venerdì, Luglio 30

Catalogna: per il Consiglio d’Europa in Spagna accadono ‘cose turche’ A Bruxelles la Spagna finora è riuscita a evitare ogni censura, Strasburgo ha esaminato i fatti per come sono e non ha potuto far altro che formulare una severa condanna. E le conseguenze si preannunciano molto pesanti, già ci sono i primi segnali

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Mentre è ormai imminente la decisione -da parte del governo spagnolo- di un’amnistia a favore dei prigionieri politici catalani, da Strasburgo arriva una notizia clamorosa. L’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ha infatti approvato un rapporto sulla situazione di quei membri dell’opposizione curdi e catalani che sono in condizione di prigionia, e si tratta di un rapporto il cui contenuto è molto critico nei riguardi di questi due Paesi -Turchia e Spagna- a cui si chiede di porre rimedio al più presto.

La condanna della Turchia, che da anni subisce richiami di ogni genere, non sorprende, ma certo può sorprendere che insieme ad Ankara finisca sul banco degli accusati Madrid, a seguito della repressione iniziata nell’ottobre del 2017 a danno di coloro che (uomini politici, ma anche esponenti di associazioni culturali) avevano organizzato un referendum consultivo sull’indipendenza catalana. Nel rapporto, redatto dal socialista lituani Boriss Cilevics, non si entra nel merito dell’assetto costituzionale spagnolo e neppure del rapporto tra politica e magistratura, ma si evidenzia che molti uomini politici catalani sono stati indagati e alla fine condannati a vari anni di prigione «per affermazioni fatte nell’esercizio dei loro mandati politici». Da qui la richiesta alla Spagna di modificare il Codice penale (che non è compatibile con i principi di libertà e democrazia), rilasciare i prigionieri politici, non più pretendere una ritrattazione delle proprie posizioni in cambio di un trattamento carcerario migliore, così da aprire anche a un dialogo con tutte le forze politiche della società catalana.

L’assemblea del Consiglio d’Europa ha approfondito un solco che già era assai largo e ben visibile: quello tra il diritto e la politica.

In questi anni la decisione spagnola di imporre una propria volontà giustificata solo dalla forza, tenere in prigione gli oppositori e perfino impedire la presenza al Parlamento europeo degli eletti catalani indipendentisti, ha sempre trovato una sponda favorevole nei leader degli altri Paesi europei (da Angela Merkel a Emmanuel Macron, per limitarsi a fare due nomi), ma ha patito molte bocciature nelle aule giudiziarie: in Belgio, in Scozia, in Svizzera, in Germania. Soprattutto le iniziative di Carles Puigdemont hanno evidenziato quanto poca sia conforme al rule of law l’intero assetto spagnolo.

Il voto dell’assemblea del Consiglio d’Europa ha dunque peso enorme, anche perché viene da un’istituzione internazionale in larga misura indipendente dagli Stati e dalla stessa Unione europea. Il Consiglio d’Europa, infatti, fu fondato nel 1949 con lo scopo di promuovere la tutela dei diritti umani e della democrazia. Conta 47 Stati membri e in questa lista figurano anche la Svizzera, la Norvegia, la Russia, la Georgia, l’Armenia e altri ancora. Si tratta quindi di una realtà sostanzialmente estranea ai giochi di potere che caratterizzano l’Unione europea; e così se a Bruxelles la Spagna finora è riuscita a evitare ogni censura,Strasburgo ha esaminato i fatti per come sono e non ha potuto far altro che formulare una severa condanna.

La decisione ha già conseguenze politiche, come attesta l’accelerazione data dal premier Pedro Sanchez, che ora sta per far approvare l’amnistia. A Strasburgo in assemblea la maggioranza è stata schiacciante (70 voti a 28) e per giunta l’associazione con ilcaso turco ha messo la Spagna in grave difficoltà. D’altra parte in questi anni è venuto chiaramente alla luce come la società iberica non sia ancora compiutamente uscita dal franchismo, non solo per il permanere di un nazionalismo illiberale che nemmeno accetta di discutere una soluzione democratica ‘alla scozzese’ (che metta ai voti la permanenza o meno della Catalogna entro i confini spagnoli), ma anche perché vi è una scarsissima autonomia dell’ordinamento giudiziario rispetto alla politica: come vari episodi hanno attestato.

A questo punto, chi nell’Unione ha sostenuto a spada tratta -in nome della realpolitik e contro ogni ragionevolezza- le scelte dei governi spagnoli può soltanto leccarsi le ferite. La decisione del Consiglio d’Europa è insomma un brutto colpo anche per quanti (da Jean-Paul Juncker ad Antonio Tajani) hanno fatto finta di nulla di fronte alle violenze della Guardia Civil e di fronte alla carcerazione dei prigionieri politici, ma egualmente dovranno riconsiderare la loro posizione coloro che alla guida degli esecutivi nazionali hanno considerato ‘normale’ quanto avveniva in Spagna e ‘inaccettabile’ quanto avveniva in Turchia. Non è così e il rapporto votato nelle scorse ore lo evidenzia con chiarezza.

Adesso il premier spagnolo Pedro Sanchez si appresta a concedere la grazia ai prigionieri politici, in carcere da più di tre anni. Il gesto, però, a questo punto avrà un significato molto diverso:ora la Spagna si conformerà di fatto alla decisione del Consiglio d’Europa e quindi l’esecutivo non potrà presentare la propria decisione come una concessione, un’apertura al dialogo o un gesto di generosità. Da ieri, è chiaro, si tratta di un atto dovuto. Per giunta, molti prigionieri hanno già detto che non smetteranno di battersi per l’indipendenza una volta liberi:non vogliono unperdono‘, ma il riconoscimento di undiritto‘.

Questo farà sì, come ha sottolineato anche Marco Faraci in una sua recente analisi, che ogni eventuale dialogo tra Madrid e Barcellona (tra l’esecutivo spagnolo di Sanchez e la Generalitat catalana guidata da Aragones) dovrà avere al centro altre questioni: dalla revisione del rapporto centro-periferia fino al riconoscimento del diritto all’autodeterminazione di ogni popolo.

Se prima il governo socialista di Madrid sperava di poter accontentare i catalani con un semplice atto di clemenza, ora la situazione è diversa. Quella che potrebbe aprirsi, allora, è una fase assai più complicata, ma forse anche meglio in grado di affrontare i problemi reali che sono al cuore della crisi ispano-catalana.

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