martedì, Maggio 11

Catalogna verso l’indipendenza ma povera

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L’11 settembre 2012, i catalani lo avevano espresso chiaramente, per le strade di Barcellona: oltre 1 milione di manifestanti avevano chiesto che la Catalogna fosse indipendente, un nuovo Stato dell’Europa. Lo scorso settembre, poi, un sondaggio realizzato dall’Osservatorio di MyWord, aveva rilevato che il 52% dei catalani è a favore dell’indipendenza e l’80,5% è d’accordo ad indire un referendum sulla sovranità della propria regione.

Ieri la conferma: il Governo autonomo catalano ha deciso di procedere e indire il referendum per l’indipendenza catalana dalla Spagna il 9 novembre 2014, dalla sua parte il 64,4% del Parlamento catalano  -anche se nelle elezioni dello scorso 2012 gli indipendentisti della federazione di partiti nazionalisti avevano perso voti e temeva di veder allontanata la prospettiva dell’indipendenza. Ai catalani sarà chiesto: «¿Quiere que Cataluña se convierta en un Estado? Sí o no» -‘Vuoi che la Catalogna diventi uno Stato?’. In caso affermativo si procede con la seconda domanda: «¿Quiere que este Estado sea independiente? Sí o no» ‘Vuoi che questo Stato sia indipendente?’

La reazione di Madrid non si è fatta attendere, «non si celebrerà nessuna consultazione popolare, perché è illegale e contro la Costituzione» ha assicurato il Governo del Premier spagnolo Mariano Rajoy.  I principali quotidiani spagnoli parlano di ‘sfida in piena regola’ e di ‘colpi di forza’, e l’Unione Europea e la Nato hanno annunciato che escluderanno l’eventuale Catalogna indipendente.

Il problema è politico, soprattutto per la Spagna, ma anche economico, sia per la Spagna -la Catalogna contribuisce a un quinto dell’economia spagnola e per il 26% all’export del Paese-, che, soprattutto per la Catalogna, la quale ha debiti per oltre 50 miliardi di euro, e uno dei problemi, dal punto di vista economico per il nascente nuovo Stato, sarebbe proprio la UE.

La libertà da Madrid rischia di costare molto ai catalani, i quali stanno già pagando il prezzo del tentativo di riduzione del deficit da parte del Governatore Artur Mas il quale si è visto costretto a introdurre nuove tasse per garantire i servizi di assistenza e istruzione pubblica. L’alta pressione fiscale ha già ridotto la competitività delle aziende, che hanno scelto di delocalizzare verso la Capitale. Scelta dettata, però, soprattutto dalla  spinta indipendentista.

Al problema della fuga delle imprese dalla regione vanno aggiunti poi altri due fattori che minacciano la stabilità economica della Catalogna in caso di indipendenza: la sua dipendenza dal mercato interno spagnolo e da quello europeo.

Le esportazioni catalane nel resto della Spagna rappresentano un 50% nell’industria e un 40% nei servizi, pertanto un distacco forzato da Madrid causerebbe un crollo economico notevole che ridurrebbe in ginocchio la regione e causerebbe danni ben maggiori di quelli che oggi sono in discussione per la fuga di un migliaio di industrie. Inoltre, il problema dell’indipendenza catalana e delle sue imprese, non riguarda solo il binomio Barcellona-Madrid, ma va inserito anche nel quadro, di ben più ampio respiro, dell’Unione Europea.

Una Catalogna indipendente si traduce in una moneta nuova e nella necessità di rinegoziare tutti i trattati con l’Unione per entrare a farne parte. Questo processo, già di per sé lungo e difficile, sarebbe presumibilmente ostacolato dalla Spagna e dunque ancora più ostico per il neonato Stato catalano. Ma l’entrata nell’UE è un fattore imprescindibile per la Catalogna che, altrimenti, dovrebbe pagare dazi sulle proprie merci per le esportazioni e le proprie imprese verrebbero, nuovamente, svantaggiate.

 

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