giovedì, Dicembre 2

Catalogna e non solo: indipendenza in Europa Tra storia, geopolitica, e riconfigurazioni territoriali, l'Unione ha da affrontare fratture di polity sempre più evidenti

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Tornando ai «ricordi–schermo», c’è un aspetto nella loro dinamica che riflette significativamente quella delle narrazioni politiche: essi sono creati dall’inconscio sulla base di una traccia reale della nostra memoria, la quale potrà essere anteriore a tale processo creativo (la c.d. «costituzione del fantasma») o anche successiva, capace com’è di proiettarsi retroattivamente sul ricordo. Questo processo, tradotto in termini sociali, sta alla base dei vari nazionalismi e delle retoriche fondate sull’appartenenza e il recupero di una tradizione, con tutto il margine di creatività che il potere richiede al proprio auto-mantenimento.

Più in generale, nei diversi casi di aspirazioni autonomistiche o indipendentiste, le cause di crisi (la recessione, l’ ‘invasione’ migratoria, ecc.) sono avvertite come estranee alla propria dimensione identitaria spaziale e sociale, in altri termini: alla propria ‘patria’.  Ma l’aspetto emozionale e quello reale e organizzativo che sorregge l’edificazione di una nuova realtà politica sono fenomeni ben distinti nell’esperienza dei cittadini che guardano all’indipendenza. Indipendenza che, pur presente a uno stadio idealmente sospeso nell’immaginario catalano, si è affacciata come prospettiva reale solo di recente e – come accennato sopra –  in risposta agli effetti della crisi e dei tagli al welfare. Con la reazione di Madrid, è probabile che questo processo subisca una ulteriore impennata, e non solo in Spagna: con effetto-boomerang, l’esplodere della violenza proveniente dall’autorità centrale finisce per legittimare, affossandone l’incostituzionalità, la stessa consultazione referendaria e la legge che ne formula il quesito.

La Catalogna attuale non è più quella dell’ «Omaggio» di Orwell o del tempo della «Transizione». La frattura con il Centro, oggi drammatica – mentre per le strade si discrimina tra polizia ‘buona’ e ‘cattiva’, tra protezione e fiducia reciproche e repressione – , difficilmente sarà paragonabile alle istanze regionalistiche nostrane. Occorre tenere sempre gli occhi sui contesti specifici, cercare la Storia là dove è  ‘travestita’ dalla geografia. Ribaltando la domanda: quanto senso ha comparare – anche nei casi in cui, per questioni di scala, i contesti sono simili – la Scozia con la Galizia, l’Irlanda con la Catalogna? Dove nasce e come muta la violenza in terrore (ad esempio, come è avvenuto in Irlanda e nei Paesi Baschi) o – nel caso attuale – in violenza istituzionalizzata?  La ‘legittimità comparativa’ delle varie situazioni locali apre ulteriori domande e invita, quantomeno, a evitare facili generalizzazioni che gravitano intorno al concetto – problematico perché alquanto indefinito – di ‘nazione’.

A due settimane dal voto per l’autonomia di Veneto e Lombardia i leghisti Matteo Salvini e Luca Zaia, Governatore del Veneto, prendono le distanze dalla Catalogna, indicando il prossimo referendum consultivo come una «via pacifica, percorsa nel rispetto della legalità costituzionale». Non si prospetta, qui, l’indipendenza regionale, ma un «regionalismo differenziato» ricompreso nell’unità nazionale. I due quesiti sono sostenuti da Centrodestra e Lega, ma anche dal M5S. Il PD ritiene inutile tale consultazione (peraltro appoggiata da Sindaci di quel Partito, come Giorgio Gori e Giuseppe Sala), le cui funzioni sarebbero già assolte dalla trattativa tra Governo e Regione prevista dalla stessa Costituzione (Art. 166, comma 3), via che vede coinvolta l’Emilia Romagna: proprio oggi saranno avviate da parte del Consiglio regionale le richieste di autonomia relativamente alle competenze su 4 settori (istruzione e ricerca, formazione e lavoro, territorio e ambiente, salute).

Non c’è bisogno di ricorrere alle grandi teorie dello Stato o al loro tramonto per considerare il fatto che i federalismi, le scissioni e le nuove realtà indipendenti o autonome, non sono automaticamente comparabili o ‘inevitabili’ nello sviluppo della  polity europea. Ciò significherebbe peccare di astrattismo, come è un po’ ‘astratto’ considerare – ed è quello che, in apparenza, la UE sta facendo – la questione catalana un fatto interno alla Spagna.  Quella degli autonomismi regionali o degli indipendentismi nazionali, un vasta area di zone grigie, che presenta una fenomenologia variegata, è una questione europea, forse prima ancora che statale.

Da un lato, se esiste già un ordinamento sovranazionale, a chi potranno rivolgersi le nuove realtà nazionali, a quale altro ambito geopolitico e interlocutore istituzionale alternativo al vecchio Stato di appartenenza, se non all’Unione Europea? Dall’altro, trattandosi di un processo già in corso, l’UE ha, in base ai suoi principi costitutivi, non solo il dovere, ma tutto l’interesse – in tempi di crisi e tendenze centrifughe post-brexit – a promuovere il dialogo e la coesione con gli attori politici rappresentativi delle nuove realtà in esame. Ciò dovrebbe avvenire in coerenza con un rafforzamento dei rapporti con le realtà regionali di ogni Paese, sia decentrate che autonome in vario grado.

Altro indice di astrattismo è insistere, come ha fatto finora Rajoy, sull’illegalità del referendum: ciò significa creare il problema prima di raggiungere un compromesso (ossia: un passaggio dal fatto all’atto politico) capace di ridefinirlo giuridicamente. La questione della legalità sarebbe stata, in altre parole, da spostare.

Per la Vice-premier Soraya Saenz De Santamaria, la polizia ha agito «con professionalità e proporzionalità». Mentre il portavoce del governo catalano Jordi Turull, alludendo a una violenza risorta direttamente dalle ceneri del franchismo, ha prospettato la citazione in giudizio della Spagna davanti a un tribunale internazionale, c’è da chiedersi se la linea assunta da Rajoy sarà ulteriormente inasprita (arresto e detenzione di Puidgemont, commissariamento della Regione catalana)?

Infine, quanto al fatto che la questione debba restare interna alla Spagna, non sussiste il rischio per l’Europa di sottrarsi al proprio ruolo istituzionale?  A prescindere dal considerare ogni secessione come una ‘deriva’, dov’è la risposta politica a quanto è accaduto?  L’interpretazione di Juncker lascia perplessi, se pensiamo a una logica e quasi ‘naturale’ apertura all’Europa dei futuri neo-Stati indipendenti (o delle Regioni a forte autonomia) oltreché al nesso tra la curva delle diseguaglianze, i tagli al welfare e l’austerità imposta dalla stessa politica economica unionale.

C’è da augurarsi che mercoledì, a Strasburgo, questo discorso ritrovi, in un contesto adeguato, la propria centralità.

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