domenica, Settembre 19

Catalogna: Rajoy, non c’è mediazione possibile tra un governo democratico e l’ illegalità Fulco Lanchester, professore ordinario di Diritto costituzionale italiano e comparato dell’Università “La Sapienza" di Roma, analizza la complessa situazione spagnola

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Nel suo discorso al Parlamento spagnolo, Rajoy ha dichiarato: «Nessuna costituzione europea riconosce il diritto all’ autodeterminazione» e «l’indipendenza della Catalogna è contraria a qualsiasi regola del diritto internazionale». E’ condivisibile?

La tesi che ha portato avanti Puigdemont si basa sul fatto che in Scozia, in Gran Bretagna, nel 2014, è stata data la possibilità di effettuare un referendum per l’ indipendenza. In realtà, Cameron implose con quel referendum e con il successivo sull’ Europa, dimostrando una debolezza della leadership inglese che si vede confermata dall’ atteggiamento della Premier May. Ma negli stessi regolamenti angloamericani, vi sono due esperienze che vorrei sottolineare: l’ esperienza canadese con i tentativi del Quebec che si ritiene, come la Catalogna, una nazione separata rispetto agli anglofili e la situazione britannica che ha un ordinamento di Common low, privo di una Costituzione scritta, di carattere documentale.

Negli anni ’90, precisamente nel 1996, la Corte Suprema canadese, con funzioni consultive nei confronti del governo centrale, venne investita di un quesito e cioè se fosse possibile un referendum per l’indipendenza delle province canadesi, in particolare del Quebec dove, dopo un periodo di tensioni nel 1981-82, c’ era stato, nei primi anni ’90, un referendum che era stato respinto dal corpo elettorale. La Corte Suprema canadese evidenziò che, per effettuare un referendum regolare e democratico, in ordinamenti che non sono ex-coloniali e questo lo dice anche l’ ONU, l’ autodeterminazione deve coinvolgere tutti i componenti dell’ ordinamento e quindi la maggioranza deve essere recuperata non solo nella regione che si vuole scindere, ma in tutto il territorio dello Stato, in tutto il Canada in quel caso. Ed è una delle tesi ripresa, anche se in maniera secondaria, dal governo centrale spagnolo perché dice che quel referendum è contrario alla Costituzione che ritiene l’ unità dell’ ordinamento imprescindibile. Il partito socialista ha proposto di “utilizzare il procedimento costituzionale. Solo con l’ articolo 2” – ha detto – “ potremmo arrivare ad una Catalogna che si scinde dalla Spagna”. Anche questo, secondo me, è impossibile senza una rottura di fatto dell’ ordinamento perché quell’ articolo 2 corrisponde ai nostri “principi fondamentali”. Questi ultimi vengono considerati dalle Corti Costituzionali come principi supremi. L’ articolo 5 non può essere cambiato senza modificare la forma di Stato, la forma di regime. Quindi l’ unità, in questo senso, dovrebbe essere garantita da un principio di eternità. Se salta la forma di Stato, se ne può ridiscutere. Ma la sostanza è che il governo catalano sta facendo un’ azione al di fuori della legalità.

Tant’ è vero che il governo Rajoy e Felipe VI hanno messo in evidenza l’ illegittimità e l’ impossibilità di discutere con chi ha deciso di rompere l’ unità nazionale e di non riconoscere gli organi legali dell’ ordinamento, ma questo, peraltro, anche i socialisti l’ hanno messo in evidenza. I catalani sono contrari all’ idea della solidarietà e della ridistribuzione. Sostengono “noi siamo l’ 8% della popolazione, diamo più di quel che riceviamo e non vogliamo più essere spagnoli”. A questo punto, però, possono farlo anche i lombardi, i veneti. Che ci sia una tensione di tipo centrifugo all’ interno degli ordinamenti europei poiché la moneta, ma anche la spada, siano sempre meno in mano alle organizzazioni centrali, o porta ad un salto verso una maggiore integrità europea oppure ad una moltiplicazione delle piccole parti.

In quest’ ottica, il governo di Madrid è recalcitrante ad un dialogo, considerato una ‘trappola’ dal quotidiano El Pais, con la Generalitad catalana.

Il Consiglio dei Ministri ha chiesto a Puigdemont “cosa hai affermato ieri? Hai dichiarato l’ indipendenza o hai semplicemente detto che se ne parlerà?”. Certificare quello che ha detto Puigdemont è chiaro. Egli ha ribadito che il referendum c’è stato, l’ indipendenza è stata decisa e, siccome ha dei problemi di maggioranza, non vuole essere soggetto all’ articolo 155 e per questo ritardo non l’ indipendenza, ma l’ applicazione della stessa ad una trattativa per arrivare allo stesso risultato. In questo senso si evidenzia che il gioco era molto prevedibile. Sia Rajoy  sia il sovrano non hanno trattato prima. La differenza tra popolari e socialisti è ora questa: ‘ potremmo discutere una modifica della costituzione’ dicono i socialisti. Ma io sostengo che se si va dietro agli indipendentisti catalani si va contro i principi supremi dell’ ordinamento costituzionale del 1978.  Indipendenza vuol dire fuoriuscita dallo Stato. Era meno tranchant la posizione del predecessore di Puigdemont, Companys, che disse che la Catalogna era uno Stato all’ interno dello Stato federale spagnolo. Qui, invece, si sostiene che è uno Stato indipendente.

Il nostro Gaspare Ambrosini che è stato docente universitario e Presidente della Corte Costituzionale, nel 1931, sulla base di uno studio della Costituzione repubblicana spagnola del ’31, dopo l’ allontanamento di Alfonso XIII, inventò la prospettiva dello ‘Stato regionale’ che, in Spagna, poteva anche divenire Stato federale. La differenza tra uno Stato unitario, uno Stato regionale ed uno Stato federale era una differenziazione di competenze più o meno larghe e di rapporti delle autorità centrali e locali con i cittadini. Una confederazione è fatta da Stati indipendenti e cioè un altro ordinamento. Ciò che prospetta Rajoy è il mantenimento del diritto costituzionale spagnolo. Ciò che vuole raggiungere Puigdemont è una trattativa di diritto internazionale pubblica: “noi trattiamo all’ interno dello Stato spagnolo con una mediazione internazionale”. Cosa inconcepibile e inamissibile per le forze politiche castigliane così come per le forze politiche catalane non indipendenti.

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