venerdì, Settembre 17

Catalogna, dopo il voto la politica

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Barcellona
– È un lunedì sonnacchioso e grigio, di un autunno tardivo arrivato solo da qualche giorno ma che vira già, e decisamente, verso l’inverno, il 10 Novembre: il giorno che tutti aspettavano, in Catalogna, da quando, un anno fa, Artur Mas -il Presidente della Generalitat de Catalunya- fissò un referendum che aveva pochissime possibilità di svolgersi e ancora meno di sortire qualche risultato concreto.
Tutto tace, quindi, il giorno dopo il referendum, diventato prima una ‘consulta’ e che, dopo essere stato sospeso dal Tribunale Costituzionale spagnolo, si è trasformato poi in ‘processo partecipativo’ (anche questo cassato dalla stessa Corte): qualcosa a metà tra sondaggio e manifestazione rivendicativa, in forma di urne.

Solo un mese fa Artur Mas era all’angolo, e ne è uscito brillantemente, grazie anche all’immobilismo del Governo Rajoy, che si è riparato dietro la Costituzione spagnola, trasformando in disputa unicamente giuridica uno scontro che è anche e soprattutto (non solo, ma anche e soprattutto) politico. Artur Mas ha mantenuto la promessa che aveva fatto poco meno di un anno fa: il 9 novembre i catalani sono andati a votare. È stato un successo personale. Ma sui cui risultati si può e si deve riflettere, se si vuole dare il giusto nome alle cose.

E dal voto del 9 Novembre emerge un dato molto chiaro: quella indipendentista è, almeno per ora, una parte fortemente organizzata e capace di grandi mobilitazioni all’interno della società catalana. Ma è una minoranza.

Vediamo i numeri. Sono andate a votare poco più di 2 milioni e 300 mila persone, poco meno del 40% degli aventi diritto alle elezioni della Generalitat del 2012 (che erano più di 6 milioni), le uniche sul cui registro elettorale si può fare affidamento. Di questa hanno espresso una chiara preferenza per l’indipendenza un 80% circa dei votanti.
Gli indipendentistiduri e purisono, dunque, allo stato delle cose, poco meno del 30% della popolazione catalana. Parliamo con il beneficio d’inventario, e citiamo cifre approssimate, perché il voto del 9 Novembre non è stata una consultazione ufficiale: la Generalitat, essendo stata bloccata per ben due volte dal Tribunale Costituzionale, non ha potuto porre in essere tutte le azioni che un’istituzione compie quando indice una consultazione ufficiale.
Il 9 Novembre non c’era, infatti, un registro elettorale ufficiale: per questo i dati sulla partecipazione e l’affluenza contano, ma fino a un certo punto. Non c’era una commissione elettorale che vigilasse sull’esatto svolgimento del voto. Non c’è stata una campagna in favore delle varie opzioni di voto (che erano per lo meno tre: indipendenza, confederazione con la Spagna, mantenimento dello status quo) ma un monologo di coloro che si vogliono separare da Madrid. La Generalitat non era un ente neutrale, ma parte in causa dello stesso ‘processo partecipativo’. Votavano, inoltre, anche gli stranieri legalmente residenti e i sedicenni: due categorie che non fanno di solito parte dell’elettorato.

Tuttavia, sarebbe assolutamente folle e controproducente da parte di Mariano Rajoy e dei popolari al potere, pesantemente fiaccati dai numerosi casi di corruzione che saltano fuori a ogni piè sospinto, ignorare il segnale venuto da Barcellona.
Anche se erano un ‘simulacro’ (come lo chiamano qui) di urne, le urne c’erano, e le file ai seggi le hanno viste in tutto il mondo. Non si sono verificati incidenti né scontri, tranne quanto successo a Girona, dove un gruppo di ragazzi ha scaraventato per terra un’urna, ed è stato poi riportato a più miti consigli dalla squadra di rugby locale, presente lì per votare. Quella messa in scena nei seggi è sembrata più una festa che una livida e accigliata manifestazione rivendicativa. Chi ha votato si è sentito parte di un momento storico importante, di un percorso collettivo e condiviso.
Ancora, sarebbe miope da parte della Moncloa, la sede del Governo spagnolo, leggere nei più di 4 milioni di catalani che sono rimasti a casa un’indicazione univocamente anti-indipendenza: o meglio, a favore della politica portata avanti sulla questione da Mariano Rajoy. Togliendo una percentuale fisiologica di persone che si astengono, molti di coloro che non hanno condiviso l’operazione 9 Novembre aspettano, però, soluzioni politiche da parte di Madrid che vadano oltre i ricorsi giuridici e la difesa dello status quo.

Un possibile modo per disinnescare labombaindipendentista sarebbe quello che propone il leader socialista, Pedro Sánchez: una riforma federale dello Stato. Federalismo che dovrebbe portare, tra le altre cose, alla costruzione di un’Agenzia delle Entrate catalana sulla falsariga di quelle basca e navarra. Un’operazione che la stessa Catalogna rifiutò nei primi anni di Transizione postfranchiesta. Quello che in Spagna chiamano un ‘patto fiscale’. Rajoy si è sempre detto contrario a quest’ipotesi: Mas ha invece glissato, ma è chiaro che se i catalani potessero gestire da soli il ricavato delle tasse da loro pagate (e non come ora mandarle a Madrid per poi ricevere trasferimenti dallo Stato in maniera proporzionale  -ma molti dicono inferiore-  alle loro necessità) una parte degli indipendentisti tornerebbe a essere quello che è sempre stata fino a due-tre anni fa, federalista o confederalista.

I popolari si oppongono, però, al momento alla riforma federale per due motivi: non vedono di buon occhio ogni cambiamento dell’assetto venuto fuori dalla Transizione postfranchista (toccare anche solo qualcosa metterebbe probabilmente in discussione tutto, Re compreso) e hanno nelle regioni (le cosiddette autonomías) una concentrazione di potere molto forte, contraria a concessioni alla Catalogna. Il motivo è semplice: la coperta è sempre una, e se si tira da una parte l’altra rimane scoperta. Più soldi alla Catalogna vorrebbero dire, in altre parole e per citare un esempio concreto, meno soldi all’Extremadura, alla Castilla La Mancha, alla Galizia, all’Andalusia (governata dai socialisti): si può fare, certamente, ma qualcuno ne dovrà soffrire l’indubbia ‘sofferenza’ elettorale che da ciò deriverebbe. E quel qualcuno non vuole essere Mariano Rajoy.
Non si può nemmeno tacere che negli ultimi anni, anche per effetto della crisi economica, in Catalogna il numero degli indipendentisti si è moltiplicato e anche partiti che tradizionalmente non lo erano (come Convergéncia, la forza che aveva espresso prima per 23 anni Pujol al governo della Generalitat e ora dal 2010 Mas) lo sono ora diventati: sui motivi ci sarebbe molto su cui discutere, ma questo è il dato di fatto.
Un dato di fatto che le urne hanno mostrato ancora una volta al mondo: una parte rilevante dei catalani vuole staccarsi dalla Spagna, pur non avendo nessuna sicurezza sul fatto che questo nuovo Stato stia dentro l’Unione Europea o dentro l’Onu. Anzi, avendo la quasi certezza che di queste istituzioni sovranazionali non farà parte.

Non ci si può aspettare da Mariano Rajoy che sia un ‘notaio’ della divisione della Spagna dopo secoli di storia: ma ci si deve aspettare da parte sua spirito di iniziativa, coraggio e una buona dose di impopolarità, anche all’interno del suo partito. Caratteristiche che finora a Rajoy sono evidentemente mancate, ma che possono, e devono, fare parte del bagaglio di un politico, se aspira a essere uno statista le cui decisioni hanno un effetto pratico sulla vita quotidiana delle persone.

È bene ricordare che le leggi, in primis la Costituzione, si basano sul consenso e su un contratto sociale, che non può essere eterno: ma è chiaro anche che ogni cambiamento o integrazione alle leggi stesse deve basarsi un nuovo contratto sociale, che dev’essere negoziato e discusso, anche attraverso il conflitto di idee e posizioni in campo. L’unanimismo di facciata non ha mai portato a niente; ma neanche la contrapposizione sterile.

Non sembra essere il momento di ulteriori spinte in avanti: Artur Mas sa di essere già arrivato molto oltre, e ha sempre escluso lo scenario ‘fine-di-mondo’ di una dichiarazione unilaterale di indipendenza, che al momento non ha il consenso della società catalana. Al momento, appunto.
Mariano Rajoy ha in mano una grande possibilità: quella di essere protagonista e promotore all’interno della politica e della società spagnola di una nuova fase di convivenza civile, che serva da qui per i prossimi decenni.

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