mercoledì, dicembre 19

Catalogna: riforma costituzionale o cultura democratica? Intervista esclusiva a Clara Marsan Raventos, docente di diritto costituzionale presso la Universitat Pompeu Fabra di Barcellona

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L’odissea dell’indipendenza catalana dura da più di un mese, e sembra che Itaca ancora sia lontana. Una possibile soluzione a cui si aggrappano alcuni politici, secondo quanto riporta la stampa locale, sembra essere una riforma costituzionale. Proprio ieri RTVE ha riportato un articolo dal titolo ‘El ministro de Exteriores afirma que una reforma constitucional puede acomodar las aspiraciones de algunos catalanes’ (ovvero,  ‘Il Ministro degli Affari Esteri dichiara che una riforma costituzionale può accontentare le aspirazioni di alcuni catalani).

Infatti, il Ministro spagnolo, Alfonso Dastis, ha dichiarato che la commissione stabilita nel Congresso per riformare la Costituzione spagnola potrà valutare la possibilità di emendare la Costituzione in modo da facilitare alle Comunità Autonome spagnole l’accesso a un referendum per l’indipendenza. Dastis riconosce pubblicamente che il clima politico attuale in Spagna è alquanto teso, e che la situazione deve essere studiata a fondo.

Valutando lo scenario politico spagnolo, considerando poi che l’elettorato iberico sia completamente spaccato in due, la domanda a questo punto da porsi è se una riforma costituzionale sia davvero un percorso adatto e soprattutto efficiente alla risoluzione della crisi politica in Spagna. Lo abbiamo chiesto a Clara Marsan Raventos, docente di diritto costituzionale  presso la Universitat Pompeu Fabra di Barcellona.

Una riforma costituzionale per facilitare le diverse regioni a raggiungere un referendum per l’indipendenza. Lei crede possa essere una soluzione efficiente all’attuale crisi politica in Spagna?

Da anni si parla di una riforma costituzionale in astratto, quindi, non per modificare la questione del referendum. A mio parere, il parlare della riforma costituzionale è uno dei fattori che ha provocato la crisi politica che stiamo vivendo oggi. La Spagna non ha ben percorso la transizione, il Paese non ha ben compiuto il passo dal franchismo alla democrazia, in termini di pluralismo e di mancato dibattito costituzionale. Il compromesso del ’78 è stato lasciato a sé, quando, invece, se ne sarebbe dovuto parlare, ed era proprio allora che la questione ‘riforma costituzionale’ si sarebbe dovuta affrontare, parlando, quindi, di monarchia e della forma federale o meno dello Stato. Il problema è che le forze politiche che hanno raggiunto la maggioranza non lo hanno voluto fare, e questo ha naturalmente contribuito alla crisi di oggi.

È quindi adatta all’attuale situazione spagnola una riforma costituzionale riguardo il referendum?

Non necessariamente, in quanto il referendum è una competenza dello Stato centrale, il quale avrebbe benissimo potuto lasciar avvenire un referendum in Catalogna. Pertanto, ritengo che non ci sia l’effettivo bisogno di una riforma costituzionale per avere un referendum in Catalogna, in Andalusia o in qualsiasi altra Comunità Autonoma.

E allora di cosa c’è bisogno?

Io credo che, ad oggi, ci sia bisogno di volontà politiche. Le costituzioni sono aperte, si possono cambiare, in teoria si potrebbe cambiare l’intera Costituzione spagnola, dal primo all’ultimo articolo, ma, di base, quello che è veramente importante in Spagna è che al momento non c’è il compromesso politico. Oltre ciò, la costituzione spagnola è di riforma rigida. Pertanto, per qualsiasi riforma, specie se si tratta di una riforma totale, ad esempio, o di una riforma sulla corona, è necessaria una grande maggioranza e un compromesso politico. Quindi, alla base dell’intera crisi politica di oggi vi è una mancanza assoluta di interesse a negoziare da parte degli estremi politici, e dunque dai partiti nazionalisti sia spagnoli che catalani. Alla fine, i nazionalisti di tutte le parti non sono realmente interessati a questa via di mezzo volta al compromesso e alla negoziazione.

Qualora si decidesse per la riforma costituzionale, cosa si dovrebbe cambiare?

Si dovrebbe affrontare il tema Monarchia o Repubblica, si dovrebbe affrontare la forma dello Stato, e quindi, centrale o federale. Un ulteriore punto di riforma, ovviamente, riguarda il Senato. Quest’ultimo, in Spagna, si basa su di un sistema bicamerale, come se fosse uno stato federale, ma non ha una rappresentazione territoriale. Questi tre punti dovevano essere affrontati già da tempo, ma naturalmente non è stato fatto.

Perché  non è stato fatto?

Si tratta naturalmente di una questione non facile, le cui conseguenze politiche sono davvero importanti. I politici ovviamente non vogliono – e non hanno voluto – perdere le loro posizioni al Governo, o al Parlamento. E naturalmente, optando per la riforma della costituzione, avrebbero dovuto metterle in discussione. In spagnolo si dice che non hanno voluto ‘abrir el melon’, nessuno lo ha voluto fare in quanto era troppo costoso politicamente.

Ci sarebbe consenso in Spagna per arrivare a uno stato Federale?

Naturalmente. Credo che molta gente in Catalogna ne sarebbe a favore, ma non tutti. Storicamente, in Catalogna c’è sempre stata una parte della popolazione che non voleva far parte della Spagna, perché la viveva – e la vive – come una convivenza forzata sin dal lontano 1700. Pertanto, credo che la questione ‘indipendenza’ sia più un fenomeno sociale che va analizzato dal punto di vista politico economico, e sociale anzichè secondo una chiave di lettura costituzionale.

Raggiungere una riforma costituzionale, ad oggi, rappresenta una scelta politica favorevole e percorribile per il Governo di Mariano Rajoy?

Il Governo del PP non ha mai voluto una riforma perchè vuole uno Stato centrale, quello che prevede la Costituzione. Possiamo, forse, asserire che il Governo del PP preferisce uno Stato più pre-costituzionale che post-costituzionale. Quindi, non ha mai avuto un reale interesse nel riformare la Costituzione, ed è per questo che in effetti non lo ha mai fatto.

Alcuni analisti sostengono, invece, che una possibile soluzione potrebbe essere la riforma dello statuto dell’autonomia catalana. Lei cosa ne pensa?

La ‘ley organica’ del 2006 è stata uno strumento che ha cercato di andare verso uno Stato federale senza cambiare direttamente la Costituzione, ma passando attraverso le competenze degli statuti. A tal proposito, si deve considerare che la Costituzione è molto aperta e non disegna praticamente nulla sullo Statuto delle autonomie, ma sono quest’ultime che lo hanno composto nel tempo a varie riprese. Ed è stato proprio quando il Tribunale Costituzionale ha reso incostituzionale una parte dello Statuto dell’Autonomia catalana che è cominciato questo processo di intensificazione della domanda di indipendenza.

Che hanno fatto le altre comunità autonome?

Dopo lo Statuto catalano le altre Comunità hanno presentato i loro statuto, allo stesso modo della Catalogna. Ad esempio, l’Andalusia ha composto uno Statuto dell’autonomia come quello catalano del 2006, ma nel suo caso, nessuno lo ha portato davanti al Tribunale Costituzionale. E anche da qui sono nati ulteriori problemi e tensioni. Sempre dopo lo Satuto catalano del 2006 sono iniziati realmente i problemi. Quest’ultimo è stato riconosciuto come valido non soltanto dal Parlamento Catalano, ma anche dal parlamento spagnolo tramite il referendum. Però, il partito dell’opposizione di allora, ovvero il Partido Popular, PP, si è presentato al Tribunale costituzionale, il quale ha annullato tanti passaggi di questo statuto nel 2010.

Qual è, quindi, oggi il vero problema per la Spagna?

Il problema in Spagna non riguarda in primo luogo la Costituzione. Una riforma costituzionale si deve affrontare in un secondo tempo, in quanto è vero che anch’essa ha bisogno di un cambio. Credo però che, prima di affrontare l’aspetto costituzionale, vi sia invece un primo grande problema che riguarda la cultura politica in Spagna. C’è un grave problema di corruzione nel Paese, che addirittura vede coinvolto il Presidente del Governo, e nonostante questo non è stato fatto niente. In Spagna cè un enorme problema di di cultura democratica che è stato accentuato da una transizione erronea.

È quindi prematuro, oggi, parlare di riforma costituzionale in Spagna?

Non è prematuro, ma è passato il momento in cui doveva esser fatta. Diciamo che la Spagna con la transizione ha iniziato a dirigersi a buon ritmo verso la democrazia. A un certo punto, però, è cominciato ad esserci il bisogno di modificare la Costituzione, e, quindi, di riparlare di struttura territoriale, di monarchia, ma questo non si è mai stato fatt. Dopo di che è iniziato un declino istituzionale, dove vi era meno separazione dei poteri -esecutivo- legislativo e giudiziario. Dunque tutto questo ha comportato una crisi. Io direi che, ad oggi, c’è bisogno di trovare un interesse tra i due estremi politici spagnoli di oggi, di arrivare a un compromesso e alimentare una cultura democratica nel Paese.

Allora perché quotidiani, leadership e agenzie parlano tutti di ‘riforma costituzionale’?

Perché, ad oggi, la questione catalana si trova sotto I riflettori della Comunità Internazionale. Quando rappresentava un problema soltanto interno, non gli veniva dato peso. Oggi, invece, basta che la Comunità internazionale chieda dialogo e risposte, allora la posizione del governo è cambiata e propone una riforma costituzionale. Io penso, infatti, che si tratti più di un atto di diplomazia internazionale che di un intento reale. Altrimenti, perchè non l’hanno fatta prima? Ovviamente il PP, che ha avuto maggioranza assoluta, lo avrebbe potuto già fare facilmente, avrebbe potuto fare facilmente tante altre riforme, ma non le ha volute fare. Anche altri partiti al Governo, come quello partito socialista, avrebbero potuto introdurre delle riforme. Credo quindi che quello che manca oggi in Spagna sia la volontà. Se veramente si vuole parlare di riforma costituzionale, ancor prima di arrivare a un nuovo testo scritto, c’è bisogno di un nuovo patto di Stato, e adesso siamo lontanissimi, e sulla forma territoriale più lontani che mai.

Perché siamo lontani da un nuovo patto di Stato?

Perché i partiti nazionalisti spagnoli – PP, Ciudadanos PSOE- e quelloi catalani hanno lavorato per creare più opposizione. Dunque, oggi siamo di fronte a una società polarizzata, da un lato ci sono gli unionisti, dall’altro gli indipendentisti. Naturalmente, c’è una grande popolazione nel mezzo, che dovrebbe avere più voce per poter arrivare a un patto di Stato. Diciamo che per avere una riforma c’è bisogno di una situazione di democrazia e di normalità, e adesso non c’è, anzi abbiamo un articolo 155 in vigore che, secondo me, si sta applicando di modo incostituzionale. Il Governo lo sta usando come una carta bianca per fare quello che vuole e per far tornare la Catalogna alla costituzionalità, secondo loro. Ci sono, poi, le elezioni del 1 dicembre, dove ancora non si sa se si potranno votare tutti i partiti, quali di questi si presenteranno e come lo faranno. Questa non è chiaramente una situazione consona a una riforma. Bisogna avere più garanzie riguardo elezioni libere e democratiche. Bisogna poi ricostruire il patto di convivenza democratica e dopo, naturalmente, si può parlare di riforma della Costituzione.

Di cosa c’è bisogno, quindi, adesso in Spagna?

Penso che per sfortuna la costituzione sia stata strumentalizzata. C’è bisogno di politici che si facciano meno scudo della legge e del Tribunale Costituzionale, ma che siano invece più onesti. Questa è la chiave per andare verso uno Stato molto più forte a livello Democratico. Non serve riformare la Costituzione o rivedere il Tribunale Costituzionale, ma c’è bisogno che i politici non abusino del Tribunale, dove, allo stesso modo, c’è bisogno che vadano persone indipendenti nelle loro scelte (cosa che, invece, è avvenuta con l’ultimo Presidente del Tribunale Costituzionale).

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