mercoledì, Giugno 23

Catalogna: l’indipendenza disunita I tre partiti indipendentisti insieme hanno raccolto oltre il 50% dei voti, ma manca una strategia condivisa che potrebbe essere l’ostacolo insuperabile per la formazione di un nuovo governo indipendentista. Ecco perchè i partiti sono divisi

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In Catalogna sono iniziate le grandi manovre per la formazione del governo regionale. Le elezioni del 14 febbraio (14-F, per usare la terminologia locale) si sono concluse con una doppia vittoria: in termini di voti, il Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC) è il primo partito; in termini percentuali e di seggi, i tre partiti indipendentisti insieme hanno raccolto oltre il 50% dei voti, portando a casa 74 seggi su 135, ovvero i partiti indipendentisti tutti e tre insieme si sono rafforzati, per la prima volta esprimono oltre la metà dei votanti e hanno la maggioranza assoluta dei seggi.
Il PSC proverà formare il governo, ma da subito è apparso molto difficile che riesca nell’operazione, considerato che avendo 33 seggi, ne dovrebbe trovare almeno altri 35. Secondo gran parte degli osservatori, non ha praticamente alcuna possibilità di installarsi alla guida della Generalitat. La soluzione più ovvia e lineare sarebbe un nuovo governo indipendentista. A mettersi di traverso è la divisione tra le forze che compongono il movimento indipendentista. La maggioranza assoluta conquistata dai partiti indipendentisti alle elezioni catalane non rende scontata una riedizione dell’alleanza indipendentista finora alla guida della Generalitat.

Quello che per comodità di pensiero definiamo ‘movimento’ sono tre forze politiche molto diverse tra loro, diverse perfino, e in questo caso soprattutto, in quello che dovrebbe essere il tratto caratterizzante e accomunante, ovvero l’interpretazione dell’indipendentismo. Stiamo parlando di: Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), partito di sinistra e repubblicano, che può contare su 33 seggi, Junts per Catalunya (JxCAT), forza di sinistra erede della coalizione che si era formata nel 2017 e voluta da dall’ex Presidente della Generalitat Carles Puigdemont, con 32 seggi, e Candidatura d’Unitat Popular (CUP), partito della sinistra anticapitalista, con 9 seggi.
Unastrategia condivisa’ per realizzare una Catalogna indipendente richiesta dai prigionieri politici indipendentisti nel loro manifesto elettorale congiunto prima delle elezioni, è quella che manca e quella che potrebbe essere l’ostacolo insuperabile per la formazione di un nuovo governo indipendentista.

Negli oltre tre anni trascorsi dalla celebrazione del referendum indipendentista e non autorizzato da Madrid del 1 ° ottobre 2017, i partiti indipendentisti si sono differenziati nella loro strategia volta a raggiungere l’obiettivo della Repubblica catalana e infine divisi.
JxCat difende l’attivazione della Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza (DUI), ERC, Partit Demòcrata Europeu Català (PdeCAT), che dal voto del 14 febbraio non ha ottenuto una rappresentanza in Parlamento, e CUP propongono un nuovo referendum, senza, per altro, concordare sul ‘come’ e ‘quando’.

JxCat, in campagna elettorale, si è impegnata ad attivare la Dichiarazione Unilaterale di Indipendenza se le forze indipendentiste nel voto di domenica avessero superato il 50% dei voti. Ciò pur affermando che il partito mantienetutte le strade aperte’, compresa quella delle trattative preliminari con Madrid.
Nella prima sessione del nuovo Parlamento, si dovrebbe adottare una risoluzione per verificare la maggioranza a favore dell’indipendenza e ratificare la validità della Dichiarazione di Sovranità del 2013, la Dichiarazione di inizio del processo di indipendenza della Catalogna del 2015, e infine il DUI 2017. Poi, quando «i cittadini, le istituzioni e il Consiglio per la Repubblica saranno pronti a completare il mandato di costituire la Catalogna in uno Stato indipendente sotto forma di Repubblica», il DUI sarà attivato. Da quel momento in poi, il partito chiede una mobilitazione dei cittadini per difendere la Repubblica in forma ‘pacifica e democratica’, e allo stesso tempo chiede il riconoscimento internazionale della Repubblica. JxCat vuole anche, sempre secondo quanto emerso in campagna elettorale, che la risoluzione del Parlamento ‘riconosca’ il Consiglio per la Repubblica come ‘autorità nazionale’. E danno a questo organo il ruolo di guidare politicamente il movimento per l’indipendenza e di ‘preparare strutture’ per il nuovo Stato.

La ricetta dell’ERC è di espandere la maggioranza indipendentista per indire un referendum, per il quale in campagna elettorale non ha fissato una data, relegando il percorso unilaterale a un caso estremo.
La strategia di fondo è che l’istituzione della Repubblica non è una questione di ‘dichiarazioni’, insomma di ‘retorica’, ma di raggiungimento di maggioranze favorevoli. Il progresso verso l’indipendenza, affermano i leader di ERC, si ottiene «parlando chiaramente al mondo e vincendo le elezioni più e più volte con più del 50% dei voti».
Al fine di ottenere l’autodeterminazione, ERC, nel corso del suo congresso nazionale di dicembre 2020, ha ipotizzato tre scenari alternativi. Il primo sarebbe convocare il referendum attraverso la negoziazione con Madrid. Il secondo scommetterebbe sul costringere il governo ad accettare la consultazione conforza e azione’, in modo che «non abbia altra alternativa che accettare una soluzione democratica». Il terzo modo, quello di rifare il referendum del 1° ottobre 2017, ovvero convocazione del referendum unilateralmente, indipendentemente dall’esistenza di un accordo con lo Stato.

CUP rimprovera a JxCat di aversprecato l’eredità del 1 ° ottobre’ negli ultimi tre anni, quindi non crede che ci siano le condizioni per riattivare la dichiarazione unilaterale di indipendenza. La scommessa del partito è anche quella di indire un nuovo referendum vincolante concordato con il Governo, ma a differenza di altre formazioni, gli anticapitalisti hanno fissato una data: al massimo nel 2025. Tuttavia, in campagna elettorale hanno sostenuto che la consultazione non sarà mai un’opzione se non è abbastanza forte per forzare un accordo con Madrid.

La CUP è favorevole a proseguire il dialogo con lo Stato, ma soltanto se Madrid accetterà di rilasciare l’amnistia per i prigionieri politicifrutto del referendum del 2017 e se riconoscerà il diritto all’autodeterminazione.

Lo svolgimento di un referendum, secondo CUP, non dovrebbe dipendere dai voti ottenuti dal movimento indipendentista, perché poter votare per l’autodeterminazione, secondo il partito, già raccoglie il consenso dell’80% della popolazione catalana, che non necessariamente vota per i partiti indipendentisti, come dire che gli indipendentisti possono riconoscersi in qualsiasi partito.

La posizione più moderata del PdeCAT, ora escluso dal Parlamento in quanto non ha superato lo sbarramento del 3%, difende un referendum concordato, vincolante e riconosciuto a livello internazionale. Non fissa una data, auspica che si possa tenere ‘il prima possibile’, e fa autocritica.

«Crediamo in una Catalogna indipendente, ma la strategia non può essere la stessa di quella dell’ultima legislatura. Ci sono mancate una mentalità di Stato e strategie proprie come Paese. La strategia politica non può essere esclusivamente quella del confronto sterile», recitano in un documento elettorale. Serve tessere una strategia unitaria di indipendenza, sostiene PdeCAT, e critica la proposta di JxCat di espandere il DUI.

Una maggioranza indipendentista si potrebbe formare se si strutturasse un accordo strategico tra ERC, che punta al negoziato, fosse anche lento, con Madrid, e JXCat, che invece preferirebbe forzare, con un appoggio esterno di CUP e una partecipazione di En Comù Podem (coalizione locale catalana di Podemos, che ha 8 seggi). Insieme i quattro avrebbero 82 seggi. Escludendo Podemos, la coalizione si fermerebbe a 74, ma sarebbe a rischio nelle situazioni in cui CUP facesse mancare il suo appoggio esterno, perché in quel caso i seggi scenderebbero a 65.
ERC, avendo tra i quattro il maggior numero di seggi, potrebbe imporre il proprio candidato alla presidenza della Generalitat, Pere Aragonés, probabilmente neanche troppo sgradito a Madrid. Sul programma di governo dovrebbero impegnarsi ERC, JXCat e En Comù Podem, mentre CUP -che comunque ha già da subito fissato paletti ben chiariper una sua adesione e per la diversità della tipologia di adesione, consapevole della sua centralità- potrebbe difendere la sua ‘diversità’ restando esterno al governo, non dovendo impegnarsi dunque su di un programma che non condivide se non in parte, e però assicurare l’appoggio esterno.

Probabilmente il governo potrebbe riuscire navigare, almeno per un po’, e nel frattempo provare aprire canali si comunicazione vera con Madrid.

Non aiuta a smussare angoli e trovare accordi la forte rivalità tra i leader di ERC e Junts per Catalunya, con quest’ultima che subisce la gravosa influenza del leader carismatico Carles Puigdemont, autoesiliatosi in Belgio per sfuggire alla detenzione, cocciuto nella difesa dalla convocazione unilaterale di un nuovo referendum per la secessione.

ERC, che come tutti i partiti indipendentisti ha firmato un patto anti-socialista, in mancanza di un accordo con gli altri due partiti indipendentisti,potrebbe essere tentato da una maggioranza progressista di sinistra con il Psc ed En Comù Podem, che sommerebbe 74 seggi.
In queste prime ore, in effetti, il Psc, con il suo candidato Salvador Illa, sembrerebbe puntare proprio a questo tipo di soluzione. Forse ERC avrebbe difficoltà a spiegare questo cambio di posizione al suo elettorato, ma i socialisti potrebbero dare loro una mano, infatti Pedro Sanchez, pur di ottenere di mandare il suo candidato, Salvador Illa, alla guida della Generalitat, potrebbe essere disponibile a concessioni significative, come l’indulto ai leader indipendentisti (anche se per il momento i socialisti giurano il contrario) e aprire un ‘tavolo di dialogo’ con qualche grado di sincerità tra Madrid e Barcellona, almeno sull’autonomia se non proprio e subito sul referendum per l’autodeterminazione, anche perché Madrid non può ignorare il messaggio uscito dalle urne di domenica: l’indipendentismo cresce, almeno relativamente. Infatti, la pandemia ha determinato una ridotta affluenza alle urne, da qui il superamento del 50% dei voti per gli indipendentisti, i quali, nel complesso, hanno raccolto 630 mila voti in meno rispetto al 2017, quando l’affluenza era stata molto più alta, e dunque godono di un appoggio effettivo pari al 26% degli elettori totali.
Pere Aragones, dopo il voto di domenica, ha dichiarato che c’è una «maggioranza indipendentista e di sinistra molto chiara», e il Presidente di Erc, Oriol Junqueras, in carcere, sostiene che l’alleanza con i socialisti èimpossibile’ perchè si tratta di un partito ‘agli antipodi’, rappresentando «una monarchia corrotta e decadente», e che ha difeso l’incarcerazione dei prigionieri politici.

Mentre Sanchez e Illa lavorano a questa opzione, gli indipendentisti dovranno provare mettere da parte le divisioni e trovare un equilibrio capace di reggere alla prova del governo.

Il 12 marzo si terrà la prima sessione plenaria della legislatura, nel corso della quale dovranno essere eletti il Presidente del Parlamento, due vicepresidenti e quattro segreterie. Già per queste prime elezioni sono partite le trattative. Ma le trattative più complicate sono quelle che entreranno nel vivo nei 10 giorni successivi alla costituzione del Parlamento, per l’investitura del Presidente della Generalitat, che di fatto prelude alla formazione del governo. Entro il 26 marzo dovrà tenersi la prima votazione per il Presidente. Se questo primo voto, come molto probabile, non darà alla Catalogna un Presidente, si proseguirà con le trattative fino ad un massimo di due mesi. Se, dopo due mesi dalla prima votazione di investitura, nessun candidato viene eletto, la legislatura viene sciolta e dopo 54 giorni vengono indette nuove elezioni, ipotizzabili attorno alla metà di luglio.

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