lunedì, Luglio 26

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Personal Factory

Esistono delle storie che fanno rimanere ottimisti e che dimostrano come il capitale umano presente in Italia e la forza delle idee possano essere più forti del sistema istituzionale, economico e politico in cui viviamo. La storia della Personal Factory è tra queste e dimostra come una buona idea può trovare il modo di finanziarsi e realizzarsi nonostante gli istituti di credito non vogliano inizialmente investirci o prestare dei soldi all’imprenditore che ha ideato tutto.

Francesco Tassone, insieme al fratello Luigi, hanno un’idea vincente: perché le aziende edilizie non possono produrre in proprio i materiali di cui hanno bisogno? Si riuscirebbe a risparmiare il 95% dei costi di trasporto e oltre a fare bene ai bilanci delle aziende farebbe bene anche all’ambiente. Così inventano Origami, una macchina in grado di miscelare sabbia e cemento e tramite i composti chimici realizzare malte, intonaci e tutti i diversi materiali per l’edilizia in soli 6 mq e direttamente sul cantiere dove si sta lavorando. Niente più camion, niente più spedizioni.

Il 98% dei prodotti edilizi è composto da cemento e materiale inerte, facilmente reperibili in ogni luogo del mondo o quasi. Nel restante 2% entrano in gioco processi chimici che servono a legare il tutto e tramite Origami si riesce ad organizzare una mini fabbrica di questi composti. Questo sistema viene anche chiamato “cloud manufacturing”, ovvero tramite una macchina e delle applicazioni pre-impostate si riesce a produrre come una vera e propria mini fabbrica; da qui il nome Personal Factory.  

L’azienda nasce come Start up ma dopo poco tempo si trasforma in spa e diventa la prima azienda calabrese di Venture Capital, con otto fondazioni bancarie, la Camera di Commercio di Milano e Vertis Sgr di Napoli che hanno investito 1,3 milioni di euro per rilevare il 40% di Personal Factory. In uno dei settori più in crisi dal 2008 l’azienda calabrese è riuscita a crescere in maniera esponenziale, più che raddoppiando il suo valore dal 2009.

Abbiamo parlato con Francesco Tassone, ideatore e amministratore delegato dell’azienda.

Da dove è partito tutto e come è nata l’idea di Origami?

Siamo partiti da quello che è uno svantaggio e abbiamo cercato di trasformarlo in un vantaggio. Mi spiego meglio: la nostra sede di trova in un paesino di 1000 abitanti, Simbario, in provincia di Vibo Valentia, a 800 metri sul mare e per arrivare c’è da fare una strada stretta e piena di curve, non proprio il massimo del collegamento con il resto del mondo. Da lì ci è venuta l’idea: perché non creare una mini fabbrica fai da te per gli elementi che servono nell’edilizia? D’altronde il 98% dei prodotti per realizzarli è presente in ogni luogo del mondo; cemento e sabbia. Così abbiamo perfezionato una macchina che miscela, tramite le istruzioni di un computer, i prodotti chimici, insieme al cemento e al materiale inerte, attraverso un processo digitalizzato e pre-impostato. In pratica si versano gli ingredienti nella macchina e lei fa il resto, bisogna solo impacchettarlo successivamente. In questo modo anche chi sta in un luogo poco servito dalle infrastrutture stradali o dove per il trasporto del materiale se ne va buona parte del costo dei lavori, riesce in un colpo solo ad abbattere i prezzi e ad avere un prodotto praticamente identico.

Quali sono stati i principali passaggi dell’azienda? Come si è trasformata da Start up in Spa?

Si tratta più di un passaggio di natura finanziaria che di dimensione di azienda. Essendo entrati i fondi di investimento la Spa risulta il modo più adatto e veloce di gestire l’azienda. Nel passaggio di quote la Startup non è una forma ideale per gestire i diversi soci. Non è un passaggio connesso all’operatività dell’azienda. Siamo entrati in contatto con i venture capital nel corso di una competizione europea per Startup.

L’operazione di Venture Capital che ha riguardato la vostra azienda in cosa consiste e ha dei particolari vincoli?

I vincoli non sono particolari, sono quelli a cui è soggetta una normale Spa gestita decentemente. Una gestione aziendale seria, trasparente, pubblica e quindi visibile da chiunque e aperta a chiunque voglia investire. I bilanci devono essere certificati da società di controllo esterne, c’è un cda che controlla l’operato dell’azienda. In realtà i Venture Capital non sono dentro la gestione dell’azienda, sono degli investitori e dei soci di minoranza che hanno deciso di puntare sulla nostra azienda per i margini di sviluppo che rappresenta dal loro punto di vista. Nel nostro caso ci sono stati tre round di finanziamento da parte di Venture Capital. Il primo è stato fatto sulla carta, quando eravamo ancora una start up, leggendo il nostro progetto e il nostro modello di business, hanno deciso di investire 1,3mln di euro per il 40% della nostra società. Visto come è andata la società hanno continuato a credere in noi e hanno fatto altri due round di investimenti. E nell’ultimo c’è stato un terzo fondo che ha voluto investire in noi, quindi oltre Fondamenta Sgr e Vertis Sgr c’è stato l’ingresso di Imi Fondi Chiusi Sgr (gruppo Intesa San Paolo) che ha dovuto pagare un sovrapprezzo per entrare.

Quali sono stati i principali ostacoli a cui è andato incontro per realizzare la sua impresa?

Il problema principale è che in Italia ogni cosa è troppo lenta; dalla burocrazia, alle semplici richieste agli uffici pubblici. Questo è un problema enorme per chi fa innovazione, perché l’innovazione ha bisogno di avere un ritmo serrato e il più veloce possibile, altrimenti rischia di rimanere indietro sul mercato e di farsi sopravanzare dai concorrenti. Essendo su un mercato globale questo è ancora più evidente perché ormai il tuo concorrente indiano, americano o cinese può surclassarti in poco tempo e se tu devi perderti nei meandri della burocrazia rimani con un pugno di mosche. Inoltre il sistema creditizio e finanziario per le imprese nel nostro Paese non è stabile e non permette di fare piani a medio-lungo termine. Le regole del gioco non funzionano perché anche i contratti spesso non vengono onorati e per riscuotere un credito un’azienda deve bruciare cassa e perdere tantissimo tempo per avere una risposta definitiva. Questo è uno dei motivi per i quali in Italia si cresce molto più lentamente che in altri paesi e per cui anche le aziende estere non vengono ad investire da noi.

Quanto conta investire in ricerca e innovazione per un’azienda come la vostra e quanto può essere difficile farlo?

In questo momento abbiamo impiegati otto ricercatori più una serie di collaboratori che ruotano a seconda di quello di cui abbiamo bisogno, questo vuol dire che investiamo circa il 40% del fatturato in ricerca e sviluppo. Investiamo così tanto anche perché in questo momento abbiamo bisogno di crescere e di essere estremamente competitivi dal lato del prodotto. In tutto il mondo le aziende che investono in ricerca e sviluppo lo fanno tramite il flusso di cassa, cioè mettono da parte una percentuale delle entrate che decidono di investire in ricerca e sviluppo. In Italia invece tutte le aziende bruciano cassa; in primo luogo perché abbiamo un sistema fiscale delirante e questo fa sì che le imprese abbiano le risorse nei bilanci ma poi non le ritrovano in cassa e per questo non riescono neanche ad ottenere prestiti bancari. Il sistema è veramente malato. Con questo c’è da dire che all’interno delle pmi italiane la capacità di fare innovazione è tanta, il problema è che non si possono fare progetti ambiziosi. Per un progetto ambizioso devo essere in grado di “bruciare cassa” per due-tre anni minimo, a fronte di un potenziale guadagno futuro. Il problema è che nessuna azienda italiana ha la garanzia di avere un flusso di cassa tranquillo e stabile negli anni e questo fa sì che non si possano fare progetti ambiziosi.

Verrebbe da chiederle perché si ostina a rimanere in Italia e per di più in Calabria, visto questo sistema così malato?

Un’azienda nasce anche dal territorio oltre che dalle persone che la compongono. Noi ci siamo trovati in questo territorio e abbiamo deciso di stabilirci ed investire qua e adesso abbiamo un’impresa avviata e non avrebbe senso spostarci, anzi sarebbe difficile e inutile farlo. Ho dei ricercatori e dei dipendenti che magari non mi seguirebbero se andassi all’estero e poi quanto mi costerebbe adesso spostarmi? Sicuramente più di quanto non mi costa rimanere, visto che l’azienda sta andando bene. Non si tratta di de localizzare una fabbrica di scope all’estero ma stiamo parlando di laboratori, ricercatori e lavoratori di alto profilo che non si voglio spostare. Con questo non è detto che possiamo espanderci all’estero tramite altre vie ed altri canali, tant’è che le nostre vendite all’estero sono in aumento e ormai vendiamo per buona parte fuori dall’Italia.     

Quando presenta il suo prodotto all’estero quali sono le maggiori difficoltà alle quali va incontro?

Per il momento l’unica difficoltà è rappresentata dall’Euro che è troppo forte e magari i miei prodotti costano un po’ di più. Per il resto il prodotto viene capito ed apprezzato ed è potenzialmente esportabile su scala globale.

 

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