martedì, Luglio 27

Centrodestra: calo di performance o crisi ideologica? Berlusconi osserva, ma non decide. Intanto il centrodestra perde sempre più consensi

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Bandiere ad una manifestazione di Forza Italia

Bandiere ad una manifestazione di Forza Italia

Si dice che quando sono gli ‘estranei’ a far notare un cambiamento è la conferma che qualcosa sta davvero mutando. Il primo è stato l’autorevole quotidiano della City. Il 21 gennaio scorso, ben prima dell’inaspettato esito elettorale per le europee, le pagine rosa del ‘Financial Times’ hanno titolato su: «con il patto Renzi-Berlusconi si ribalta la politica italiana». E ancora: «l’assist è stato offerto da uno sbiadito Silvio Berlusconi». La notizia è duplice: da un lato si dipinge il leader del centrodestra come un politico oramai ‘fuori dai giochi’, dall’altro si saluta il Patto del Nazareno come la migliore occasione per porre fine a decenni di instabilità del Paese. Anche i commentatori politici solitamente scettici hanno subito visto nel nuovo accordo un‘opportunità di rilancio della politica italiana.

Ma al di là del monitoraggio che le grandi testate ed i politologi internazionali solitamente fanno sulla politica italiana, l’interrogativo che circola nei salotti si concentra su un punto in particolare: la politica italiana è cambiata perché è stato Renzi a rafforzarsi o Berlusconi ad indebolirsi?

Ciò che più colpisce è il fatto che l’Italia dal 1945 ad oggi abbia avuto più di 60 Governi, e solo uno  -tecnicamente 2, il Governo Berlusconi II e il Governo Berlusconi III, per l’appunto quello guidato dal centrodestra tra il 2001 ed il 2006-  sopravvissuto ad un intero mandato. Dopo essere riuscito nel miracolo di colmare il vuoto politico del biennio 1993-1994, generatosi con la crisi di rappresentanza democratica del Pentapartito, il centrodestra, tuttavia, ha ridotto in maniera clamorosa il proprio peso nella politica e nelle istituzioni. Le cause vanno da una legge elettorale penalizzante (almeno così come vogliono vederla le parti in causa), fino al mancato rinnovo della leadership politica all’interno dei partiti di area moderata.

Insomma, di fronte al mutamento delle condizioni del ’94, Forza Italia non è riuscita a ridare slancio e vigore ad un’operazione politica nata con lucidità, ma che si è poi trasforma in «un’armata Brancaleone», per dirla con le parole usate dal politologo Giuliano Urbani, uno dei promotori dello spirito del ’94 e tra i fondatori del partito.

Il professor Urbani ha coordinato il programma di Forza Italia per ben tre campagne elettorali e ogniqualvolta ci si rivolga alla sua lunga esperienza politica con Silvio Berlusconi per avere un’impressione sul futuro del centrodestra italiano l’ex Ministro non usa mezzi termini: «oggi siamo in un altro mondo rispetto a quello di allora. Un’altra Italia, altro che Forza Italia. Non credo mai al successo delle seconde serie». In un’altra occasione l’ex Ministro aggiunge: «per vincere le elezioni Berlusconi è stato costretto a creare una armata Brancaleone, mettendo insieme un po’ di democristiani, un po’di liberali, un po’ di socialisti e cani sciolti…».

Il coro è lo stesso che si vada a sentire gli ex amici o i nemici di sempre. Il settimanale ‘The Economist’, qualche settimana fa, ha definito il mutamento politico del centrodestra come un «effetto più dirompente dell’impatto della Costa Concordia».

Insomma, a vent’anni dalla nascita del principale partito della coalizione di centrodestra, la frammentazione politica dell’area moderata e l’uscita di Silvio Berlusconi dal Parlamento hanno ridisegnato una nuova mappa geo-partitica del Bel Paese dove il vecchio ed il nuovo, il prevedibile ed il mutevole si trovano a coesistere, non senza sofferenza.

 E’ una prova di forza non da poco per un leader che ha governato per ben quattro volte con percentuali quasi bulgare (dal 1994 al 1995; dal 2001 al 2005; dal 2005 al 2006 e dal 2008 al 2011) e che oggi, stando ad alcune indiscrezioni, rischia quasi di essere superato dal partito di Matteo Salvini (la Lega Nord).

Le intenzioni di voto, infatti, mostrano una perdita generalizzata di consenso che colpisce tutti i partiti, ad eccezione della Lega Nord che è invece in forte crescita (8%, +1,8%). Forza Italia resta il partito che continua a drenare consensi arrivando al 15% secondo l’Istituto Piepoli, al 16,4% per Euromedia Research, al 15,4% per Ixè, e al 15,9% secondo SWG.

 Di più: Iprmarketing sostiene che guardando in seno a Forza Italia, la principale causa del calo di consensi «sta nella scelta del partito di sostenere il Governo Renzi anziché collocarsi all’opposizione». Ne è convinto il 62%, mentre solo il 27% approva la linea politica attuale.

Lega e Forza Italia crescono perché «l’intero centrodestra  non pare in grado di andare oltre Berlusconi», sostiene l’editorialista Giovanni Belardelli. «Il leader di FI resta, infatti, una risorsa irrinunciabile dal punto di vista dei consensi elettorali (benché regolarmente calanti) e al contempo un ostacolo insormontabile per qualunque rinnovamento della leadership».

Andando a sfogliare gli scritti del 1996, all’indomani dalla sconfitta di Berlusconi, si scopre che il movimento del Cavaliere cercò all’epoca una strategia tra Segreterie politiche e Governi ombra per rafforzare il movimento e non disperdere i consensi raccolti in così poco tempo. Fu in quell’occasione che il leader sembrò affrontare per la prima volta il nodo della successione. Giuliano Ferrara, una delle teste politiche del progetto del ’94, suggerì di «cercare un anti Prodi». Antonio Martino, come raccontò lui stesso, confermò che il problema lo aveva posto proprio il Cavaliere all’ultimo comitato di presidenza: «ci ha spiegato» – dice Martino – «ho sessant’anni, cominciate a riflettere sulla mia successione, perché non è detto che io abbia voglia d’andare avanti in eterno».

Ma che fine ha fatto quell’intenzione? I casi Fini, Casini e Alfano, confermano tutti che quel pensiero, seppur onesto, non è mai andato oltre le intenzioni. Si è provato a passare il testimone, ma alla fine il leader è rimasto sempre lui, Berlusconi. Una scelta giustificata dalle sue indiscusse e uniche capacità oratorie e di richiamo delle masse, in particolar modo durante le campagne elettorali. Così che dal 1994 ad oggi  -come ha sostenuto Belardelli qualche giorno fa sulle pagine del ‘Corriere della Sera’, «Forza Italia ha pigramente goduto di una rendita di posizione e ha potuto limitarsi a sfruttare il carisma di Berlusconi, senza curarsi  di definire una fisionomia  e una proposta politica per quando il fondatore di FI  fosse uscito di scena». 

Ed eccoci ai giorni nostri. Anni in cui dietro i numeri dei sondaggisti la ragione della crisi così acuta che sta attraversando il partito risiede  -secondo molti analisti-  innanzitutto nella perdita di una classe dirigente del calibro di Urbani, Lucio Colletti, Marcello Pera, Antonio Martino, o intellettuali come Gianni Baget Bozzo. Ma anche nella mancata capacità di adattamento del partito agli scenari attuali e, di conseguenza, ad una rivitalizzazione ideologica e strategica.

«Sbagliato appiattirsi sul Governo Renzi», denuncia il giovane Consigliere di Bari Fabio Romito. Da molti l’asse Berlusconi-Premier sta generando resistenze. A ribellarsi ci stanno provando giovani militanti, ma anche fedelissimi del Cavaliere come Raffaele Fitto: il più giovane Presidente di Regione che il centrodestra abbia mai avuto e che qualche giorno fa ha denunciato con particolare verve il mancato rinnovamento del partito, l’appiattimento su posizioni di Governo non condivisibili e la dettatura di una linea politica di Forza Italia che  -come ha scritto l’ex Ministro pugliese sul suo blog-  viene oramai «dettata da parenti».

Se la struttura partitica non cambia i numeri non lievitano. E se le percentuali di consensi non salgono smarcarsi dal Governo per andare al voto resta un’impresa sempre più impossibile. Il paradosso col quale Berlusconi si trova a fare i conti, è la figura di Renzi sempre più popolare come Premier e leader di partito, e una Forza Italia così accondiscendente sulla linea di Governo da non poter essere considerato un partito d’opposizione.

Se si prova a chiedere al politologo Gianfranco Pasquino il perché il Cavaliere è così generoso con il Premier la risposta è che «Berlusconi ha bisogno di una legge elettorale che gli consenta di essere il secondo, se non il primo; di riunire sotto le sue braccia le membra sparse del centrodestra; di nominare i parlamentari perché possano dipendere da lui».

Ma questa volta il tempo stringe. Grillo e i ‘rottamatori’ impongono al Cavaliere una decisione rapida su come medicare il centrodestra italiano, pena l’irrilevanza politica. Intanto, mentre il leader tace, i suoi lanciano la Leopolda Azzurra. Si cerca il nuovo Renzi di centrodestra: una figura nuova, giovane, competitiva. Qualcuno prova a sbilanciarsi e a fare addirittura i nomi di Raffele Fitto o Alessandro Cattaneo. Ma di fronte all’ombra di Berlusconi ancora molti si ritraggono. Da Altero Matteoli a Stefano Caldoro nelle ultime ore la dirigenza conferma che «il leader resta lui».

 

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