giovedì, Ottobre 21

Catalogna, una voglia di indipendenza che viene da lontano La ricostruzione storica del sentimento indipendentista della Catalogna

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Il desiderio di indipendenza della Catalogna non è affatto un qualcosa di recente. La regione della Spagna, infatti, si è sempre sentita autonoma, un po’ per motivi culturali ed un po’ per la lingua che, con orgoglio, non ha mai smesso di parlare. La sua storia coincide con quella della contea di Barcellona e alla sua espansione. Sin dall’origine terra di società iberiche indipendenti, la Catalogna risentì dell’influenza dei fenici e poi dei greci. Nel III secolo fu conquistata dai cartaginesi e poi dai romani, più tardi dai visigoti e occupata dagli arabi, per poi essere liberata nel secolo VIII da Carlomagno. La Catalogna sviluppò, così, sin da subito, una fortissima coscienza dei propri diritti e delle proprie particolarità rispetto alle altre aree iberiche.

Una ricostruzione della storia della Catalogna redatta da Adrià Mainar Scanu, è stata pubblicata dalla sede italiana dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC), organizzazione apartitica della società civile catalana che lavora perché la Catalogna possa diventare un nuovo stato d’Europa.

«Nel 711 i musulmani approfittano dei conflitti interni del regno visigoto per attraversare lo stretto di Gibilterra e conquistare la penisola iberica. La maggioranza della popolazione non oppose resistenza agli invasori, adottandone cultura e religione. Nelle montagne del nord, però, si formeranno diversi nuclei cristiani resistenti». E’ così che prendono vita regni e contee. «I pericoli della frontiera e la mancanza di aiuto da parte del re francese indussero le contee catalane ad unirsi sotto la casata di Barcellona»

I conti di Barcellona danno così vita ad una unione con il re di Aragona (1137) e definiscono i limiti territoriali del Principato della Catalogna. «Dopo la conquista francese dell’Occitania, avvenuta nel corso della crociata contro i catari, la Catalogna riorienta il suo interesse verso sud, conquistando e ripopolando le isole Baleari(1229) e Valenzia (1238), che diventeranno regni associati alla confederazione catalano-aragonese. Poco tempo dopo, a capo della corona d’Aragona, i catalani inizieranno l’avventura mediterranea che li porterà a controllare la Sicilia, la Sardegna e Napoli tra il XIV e XV secolo, ma che supporrà un grande dispendio di energie e una forte rivalità con genovesi e francesi. Nel momento di massima espansione, il Re della confederazione catalano-aragonese controllerà tutti i territori citati, che manterranno le loro leggi e usanze».

«Nel 1475, l’unione dinastica tra il Re della confederazione catalanoaragonese e la Regina di Castiglia farà confluire in capo alla stessa famiglia i due regni». Ecco che nasce la monarchia ispanica, una «confederazione di regni che condivideranno uno Re e una diplomazia comuni». Ma quando il figlio di Carlo V, Filippo II, prende il posto del padre ed inizia a governare secondo il modello castigliano, l’equilibrio inizia a rompersi. Diventano continue negli anni le tensioni tra i Re assolutisti e le istituzioni catalane. «Nel 1701 era incoronato re della Spagna il giovane Filippo. L’alleanza del nuovo monarca con suo nonno Luigi XIV di Francia rompeva l’equilibrio politico in Europa». «Per i catalani, un Re francese che propugnasse una politica ancora più assolutista e centralizzante che in passato risultava una prospettiva non felice. È per questo che i catalani si alleano con l’Inghilterra, l’Olanda e l’Austria per portare al potere un Re più vicino alla loro visione politica,  l’arciduca Carlo. Ma la fine della guerra in ambito europeo, nel 1713, lascerà la Catalogna sola contro il Re borbonico, che dopo una durissima repressione ed un assedio lungo più di un anno, conquista Barcellona».

Quando Filippo V di Borbone, nel 1714, vince la guerra di successione spagnola, la Catalogna e la Corona d’Aragona perdono potere e la Corona di Castiglia, al contrario, si fortifica. «Da quel momento (1714), i catalani perderanno non solo il loro Stato, le loro istituzioni e le loro leggi ma anche qualunque capacità di decisione politica; nel 1716 il dinamico quartiere barcellonese del Born sarà distrutto per lasciar posto a una fortezza militare, necessaria per soffocare qualsiasi intento di ribellione degli abitanti della città».

«Pur sottomessa e sconfitta, la Catalogna si risolleva e i suoi abitanti s’impegnano per portare avanti almeno l’economia. Così, nel secolo XIX, è già la regione più industrializzata e produttiva della Spagna; gli imprenditori chiedono allo stato Spagnolo una politica più protezionista, richiesta generalmente inascoltata perché poco conveniente per i grandi possidenti agrari castigliani. Quando le proteste crescono troppo, la repressione si fa sentire, come quando l’esercito spagnolo bombarda Barcellona nel 1842». «La conflittualità sociale prodotta dalle precarie condizioni di vita degli operai e il collasso politico conducono ad un colpo di stato e allo stabilimento in Spagna di una dittatura militare (1923) che abolisce l’autonomia catalana e reprime il catalanismo». «Pochi anni dopo, l’incapacità di risolvere i problemi sociali, la crisi economica e la mancanza di libertà politica determinano il crollo del governo autoritario e aprono le porte alla Seconda Repubblica spagnola (1931)».

Poi l’insurrezione del generale Franco e la Guerra Civile (1936-1939). «La lunga notte franchista inizierà con una brutale repressione politica di comunisti, anarchici e di tutto ciò che fosse catalano: le istituzioni d’autogoverno sono abolite, si vieta la lingua catalana in ambito pubblico e si impone l’idea della Spagna unitaria ed indivisibile, inculcata nei bambini con materie come la Formazione dello Spirito Nazionale. Ma le conseguenze più tristi della repressione franchista sono rappresentate dai più di centomila esuli e i circa4000 catalani assassinati in Catalogna».

«Dopo la morte di Franco (1975), la Spagna vive una fase di transizione dalla dittatura alla democrazia, che avrà come arbitro il nuovo Re Juan Carlos». «Nel 1978 viene approvata, tramite referendum, la nuova Costituzione spagnola e, nel 1979, lo Statuto catalano». Negli anni ’70, la fine dell’era dittatoriale e l’inizio dell’era del nuovo Presidente della ‘Generalitat‘, Jordi Pujol, considerato ‘padre della Catalogna’. La democrazia fa riemergere ancor più forti le istanze indipendentiste, accompagnate da una notevole crescita economica, urbanistica e turistica.

L’avvento della crisi economica degli anni successivi rendono il desiderio di indipendenza ancora maggiore cui contribuisce il movimento degli ‘Indignadose’. «Nel 2006, il governo catalano propone un nuovo Statuto che sarà ratificato dai cittadini catalani attraverso un referendum (73%); il PP spagnolo, allora all’opposizione, innesca però una forte campagna contraria, che arriva fino alla presentazione di un ricorso alla Corte Costituzionale». La Corte costituzionale nel 2010 dichiara l’inefficacia giuridica di alcuni punti, tra cui la definizione della Catalogna come ‘Nnazione’. «Questa sentenza provocò una grande manifestazione, a luglio del 2010, di almeno un milione e mezzo di persone sotto il lemma ‘Siamo una nazione, noi decidiamo’».

«Nel 2011 arriva al governo dello Stato il Partido Popular di Mariano Rajoy, formazione della destra nazionalista spagnola. A questo punto, la negoziazione per un nuovo modello di finanziamento per la Catalogna rimane bloccata a causa del rifiuto di dialogo da parte del governo statale». «A settembre del 2012, due milioni di catalani manifestano per le strade di Barcellona, questa volta sotto il lemma ‘Catalogna, nuovo stato dell’Europa’. Preso atto della mobilizzazione popolare e non potendo raggiungere l’obiettivo elettorale promesso, il presidente catalano Artur Mas convoca delle nuove elezioni (2012)».

Artur Mas vince. «La reazione del governo Rajoy è stata nel senso della ricentralizzazzione politica e culturale, di una ulteriore stretta sul piano economico e finanziario e dell’inizio di una campagna di minaccia ed opposizione contro l’indipendentismo catalano, parte di una più complessiva involuzione democratica.  L’unità richiesta ai propri politici dalla società civile catalana si materializza l’11 settembre del 2013 nella ‘Via Catalana per l’indipendenza’, che percorre con due milioni di persone i 400km del litorale catalano e che i media internazionali segnalano come notizia del giorno».

«A dicembre del 2013, la maggioranza nel Parlamento catalano si accorda per la celebrazione di un referendum il 9 di novembre del 2014, malgrado la forte opposizione del governo spagnolo. La consultazione alla fine si svolge grazie all’apporto dei volontari e in forma non vincolante. Il risultato è la partecipazione di 2.344.828 persone, delle quali l’80% vota per l’indipendenza, il 10% per uno stato federale e il 4% per mantenere lo status quo. A gennaio del 2015 il presidente catalano convoca elezioni anticipate per il 27 settembre, nelle quali si presenteranno i partiti indipendentisti con la promessa di iniziare le negoziazioni con lo Stato per l’indipendenza nel caso di vittoria. Nel frattempo, si preparano le strutture proprie di uno Stato indipendente, come il Tesoro Pubblico, e la redazione di una Costituzione per la Repubblica catalana».

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