lunedì, Settembre 20

Catalogna e la voglia ‘forte’ di indipendenza Intervista alla professoressa Paola Lo Cascio, docente di storia contemporanea preso l’Universitat de Barcelona

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Cos’è che ha portato il movimento di indipendenza catalana ad essere così forte oggi?

E’ importante considerare, a tal proposito, un quadro generale, definito dall’indebolimento delle opzioni europee, dopo il 2004, che favorisce il ritorno di un certo appeal dello Stato-Nazione. Bisogna, poi, tenere in mente alcune vicende specifiche, che hanno a che vedere con la Sentenza del Tribunale Costituzionale, il quale nel 2010 dichiarò incostituzionale una parte dello statuto d’autonomia riformato nel 2006. La questione risulta essere rilevante, in quanto lo statuto era stato approvato secondo il procedimento previsto dalla Costituzione. Una volta approvato dal Parlamento Catalano nel 2005, lo statuto venne poi esaminato dal Parlamento statale – che ne aveva già limitato alcuni dei punti essenziali, come per esempio il riconoscimento esplicito del carattere di ‘Nazione’ della Catalogna -; il testo approvato dalle Cortes venne votato in referendum dai cittadini catalani. Quando il Tribunale intervenne (su ricorso del Partido Popular, PP) nel 2010 e ne annullò alcune parti – che in altri statuti invece continuano ad essere in vigore, come nel caso dell’Andalusia -, la sensazione della cittadinanza catalana fu quella di essere stati in qualche modo truffati, e cominciò ad ingrandirsi quella che il President de la Generalitat dell’epoca, il socialista Josè Montilla, chiamò la ‘disaffección’. Quest’ultima fu evidente nella manifestazione contro la sentenza tenutasi nel luglio del 2010, ovvero una manifestazione unitaria e grandissima. Fu proprio in quell’occasione che le spinte indipendentiste presero una dimensione più che notevole, anche se un ulteriore elemento che ha pesato ancor di più  sulla crescita del movimento indipendentista catalano è stato, certamente, la crisi economica.

L’indipendentismo è stato almeno fino al 2014 – quando sono scesi in campo altri soggetti politici (come Podemos) -, il ricettacolo di frustrazioni e malesseri assai diversi, quasi una forma di protesta assai diffusa e trasversale. Nel corso degli anni, però, hanno prevalso le inquietudini di una classe media impoverita, o con la paura di impoverirsi. Certamente non siamo di fronte ad un fenomeno come la Lega Nord italiana, perché il movimento è molto ampio. Però possiamo dire che negli ultimi anni all’interno l’indipendentismo catalano è cresciuta anche una sorta di ‘Lega Nord’ italiana. Per comprendere le  ragioni di crescita del movimento indipendentista bisogna, inoltre, tenere conto degli equilibri politici regionali. Dal 2012 i partiti tradizionali del nazionalismo conservatore – responsabili dell’applicazione di misure d’austerità molto dure e protagoniste di casi di corruzione assai gravi – hanno rivendicato loro stessi l’indipendenza, per non rimanere travolti da un movimento che in quel momento era diventato davvero dirompente, superando in questo modo le loro difficoltà elettorali.

Quali sono le forze politiche che hanno portato avanti e sostenuto l’indipendenza catalana nel corso della storia?

Negli anni Trenta Estat Català; negli anni Sessanta il Partit Socialista d’Alliberament Nacional dels Països Catalans (Partido Socialista de Liberación Nacional de los Países Catalanes),

PSAN; dagli anni 90 l’ERC; e dal 2012 entrano in parlamento le Canditatures d’Unitat Popular (CUP), l’estrema sinistra indipendentista.

Secondo lei, quali riflessi psicologico-politici avrà una vittoria del movimento indipendentista catalano sulle altre realtà spagnole indipendentiste, esempio i baschi e altri? 

Credo che, per ora, in Euskadi – Paesi Baschi –  le spinte indipendentiste siano piuttosto deboli. La sinistra indipendentista basca dopo la fine della violenza dell’ETA si sta reinventando, e certamente crede che la via catalana possa essere d’ispirazione. Bisogna dire però che il Partido Nacionalista Vasco – che governa la Comunità Autonoma e le tre province – Álava, Biscaglia e Guipúzcoa – , per adesso non ha nessuna intenzione di rivendicare uno Stato indipendente. Certamente vogliono un riconoscimento nazionale esplicito ed il rispetto delle competenze del loro statuto d’autonomia, ma ritengono che sia sostanzialmente sufficiente l’autonomia fiscale attuale, frutto di un patto bilaterale con lo Stato centrale, nel quadro delle inevitabili sovranità condivise nel quadro europeo. Di fatto così si è espresso più volte il Lehendakari, ovvero il presidente della comunità autonoma basca, Iñigo Urkullu.

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