goliardata’ per altri una ‘grossolana messinscena’ per dare risalto mediatico al cinema danese che dai fasti del regista Carl Theodor Dreyer non aveva più avuto alcuna risonanza internazionale.

L’intento iniziale era quello dipurificareil cinema, offrendo a chiunque la possibilità di cimentarsi e proporsi alla realizzazione di un film.

Da qui quella idea didemocratizzazionedel cinema che voleva, proprio attraverso quelle dieci regole, combattere la grande industria cinematografica, inarrivabile per molti aspiranti cineasti.

Un’esperienza importante che forse non condividerei più, ma che ritengo abbia permesso a molte pellicole internazionali di rimettere in discussione l’intero sistema cinema e attratto l’attenzione e l’interesse dei produttori verso progetti qualitativi ma con tecnologie e budget ridotti.

 

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