venerdì, Luglio 23

Celle piene, carceri vuote

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E’ paradossale: da una parte ci sono carceri sovraffollate; dall’altra ci sono situazioni difficili da gestire e da controllare, e che rendono possibili situazioni da film con Totò, come l’evasione di due detenuti dal carcere di romano Rebibbia che possono tranquillamente segare le sbarre e poi calarsi con corde ricavate dalle lenzuola; e poi situazioni come il carcere di Sala Consilina, provincia di Salerno. Quel carcere è stato soppresso il 27 ottobre scorso. Siamo a febbraio; e in quel carcere, come dice il segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria Donato Capece, vi lavorano ancora quattordici agenti. I venti detenuti di quel carcere sono stati trasferiti a novembre. Da allora i quattordici agenti “stanno lì a guardare le mura”. Ventiquattr’ore su ventiquattro, turni di otto ore, due agenti per ciascun turno. Caso limite? Andate allora a Savona: carcere chiuso da un mese, sessanta agenti e due commissari che sorvegliano le brande. Le carceri sono state soppresse in nome di una razionalizzazione amministrativa. Però si fa fatica a capire come da una parte ci siano delle carceri sovraffollate, e altre vuote; che in alcuni istituti si lamenti carenza di organico, e in altre realtà gli agenti loro malgrado sono costretti a girarsi sostanzialmente i pollici. Ancora Capece: fare dei turni di otto ore, con due di straordinario pagate, ricevere l’indennità festiva e quella notturna per sorvegliare niente, rappresenta uno spreco di risorse incredibile: “Parliamo di circa 300 euro nette mensili per ogni agente. Capisco che la presenza del personale serve a scongiurare atti di vandalismo, furti, occupazioni abusive, ma io stesso ho parlato giusto due sere fa con uno degli agenti di Sala che mi ha confessato il suo disagio. Perché il ministero non convoca un tavolo con i sindacati? Ci sono altre sedi in cui potrebbero lavorare e rendersi utili: Salerno, Eboli, Vallo della Lucania. Il ministero, però, continua a ignorarci”.

Dai paradossi carcerari alla più generale prateria del diritto, della giustizia. Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, un’esperienza di ministro della Giustizia, da tempo ha avviato un percorso di riflessione e “rivisitazione” estremamente interessante e originale. Flick non solo sostiene la necessità di abolire il reato di clandestinità previsto dalla cosiddetta Bossi-Fini, perché “inutile e dannoso”, oltretutto supportato da una “giustificazione politica inaccettabile”. Auspica che si giunga all’abolizione dell’ergastolo in quanto “ipocrisia e paradosso”. Flick nei giorni scorsi ha incontrato i detenuti della casa circondariale di Padova; ed è lì che invita l’Europa a istituire un ministro dell’umanità, e ad applicare davvero la Convenzione europea dei diritti umani. Eppure c’è stato un tempo in cui Flick si è pronunciato a favore dell’ergastolo. A cosa si deve questo mutar d‘opinione? “La Corte costituzionale ne aveva salvato la costituzionalità con una acrobazia giuridica: il “fine pena mai” sarebbe incostituzionale, ma poiché chi è condannato per un lungo periodo di anni può ottenere la liberazione condizionale se ha mostrato segni di ravvedimento, la pena nella pratica non è più eterna: quindi diventa costituzionale. In questi anni l’esperienza ha invece dimostrato che vi sono situazioni di ergastolo ostativo in cui non si possono ottenere permessi premi o liberazione condizionale che consentano il reinserimento in società. L’Unione Europea riconosce la conformità dell’ergastolo alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, a patto che vi sia una revisione del comportamento della persona dopo 25 anni. In questo contesto e di fronte al numero elevato di ergastoli ostativi in Italia l’affermazione della Corte costituzionale rischia di diventare un paradosso e una ipocrisia: l’ergastolo è una pena incostituzionale nella sua proclamazione, e diventa costituzionale nella sua esecuzione solo se c’è, per tutti, la possibilità di un percorso di ritorno alla libertà quando lo si meriti. Sarebbe bene eliminare questa ipocrisia nel quadro di una revisione del sistema sanzionatorio, evitando cioè che il semplice passaggio da ergastolo a pena detentiva, con la cumulabilità dei benefici, porti chi è stato condannato ad uscire dal carcere dopo sette o otto anni. Bisogna tenere conto delle vittime, della rivolta morale di fronte a certi delitti efferati, e affrontare il tema con molta calma e cautela”.

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