C'è un valore nascosto nel frigo Una nuova corsa all'oro per chi capisce l'importanza di trattare i RAEE

La brutta notizia, tuttavia, è che recuperare l’oro già utilizzato non è affatto un gioco da ragazzi. Bisogna disporre di un laboratorio, avendo a disposizione molti acidi e alcuni strumenti (acido nitrico, acido cloridrico, acqua distillata, bottiglie in vetro, alambicchi) e comunque la quantità d’oro che si potrà ricavare sarà piccolissima, se pensiamo che da una decina di computer, 5 cellulari e 5 fotocamere se ne potranno estrarre al massimo 2 grammi.

Ma la raccolta dei RAEE di piccole dimensioni è in crescita e, secondo i dati forniti da Ecolight, uno dei maggiori sistemi collettivi nazionali a cui fa riferimento in particolare la grande distribuzione (GdO), nel 2014 è cresciuta dell’11 per cento. «I RAEE rappresentano una risorsa», ha specificato Walter Camarda, presidente di Ecolight, «e il loro corretto trattamento può restituire importanti quantitativi di materie prime seconde. Passando da 14.300 a quasi 16 mila tonnellate, siamo arrivati a gestire 20 milioni di pezzi tra piccoli elettrodomestici, cellulari, smartphone e altri strumenti elettronici non più funzionanti. Questo significa che solamente 800 tonnellate di prodotti sono andate a finire allo smaltimento definitivo, mentre la parte restante l’abbiamo tutta riciclata nei cicli produttivi delle materie prime seconde».

Nel complesso, l’anno scorso Ecolight ha gestito 21 mila tonnellate di RAEE, fra cui anche televisori e frigoriferi, ma occorre dire che i dispositivi come i cellulari e gli smartphone sono i più difficili da intercettare. «Solamente uno su cinque segue un corretto iter di gestione», ha chiarito il presidente. Eppure è proprio dai telefonini che potrebbe essere recuperato fino al 95 per cento del loro peso.

Oltre alle condizioni di legalità appena descritte, ci sono però numerose aree del Paese costellate da discariche abusive. Discariche che sorgono sul ciglio delle strade, su terreni agricoli, nascoste nei boschi o dietro i cancelli delle zone industriali, nell’hinterland delle città. Nel dossier ‘I pirati dei RAEE‘, con un’inchiesta molto ben fatta promossa da Legambiente, si legge di discariche miste, fatte di rifiuti urbani abbandonati dai singoli cittadini, ma che si sommano ai rifiuti che provengono dalle demolizioni edilizie o dalle fabbriche e che vengono scaricati direttamente dai camion.

Sono montagne d’immondizia che poi, quasi sempre, restano dove sono, testimoni del degrado ambientale, ma anche e soprattutto sociale. La presenza di scarti di lavorazione riconducibili a una particolare attività manifatturiera, piuttosto che le etichette sui prodotti o sugli imballaggi, funzionerebbe da indizio per risalire all’origine dell’attività criminale, ma quante indagini bisognerebbe aprire su tutto il territorio nazionale?

Nelle discariche abusive, come riporta il dossier di Legambiente, finisce anche una quantità impressionante di RAEE, tant’è vero che negli ultimi cinque anni in Italia sono stati messi i sigilli a 299 discariche, per una superficie stimata di 1.021.929 metri quadrati. Il maggior numero di siti sequestrati mette la Puglia al primo posto per questa tipologia di reato. Al secondo posto c’è la Campania; seguono Calabria e Toscana alla pari, e poi la Sicilia.

Nel mercato nero dei RAEE, accanto al fenomeno delle discariche illegali, non vanno sottovalutate le cattive abitudini di molti cittadini, che per comodità gettano i RAEE per strada o a casaccio nel cassonetto (i cassonetti per la raccolta dei rifiuti indifferenziati sono infatti la destinazione di almeno il 30 per cento dei RAEE, come lampadine e altre fonti luminose).

Ma i RAEE contengono sostante pericolose per l’ambiente e per la salute umana: gas serra, metalli pesanti, come il piombo e il mercurio, e distruttori del sistema endocrino, come i ritardanti di fiamma bromurati. Si trovano, però, anche materiali rari e strategici per molte produzioni industriali, come l’indio e il palladio, e metalli preziosi come il rame, l’oro e l’argento.

I RAEE, infatti, sono stati definiti ‘miniere urbane’, da cui si possono recuperare metalli riciclabili che hanno quotazioni di mercato soggetti a forti variazioni: il rame, che oscilla tra i 5 e i 6 mila euro a tonnellata, l’alluminio intorno a 2 mila euro, e il ferro sui 300 euro a tonnellata. Il valore di scandio, ittrio, lantanio, oscilla poi tra i 33 e 100 mila euro al chilo.