giovedì, Ottobre 21

Cento anni fa nasceva Leonardo Sciascia. La giustizia era la sua ossessione La Giustizia, la necessità di giudicare; la cattiva amministrazione della giustizia, la sua ‘ossessione’. Allarmi, ‘ammonimenti’ validi anche oggi

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Di Leonardo Sciascia, in occasione del centenario della nascita, parlano in tanti. Troppi. Quand’era in vita, in tanti lo hanno insultato. C’è chi gli ha perfino dato del mafioso, per le sue coraggiose posizioni per la difesa del diritto e la giustizia giusta. Gli hanno perfino dato del quaquaraquà… Schivo, discreto, incarna quel decoro e quell’eduzione che sono la cifra di un’Italia che si vorrebbe e che spesso non è. Spesso diceva che “incredibile è l’Italia; e bisogna andare in Sicilia, per constatare quanto lo sia”.

  Il modo migliore per ricordarlo, è leggerlo. La Giustizia, la necessità di giudicare; la cattiva amministrazione della giustizia, la sua ‘ossessione’. Allarmi, ‘ammonimenti’ validi anche oggi. Quello che segue è un testo che mi ha affidato quarant’anni fa, la prefazione a un libro significativamente intitolato ‘Storie di ordinaria ingiustizia:

 «casi di errori polizieschi e giudiziari che questo libro racconta sono appena la punta di un iceberg quelli che sono arrivati ai giornali, che hanno fatto notizia (anche se spesso manchevolmente nel senso che alla notizia dell’arresto non è poi seguita quella del proscioglimento, o è stata data in termini minimi, irrilevanti).

E’ da credere – e anzi con matematica certezza – che tanti altri, tantissimi altri, ne restino sommersi, trascurati dai giornali e non denunciati da coloro che ne sono stati vittime, per quel meccanismo psicologico che nel nostro paese scatta in chi riesce – dopo giorni o anni di sofferenza – a cavarsi, per dimostrata innocenza, dai guai in cui imponderabilmente, imprevedibilmente, imperscrutabilmente era venuto a trovarsi e da ciòscaturisce uno stato d’animo più disposto all’offerta di un ex voto alla Madonna o al santo patrono che alla protesta e alla richiesta di un qualche risarcimento a scanso di ulteriori guai, creduti possibili per la gratuità  stessa, l’inconsistenza, l’irresponsabile leggerezza da cui l’errore che l’ha investito, che per giorni o per anni l’ha privato della libertà e ha mandato in rovina la sua reputazione, è stato in effetti generato.

Ma è da dire, innanzi tutto, che la parola ‘errore’ è alquanto approssimativa, anche se aggiungiamo la specificazione manzoniana di errore che poteva essere veduto da quelli stessi che lo commettevano alquanto storcendola, se l’accompagniamo ad errore, poiché non di errore Manzoni parla ma di ingiustizia ‘un’ingiustizia che poteva esser veduta da quelli stessi che la commettevano, un trasgredir le regole ammesse anche da loro, delle azioni opposte ai lumi che non solo c’erano al tempo, ma che essi medesimi, in circostanze simili, mostrarono d’avere’; e dunque, aggiunge, ‘è un sollievo il pensare che, se non seppero quello che facevano, fu per non volerlo sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa, ma una colpa; e che di tali fatti si può essere forzatamente vittime, ma non autori».

Estremamente precise e grandi parole, che cadono in taglio per questo libro, per i casi che vi si raccontano. L’errore è nel vagare sulla verità senza riuscire a scorgerla, nel mancare dei principi, delle regole, degli strumenti che consentono di scorgerla; ma quando i principi ci sono, le regole si conoscono e degli strumenti si dispone, di errore non si può più parlare vuol dire semplicemente, che dei principi non si vuole tener conto, le regole non si vogliono applicare, gli strumenti non si vogliono usare.

Del che Manzoni poteva anche sentirsi sollevato, per l’evitato pericolo di doverne accusare la Provvidenza, di bestemmiarla; ma noi, che non ci sogneremmo di tirare la Provvidenza in causa, non per accusarla né per assolverla, immane sentiamo il peso di doverne accusare gli uomini, l’umana volontà. Di doverne accusare coloro che in nome nostro giudicano. Perché un errore può anche non esser veduto da quelli stessi che lo commettono ma per scarsa conoscenza del cuore umano, per difetto di intelligenza e di perspicacia, per una supervalutazione di elementi invece irrilevanti e trascurabili; ma a patto che le apparenze che lo generano in qualche modo resistano al vaglio critico dei principi, delle regole, degli strumenti di accertamento di cui si dispone.

Ed è il classico errore giudiziario, il cui rischio è sempre presente specialmente nei processi indiziari e in quelli in cui concorrono testimonianze di riconoscimento, di identificazione (e in cui la somiglianza di un uomo ad un altro può, dunque, esser fatale a un imputato innocente).

Ma si possono ammettere come errori quelli che hanno dato luogo ai casi che qui si raccontano? Si può considerare un errore il caso della signora che fa un mese di carcere perché nella sua automobile i carabinieri trovano una pistola giocattolo del figlio? E’ possibile che tra le mani esperte di un carabiniere una pistola-giocattolo continuasse a sembrare una pistola vera e che per un mese intero quella finta arma abbia vagato da un ufficio all’altro senza che nessuno la riconoscesse per quello che era, mentre la signora vagava da un carcere all’altro?

Vicenda allucinante, forse la più allucinante tra quelle che qui si raccontano anche se, forse, la meno dolorosa che se la signora Mazzeo se l’è cavata con un mese di carcere, altri innocenti nel carcere sono arrivati a passare anni.

Anni addietro, credendo di giocare in paradossi, in un racconto d’immaginazione ho fatto dire a un magistrato alto delle cose sul suo intendere la giustizia che finivano con l’essere, esattamente, una ideologia dell’ingiustizia dentro quella che confutava l’esistenza dell’errore giudiziario e affermava una giustizia come rappresentazione, celebrazione, apparato e apparenza. Ma evidentemente era più un presentimento che uno scherzo:

Un giovane esce dall’Università  con una laurea in giurisprudenza; senza alcuna pratica forense e con poca esperienza, direbbe Manzoni, del ‘cuore umano”, si presenta ad un concorso; lo supera svolgendo temi inerenti astrattamente al diritto e rispondendo a dei quesiti ugualmente astratti e da quel momento entra nella sfera di un potere assolutamente indipendente da ogni altro; un potere che non somiglia a nessun altro che sia possibile conseguire attraverso un corso di studi di uguale durata, attraverso una uguale intelligenza e diligenza di studio, attraverso un concorso superato con uguale quantità  di conoscenza dottrinaria e con uguale fatica.

Ne viene il problema che un tale potere – il potere di giudicare i propri simili – non può e non deve essere vissuto come un potere. Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione di giudicare dovrebbe aver radice nella repugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio.

Sappiamo, purtroppo, che non da questo sentimento e intendimento i più sono chiamati, vorremmo dire vocati, a scegliere la professione del giudicare. Tanti altri sono gli incentivi, e specialmente in un paese come il nostro. Ma il più pericoloso di tutti è il vagheggiare – e poi il praticare – il grande potere che la nostra società ha conferito al giudice come potere fine a se stesso o come potere finalizzato ad altro che non sia, caso per caso, quello della giustizia secondo legge, secondo lo spirito e la lettera della legge spirito – si vorrebbe – mai disgiunto dalla lettera.

E l’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio.

Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto. Ma non che il referendum sulla responsabilità dei giudici possa risolvere il problema, anche se puòapporvi qualche rimedio il problema vero, assoluto, è di coscienza, è di ‘religione’.

  Prima di finire, merita di essere segnalato un passaggio dell’ultimo libro di Sciascia, ‘Una storia semplice’. E’ il dialogo tra il magistrato chiamato a dirimere un’inchiesta delicata e il suo vecchio professore di italiano. Dice tutto, circa la concezione che Sciascia nutre sulla giustizia e la magistratura.

  Il magistrato si era intanto alzato ad accogliere il suo vecchio professore. «Con quale piacere la rivedo, dopo tanti anni!».

  «Tanti: e mi pesano» convenne il professore.

  «Ma che ne dice? Lei non è mutato per nulla, nell’aspetto».

  «Lei sì» disse il professore con la solita franchezza.

  «Questo maledetto lavoro… Ma perché mi dà del lei?».

  «Come allora» disse il professore.

  «Ma ormai…».

 «No».
 «Ma si ricorda di me?».

 «Certo che mi ricordo».

  «Posso permettermi di farle una domanda?… Poi gliene farò altre, di altre natura… Nei componimenti di italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».

  «Perché aveva copiato da un autore più intelligente».

  Il magistrato scoppiò a ridere. «L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica…».

  «L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto».

  La battuta era feroce. Il magistrato impallidì. E passo a un duro interrogatorio”.

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