martedì, Settembre 21

Catalogna indipendente fuori dalla UE? la Spagna fallirà Pilar Rahola, politica ed intellettuale catalana: "Ciò che è iniziato con Felipe V, finirà con Felipe VI"

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Barcellona – Negli ultimi mesi si parla sempre più spesso dell’intenzione della Catalogna di separarsi dalla Spagna. Infatti, il 9 novembre si dovrebbe tenere una consultazione popolare, una specie di referendum, a cui voterebbero solo i residenti in Catalogna, non tutti i cittadini spagnoli.

La ‘consulta’ (così viene chiamata in territorio iberico), sarà composta da due domande: «Vuole che la Catalogna sia uno Stato?» e, in caso di risposta positiva, «Vuole che sia uno Stato indipendente?».

Nonostante le tendenze di separazione ci siano da tempo, la consultazione viene indetta proprio in questo momento perchè il livello di insoddisfazione nei confronti della Spagna ha raggiunto il suo massimo, e per la prima volta  ci sono possibilità che i separatisti siano in maggioranza e che, dunque, un’azione del genere abbia successo.

Ma quali sono le motivazioni per le quali la Catalogna ha deciso di chiedere l’indipendenza? Ne parliamo con Pilar Rahola, politica ed intellettuale catalana, dichiaratemente indipendentista, ma apprezzata in tutta Spagna e molto presente nei media iberici. Rahola è anche membro del Comitato consultivo per la transizione nazionale della Catalogna, istituito dal Presidente catalano Artur Más, ed in quest’intervista ci spiega i motivi storici, identitari, sentimentali ed economici per i quali i catalani credono di aver diritto ad uno Stato proprio, e ci commenta la provocazione del Governo spagnolo il quale sostiene che, nel caso diventasse indipendente, la Catalogna verrebbe espulsta dall’Unione europea.

Dottoressa Rahola, Lei è membro del Comitato consultivo per la transizione nazionale della Catalogna. Di che cosa si tratta?
La Catalogna ha iniziato un processo supportato dalle urne. Alle ultime elezioni, due partiti avevano promesso che, in caso di vittoria, avrebbero promosso una consultazione per decidere il futuro del nostro Paese. Questi due partiti insieme hanno ottenuto la maggioranza dei voti. A partire da quel momento è iniziato un dibattito parlamentare per preparare il processo, con l’obiettivo di organizzare una consultazione popolare. Uno degli elementi che faceva parte dell’accordo era quello di formare un consiglio formato da persone esterne. I membri del consiglio non hanno una remunerazione, non dipendono dal Governo né, in generale, da soldi pubblici. Abbiamo elaborato insieme cinque possibilità per  impostare la domanda della ‘consulta’, abbiamo dato gli argomenti giuridici per poterla fare ed ora stiamo preparando 19 rapporti su ‘come sta la Catalogna oggi’. Stiamo pianificando come sarà il nostro primo giorno da indipendenti, concentrandoci sugli eventuali problemi che potrebbero esserci. Questo processo deve essere democratico e normale. Il giorno dopo aver fatto il passo avanti, tutto deve scorrere con la maggiore normalità possibile. Questa è la nostra funzione: preparare il processo che porti ad una Catalogna libera e, dunque, separata dalla Spagna.

Tutto ciò avverrebbe, però, dopo la consultazione popolare che avete in piano per il 9 novembre.
La nostra intenzione è quella di rispettare le leggi, perchè siamo persone oneste, non siamo né violenti né complicati. Ciò che accade è che siamo arrivati ad una situazione in cui crediamo che non sia più possibile vivere in Spagna: è un Paese letale per i nostri interessi e consideriamo che, come Nazione millenaria, abbiamo il diritto di avere uno Stato proprio. Siccome abbiamo deciso di farlo in un modo legale, avevamo tre opzioni chiare e definite dalla legge. La prima era chiedere allo Stato che ci permettesse, perchè è sua potestà, fare un referendum in Catalogna. Sapevamo che ci avrebbero risposto di no, perchè il DNA spagnolo non è democratico: la Spagna è un Paese di colonizzatori e colonizzati, la terra della corona sopra il cavallo. La seconda opzione è quella di fare una consultazione popolare, secondo la legge catalana. Il patto dei partiti catalani è di indirla per il 9 novembre. Se anche questo viene impedito dallo Stato, allora indiremo delle elezioni plebiscitarie, e si tratterebbe già del processo di rottura vero e proprio. La sorte della Catalogna sarà decisa il 9 novembre o, al massimo, qualche mese più tardi attraverso delle elezioni.

Quando parla di Catalogna, si riferisce geograficamente alla regione autonoma?
Assolutamente no. Intendo Catalogna come nazione millenaria. Il fatto che costituzionalmente ci considerino come una regione non implica il fatto che noi non ci sentiamo una regione. Siamo un popolo che ha mille anni di storia. Abbiamo perso i nostri diritti costituzionali solo 300 anni fa, come frutto di una guerra e di un diritto di conquista. Da allora non abbiamo avuto una sovranità propria e ciò che vogliamo è recuperarla.

Lei ha parlato di ‘300 anni di sottomissione’…
I 300 anni di rapporti con la Spagna non sono stati democratici. Abbiamo vissuto più anni sotto repressioni e dittature, o assolutismi, che in democrazia. Il periodo più lungo di democrazia lo stiamo vivendo proprio ora: è la prima volta nella storia che siamo senza dittatura e senza essere sottomessi ad un Esercito per così tanto tempo. Però, dal 1714 fino al 2014 il percorso della Catalogna è stato un susseguirsi di leggi che hanno proibito la nostra lingua, bombardamenti, dittature, esìli. Non si può dire che il rapporto della Catalogna con la Spagna sia amichevole. Non lo è mai stato.

Quali sono i motivi principali per i quali volete l’indipendenza?
Ci sono tre tipi di motivi che per la prima volta in tanto tempo stanno convergendo. Motivi sentimentali ce ne sono stati sempre: siamo una Nazione, abbiamo una nostra lingua (i primi scritti in catalano sono dell’anno 900): dunque un po’ di storia ne abbiamo. Abbiamo avuto regni propri ed una nostra sovranità fino a poco tempo fa. Dopo una guerra fratricida e durissima, quella del 1714, e dopo l’assedio di Barcellona che è durato per mesi, c’è stato l’esilio di migliaia di catalani, e l’assassinio di tanti altri. C’è stata una repressione brutale, ed alla fine ci hanno addomesticati. Nel diciannovesimo secolo, Barcellona è stata bombardata per tre volte. Nel ventesimo, invece, abbiamo sofferto due dittature, diversi processi di repressione, il fucilamento del nostro Presidente, e leggi di qualsiasi tipo per proibire la nostra lingua.

È vero che uccidevano le persone se per strada parlavano in catalano?
Il franchismo ha ucciso migliaia di persone, gettate in fosse comuni. La prima condanna a morte che ha firmato Franco, in un processo militare, è stata quella di un mio prozio. La ragione? Era un intellettuale che difendeva la Catalogna e la pace. Per questo motivo è stato fucilato. Questa è stata la prima condanna a morte legale, ma prima di lui molta altra gente era già stata uccisa senza un processo. A lui hanno fatto un processo in pompa magna, per castigare la borghesia catalana ed il mondo intellettuale, per minacciarli e ammansireli. Più tardi la stessa sorte è toccata al Presidente catalano Lluís Companys, che è stato dato in pasto a Franco e fucilato. Oltre a Franco, abbiamo avuto anche altre repressioni brutali. Nel ventesimo secolo, quella di Primo de Rivera. Nel diciannovesimo, Fernando VII recuperò l’inquisizione, e proibì di parlare il catalano anche durante la messa. Prima era vietato parlarlo nei teatri, nelle scuole, poi sempre di più. Alla fine, potevi parlarlo solo nella cucina di casa tua.

 Qual’è il secondo motivo per l’indipendenza?
Quello dell’identità. Le Nazioni hanno come obiettivo, normalmente, quello di governare sè stesse. C’è un momento in cui ogni Nazione del mondo si pone questa questione. Se non lo fanno, è perchè sono oppresse. Formava parte della logica della storia che la Catalogna dicesse: ‘è il mio momento’.

Si dice che i catalani vogliono l’indipendenza anche per motivi economici.
Forse l’elemento più importante è proprio la spoliazione economica che soffre la Catalogna da parte dello Stato spagnolo. Non è accettabile che una grande percentuale del nostro PIL se ne vada ogni anno dalla Catalogna (stiamo parlando di 15.000 milioni di euro) senza poi tornare, nonostante il fatto che abbiamo un deficit, abbiamo povertà e problemi di ogni tipo. Non solo lo Stato si tiene i soldi e ne fa ciò che vuole, ma non rispetta gli accordi presi nei nostri confronti. Non ci paga in materie sensibili come quelle dell’indipendenza, ma neanche, per esempio, la sanità. E poi, ci castiga permanentemente e non ci approva la realizzazione di infrastrutture delle quali abbiamo bisogno come economia e società avanzata e competitiva. Vi faccio un esempio: più di 30 anni fa, la Catalogna è stata la prima a parlare di alta velocità. La Spagna ha deciso di fare l’AV tra Madrid e Siviglia, due città non connesse con nient’altro al mondo. E la Catalogna, fino all’anno scorso, non era connessa con Parigi, quando le nostre merci hanno bisogno di un canale d’uscita. Com’è possibile che un territorio che dà tanti soldi allo Stato, poi, dallo Stato non ottiene nulla in infrastrutture, aiuti, accordi? Siamo tra i primi a dare, e tra gli ultimi a ricevere. Tutto ciò, sommato ad una pressione fiscale terribile, ha fatto sì che molta gente dica: ‘Basta, la Spagna non ci serve’. Aggiungerei, poi, un quarto elemento. Il disprezzo. Uno vuole rimanere nella casa di qualcuno che gli vuole bene. Pero quando stai vivendo in casa di qualcuno che non ti ama, che ti insulta, che disprezza la tua lingua, la tua identità, e cerca permanentemente di fare delle leggi per ridurti quella poca sovranità che hai, ti chiedi, qualè il motivo per rimanere qui. Che gli vada bene, ma li vogliamo come vicini, non come occupatori della nostra terra.

Quali sono, invece, le ragioni della Spagna contro l’indipendenza della Catalogna?
C’è un motivo reale, e poi ci sono i motivi che ci dovrebbero dare, ma che non vengono dati. Il motivo reale è molto semplice: la Catalogna è un business per la Spagna. In senso economico.

Il Governo spagnolo lo dice apertamente?
Si, anche se non in questi termini. Dicono che la Catalogna è molto necessaria per l’economia. Ci sono stati diversi leader politici che hanno dichiarato che senza la Catalogna la Spagna non starebbe in piedi. Pertanto, riconoscono la dipendenza. Poi, però, dovrebbero esserci motivi di tipo sentimentale, che ci farebbe molto piacere sentire. Se sentissimo il Presidente del Governo spagnolo dire ciò che il Premier Cameron dice agli scozzesi, se qualcuno ci dicesse ‘vi vogliamo tanto bene’ e ‘nonostante avessimo iniziato con il piede sbagliato, c’è un futuro condiviso’, saremmo felici. Ma finora abbiamo solo ricevuto aggressività. La risposta della Spagna è sempre stata un ‘no, no, no’. Sequestrano la Costituzione, che permetterebbe perfettamente una consultazione popolare (la Costituzione non permette rompere la Spagna, ma permette chiederlo), per sequestrare la democrazia. Ci lascino chiederlo, è il minimo.

Siamo sinceri, la Spagna è disposta a permettere un referendum, ma a patto che votino tutti i cittadini spagnoli, non solo quelli catalani.
Questa è un’idiozia. È come se il futuro della Scozia lo decidessero anche i gallesi. Il futuro della Catalogna non può essere deciso in Andalusia, Extremadura o a Madrid. Il Governo parte dalla negazione della nostra condizione di Nazione. Il mondo sa che siamo una Nazione, con un passato importante ed un peso specifico, con una capitale potente ed orgogliosa – Barcellona. Siamo un popolo che ha dato tanto al mondo: artisti, medici, chef. Abbiamo una delle migliori squadre di calcio del mondo. La Catalogna è un Paese importante, che ha fatto parte di uno Stato predatore, che lo ha sfinito. Siamo così pacifisti, che saremmo rimasti in Spagna solo se ci avessero voluto un po’ di bene. Però vogliono solo i nostri soldi. Come un parassita, prima ti dissanguano e poi ti insultano.

La questione più ‘calda’ è che, se diventate un Paese indipendente, potreste essere ‘espulsi’ dall’Unione europea.
Fa parte della cultura di chi vuole disseminare paura, far credere alla popolazione catalana che, in caso di indipendenza, usciremo dalla stratosfera. Probabilmente incontreranno un satellite nuovo, si chiamerà Catalogna, localizzato fuori dalla Via Lattea, alla periferia dell’universo. Il Presidente del governo Mariano Rajoy ha detto che saremo come l’isola di Robinson Crusoe. Il povero Robinson penserà di avere le allucinazioni quando vedrà tutti questi catalani che arrivano sulla sua isola.

Quanti siete?
Nell’odierna regione autonoma siamo sette milioni. Includendo le zone limitrofe, dove si parla catalano, 10 milioni. Siamo più grandi di molti Paesi dell’Unione europea. Perciò, quando ci dicono che finiremo fuori dall’UE, fuori dalle istituzioni, fuori dal mondo, noi ridiamo. Per tre motivi. Il primo, perchè se la Catalogna uscisse dall’UE, sarebbe la fine della Spagna, perchè oltre l’80 percento delle merci spagnole passa attraverso la Catalogna. Non essendo noi membri dell’UE, attraverso le nostre frontiere non passerebbe neanche un pomodoro! La Spagna è il Paese che più vorrà che la Catalogna rimanga dentro all’Unione. Poi, può l’UE permettersi di perdere 7 milioni di consumatori, ed un territorio che ospita ben 8 mila multinazionali? Sembra abbastanza assurdo. Un’Europa piena di problemi deciderebbe di far andar via una Nazione dinamica e con molta forza economica ed industriale? Non ci credo. Nell’UE tutti gli accordi vengono risolti in base agli interessi economici. Poi, noi siamo già membri dell’UE, siamo soci fondatori. Non c’è nessuno statuto, nessun regolamento dell’Unione che parli del nostro caso. Siccome finora non è mai successo che un pezzo di uno Stato dell’UE si rompa, si tratterebbe di una situazione nuova e, non essendoci alcuna legislazione in questo campo, al momento stiamo parlando di aria fritta. Personalmente, mi è difficile immaginare una UE che sta negoziando con il Kosovo che non voglia Barcellona al suo interno. Poi, se proprio non ci vorranno, nonostante i problemi che ciò comporterà per l’Euro e per le 8 mila multinazionali che ci sono qui …

Volete diventare una nuova Svizzera?
No. Però, immaginati che al Presidente della Volkswagen, che ha appena aperto una nuova  fabbrica nuova in Catalogna, la Merkel dica: “sei fuori dall’Euro”. Pensi che non la chiamerà per convincerla del contrario? E comunque, per quanto poco credibile, ma nel caso in cui tutto il mondo fosse così pazzo da non volerci, diventeremmo una di quelle isole tributarie così belle, la più bella del Sud Europa, e vedremo cosa succederà. Noi catalani sopravviveremo, non abbiamo paura di nulla. In realtà, quello che ci fa paura è rimanere in Spagna, perchè ci sta portando alla bancarotta. Fuori dalla Spagna il futuro è nostro!

Qualche mese fa Shakira ha deciso di fare una canzone in catalano. Un rischio?
Senza dubbio, sì. È incredibile che la Spagna vada al festival eurovisivo cantando in inglese, ma che Shakira non possa cantare in catalano. Fa parte di quelle cose assurde dell’imperialismo linguistico spagnolo, al posto di capire che le Nazioni possono essere plurilinguistiche. Shakira ha fatto un atto d’amore, niente di più. È innamorata profondamente del calciatore Gerard Piqué, ed una delle canzoni preferite di lui è ‘Boig per tu‘. Una canzone di un cantante che è morto giovane, e che Shakira ha voluto pubblicare come una sorpresa per Piqué. Credo che Shakira mai avrebbe immaginato che il suo atto d’amore si sarebbe convertito in un motivo di insulto, di attacchi e di burle. Nessun’essere normale può immaginare che cantare l’amore in una determinata lingua  possa essere oggetto di attacchi. Non era una canzone politica. Ciò dimostra fino a che punto arriva l’intolleranza spagnola rispetto a lingue e popoli diversi da loro: è profonda e antidemocratica. Però, alla fine, Shakira è stata numero uno in iTunes, è quello che conta.

La Spagna è una monarchia, e sappiamo che lei ha un’opinione particolare sulle monarchie.
Non ho nessun rispetto per un’istituzione la cui professione viene decisa da un unico spermatozoo. È contrario alla logica ed ai valori del ventunesimo secolo. Le persone devono avere la possibilità di ottenere una buona posizione lavorativa per il loro valore, le loro capacità, perchè sono i migliori nel campo. E deve sempre esistere la possibilità che qualcuno venga rimosso dall’incarico se non svolge bene il proprio lavoro. Le famiglie reali fanno parte di quelle vecchie tradizioni feudali dove il potere è deciso dal sangue. Oltre a ciò, in Spagna ci sono i Borboni, una famiglia che è stata letale per la Catalogna. Abbiamo perso i nostri diritti proprio sotto le armi di uno di loro, Felipe V. Per decenni i catalani hanno chiamato il water di casa ‘Can Felipe’ (la casa di Felipe), giusto per far capire quanto l’abbiamo amato. I Borboni non hanno mai imparato la nostra lingua, non si sono mai interessati per la nostra cultura. Loro non sono i nostri sovrani. Ci adattiamo alla situazione, quando vengono qua li accogliamo correttamente, perchè siamo gente educata. Tutto ciò che è iniziato con Felipe V, finirà con Felipe VI.

Immagina quali siano i motivi per cui re Juan Carlos ha deciso di abdicare?
Il prestigio della famiglia reale è in caduta libera. C’è un susseguirsi di scandali. Prima è stata scoperta un’amante del re, che vive da anni a palazzo a spese della collettività. Poi, durante la crisi più profonda, il re è stato fotografato mentre era a caccia di elefanti in Africa. La sposa di Felipe, la regina Letizia, scappa spesso dal palazzo, e va a concerti alternativi, il ché è un danno all’immagine della famiglia reale. Poi, la principessa Cristina, figlia di Juan Carlos, sorella dell’attuale re Felipe, è imputata assieme al marito Iñaki Urdangarin per frode economica e riciclaggio di denaro, e le indagini stanno allargandosi di giorno in giorno. Terzo motivo è la percentuale dei repubblicani in Spagna, in crescita costante. Infine, il successo della sfida catalana, di cui stiamo parlando oggi.

Anche in Veneto sta tirando un’aria di indipendentismo. Dobbiamo prenderla sul serio?
Sinceramente, non conosco benissimo la situazione del Veneto. È, però, certo che in un’Europa sempre più unificata ci saranno regioni economicamente più forti, o con un’identità più forte di altre, che vorranno la loro isoletta di potere. Io non potrò mai alzare la voce contro un popolo, un territorio o un gruppo di persone che vogliano reggersi con leggi proprie, perchè credo che sono i cittadini ad avere il diritto a deciderlo. In questo senso, ho molto rispetto per ogni conflitto, perchè ognuno ha le sue ragioni. Ma il nostro caso è differente dal Veneto perchè stiamo cercando di risolvere un conflitto che dura da secoli. Detto ciò, rispetto ciò che succede in Veneto, e desidero che venga risolto in maniera pacifica, tranquilla e democratica.

 

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