lunedì, Settembre 27

Catalogna: in gioco c’è lo Stato moderno, ergo, il problema è europeo Il filosofo Carlo Lottieri, autore, insieme a Marco Bassani, del ‘Manifesto in difesa dei diritti dei catalani’, ci spiega perché la Catalogna è un ‘affare’ europeo che dovrebbe preoccupare ognuno di noi

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Il vostro appello si rivolge a chi in particolare? Chiedete ‘un’iniziativa internazionale che sostenga la battaglia’ dei catalani. A cosa pensate e quali dovrebbero essere gli autori? E cosa la UE ritenete possa e debba fare?

Il nostro appello si rivolge in primo luogo ai cittadini e quindi chiede che ognuno, come può, si mobiliti perché in Europa non ci siano prigionieri politici e perché non ci sia chi, come Carles Puigdemont prima e la stessa Anna Gabriel poi, sono costretti a lasciare il Paese per poter continuare a combattere la propria battaglia politica. È interessante: il liberal-conservatore Puigdemont e l’anticapitalista radicale Gabriel sono entrambi costretti all’esilio da una magistratura controllata dalla politica e da un regime sempre più antidemocratico. E la loro colpa consiste nel chiedere che venga riconosciuto il ‘diritto di voto’ dei catalani.

Ci pare assurdo, ad esempio, che nessuno in Italia abbia contestato le prese di posizione assunte da Antonio Tajani, che proprio nelle ore della violenza del primo ottobre è stato dalla parte di chi picchiava e non di chi è picchiato. C’è anche bisogno di una stampa più vigile e aperta, oltre che di una società civile più consapevole che quanto succede a Barcellona o ad Ankara ci riguarda tutti.

Voi fate un parallelo con la Scozia, ma la situazione scozzese è stata diversa. Dal punto di vista del diritto (ma anche dell’agire politico) non crede che siano due situazioni assai differenti?

La situazione è molto diversa, ma la principale differenza sta nel fatto che il Regno Unito ha una tradizione maggiormente liberale e ora guarda con stupore l’autoritarismo franchista che caratterizza la politica spagnola. In Scozia si è potuto votare, così come (per due volte) in Canada hanno dato ai québecois la possibilità di esprimersi. Sottolineo che in entrambi i casi l’opzione indipendentista è stata scartata dagli elettori, anche perché quando hai la facoltà di scegliere sei già in una condizione diversa. In Spagna c’è una tradizione politica di altro tipo, che collega la monarchia dell’Inquisizione al nazionalismo novecentesco.

Anche il diritto internazionale è contro la Catalogna, non crede?

Non credo affatto. Innanzi tutto è importante ricordare che il principio di autodeterminazione dei popoli è stato riconosciuto a vari livelli. È sicuramente vero che quando fu formulato esso veniva pensato, dagli europei, come un diritto da riconoscere solo alle popolazioni extra-europee, ma oggi il diritto internazionale non può più basarsi su tali distinzioni (che portavano in sé elementi di eurocentrismo – se non di razzismo – del tutto ingiustificabili). Dopo quanto è accaduto in Kosovo, per giunta, si può dire che il principio di autodeterminazione ha già avuto applicazione pure in Europa e che esso si colloca al sopra delle costituzioni.
Mi preme anche rilevare che, sopra il diritto internazionale, esiste poi un diritto naturale: e che questo diritto di ogni comunità a non essere dominata va sempre tenuto in considerazione, se si vuole costruire un mondo meno ingiusto.

Se alla Catalogna venisse spianata la strada dell’indipendentismo non crede che il rischio per il concetto stesso di Stato-Nazione sarebbe elevatissimo? E non credete che la sfida che la Catalogna pone sia proprio correlato a quello della statualità del futuro?

Non penso affatto che quello che Lei presenta sia un rischio: credo che sia un’opportunità. È necessario che lo Stato nazionale, che è stato all’origine di tante tragedie nel corso dell’Ottocento e del Novecento, sia gettato nella spazzatura della storia. Le istituzioni attuali (pensate e costruite come carceri) devono lasciare il posto a istituzioni liberamente: a quelli che Ernest Renan chiamò i ‘plebisciti di ogni giorno’ e che Murray Rothbard  definì le ‘Nazioni per consenso’. Sicuramente è vero che in Catalogna è in gioco lo Stato moderno, e non solo lo Stato nazionale. È in gioco quella visione che ha opposto dominatori (governanti) e dominati (governati), e che ha voluto negare ai cittadini la possibilità di definire e ridefinire – grazie al voto o anche in altro modo – la propria appartenenza a un ordine politico o a un altro.

La compattezza con cui tutte le destre e le sinistre europee, le forze dell’establishment e quelle populiste, si sono schierate contro la Catalogna ci dice proprio quanto sia decisiva e importante la posta in gioco.

L’esito del voto italiano, in questo contesto di riflessione che la Catalogna ci propone, cosa crede possa aprire e quali riflessioni Le suscita?

Il voto italiano ci dice che ormai i nostri concittadini sono per lo più disillusi di fronte allo Stato, che vedono più come un nemico che come un’entità posta al loro servizio. Quello che viene spesso rubricato come ‘populismo’ è anche l’insoddisfazione per un sistema di potere cinico, che colpisce chi lavora e moltiplica i parassitismi.

Il voto trasmette anche un’Italia spaccata in due, dato il Movimento Cinquestelle ha saputo interpretare la richiesta di assistenzialismo del Mezzogiorno in maniera molto convincente. L’altro vincitore delle elezioni, la Lega, a sua volta ha abbandonato ogni logica liberale e ogni progetto orientato a garantire l’autogoverno delle comunità: Matteo Salvini punta all’Italia, al potere romano, e non ha il minimo interesse per il diritto delle comunità locali a gestire il loro futuro.

Credo che le due forze vincitrici di questi giorni presto dovranno fare i conti con la realtà e credo anche che la ragionevolezza di un ordine politico altamente decentrato e concorrenziale potrebbe iniziare ad imporsi: soprattutto in Veneto e non soltanto. Anche in questo senso, la crisi catalana ci dice molto sul futuro dell’Italia e pure del resto d’Europa.

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