lunedì, Settembre 20

Catalogna: arriva l’Indipendenza (forse), non trova più i secessionisti Oggi il Parlament, al quale Puigdemont ha passato palla, potrebbe votare l’Indipendenza; prime defezioni tra i secessionisti, questa notte dimissioni del Ministro della Cultura, Santi Vila

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Oggi 27 ottobre potrebbe essere il giorno della dichiarazione unilaterale dell’Indipendenza della Catalogna, formalmente, cioè, il Parlament, l’assemblea della regione autonoma catalana, potrebbe votare e sancire la nascita della Repubblica di Catalogna.
La riunione plenaria di ieri si è conclusa in tarda serata con la sospensione e riconvocazione per le ore 12,00 di oggi, dopo che il Presidente della Generalitat Carles  Puigdemont gli aveva passato palla sulla dichiarazione dell’indipendenza. I parlamentari voteranno le proposte di risoluzione su come rispondere al ricorso dell’articolo 155 della Costituzione spagnola da parte del Governo del premier Mariano Rajoy. Articolo 155 che di fatto sospenderà l’autonomia, e, dalle 12 alle 14, secondo fonti parlamentari, potrebbe aver luogo la dichiarazione d’indipendenza. Nulla però è certo, la giornata convulsa di ieri è stata la dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che questa è una crisi in cui nulla è prevedibile.
Quanto sembra invece certo è il via libera, da parte del Senato di Madrid, del pacchetto di misure proposte dal Governo Rajoy che sospendono l’Autonomia catalana.
Altra certezza è la febbre dei secessionisti, la spaccatura all’interno del fronte secessionista -sempre più incapace di trattare il problema in termini autenticamente politici, e sempre più in balia a all’emotività e alle pulsioni di una ‘pancia’ che ha da tempo ‘divorziato dalla testa’- è conclamata.

Ieri, dopo una giornata di confusione, nel corso della quale si era affacciata molto più di una semplice ipotesi di scioglimento del Parlamento catalano da parte di Puigdemont e conseguenti elezioni anticipate, il Presidente stesso nel tardo pomeriggio è intervenuto e ha escluso le elezioni anticipate. «Non ci sono le garanzie che permetterebbero di celebrare le elezioni nell’assoluta normalità», cioé le garanzie che Madrid non proceda con la sospensione dei poteri legati all’autonomia, ha detto il Presidente. Aveva «considerato la possibilità» di sciogliere il Parlamento, ha spiegato Puigdemont, ritenendo fosse suo «dovere» tentare ogni via «per evitare l’impatto sulle nostre istituzioni dell’applicazione dell’articolo 155» , «abusiva e ingiusta», e «per trovare una soluzione concordata». Ma in cambio voleva «garanzie» da Madrid, e in assenza di queste per Puigdemont «spetta al Parlament procedere in modo che la maggioranza parlamentare decida sulle conseguenze dell’applicazione» dell’articolo 155. Ovvero: spetta al Parlamento catalano decidere se dichiarare l’indipendenza. Cosa che potrebbe accadere, appunto, oggi.

In tutto questo, mentre in piazza andava in scena il rito, che si ripeterà oggi davanti al Parlament, delle manifestazioni di piazza a sostegno dell’indipendenza -in mattinata le strade di Barcellona si erano riempite di universitari e studenti delle scuole superiori che nel pomeriggio hanno lasciato il posto ai movimenti pro-indipendenza-,   nei palazzi e sui social, prendeva visibilmente forma la crisi che da tempo si conosce del fronte secessionista.

Come previsto, il fronte secessionista, diviso su quasi tutto, ha iniziato fratturarsi proprio nel corso delle ultime decisive ore della crisi che dovrebbe portare oggi alla dichiarazione unilaterale dell’indipendenza. Defezioni sia nell’ala più radicale -quelli che vengono definiti dai media locali i ‘pretoriani di Puigdemont’-, sia tra i moderati.
Prima che Puigdemont annunciasse di non poter indire elezioni anticipate, il Consigliere Jordi Cuminal ha deciso di lasciare i suoi incarichi in Junts Pel Si e di ritirarsi da PDeCat, dichiarando di non condividere «la decisione di andare alle elezioni». Poco dopo -mentre molti dirigenti locali attraverso i social dichiaravano la propria insoddisfazione per quella che era annunciata come una sorta di resa a Madrid di Puigdemont-, è arrivata la presa di distanza di Albert Batalla, sindaco di La Seu d’Urgell, al grido di ‘Viva Cataluña libre’; poco influente Batalla, ma segno della febbre che cuoce il cervello del secessionismo nelle sue ramificazioni nelle amministrazioni sul territorio -non si dimentichi che il referendum del 1° ottobre ha trovato nella provincia profonda il grosso dei ‘SI’.
Ma le dimissioni che davvero contano, quelle che determinano di fatto -per quanto a questo punto non abbiano più davvero effetti pratici- una crisi all’interno del Governo catalano, sono arrivate dopo la dichiarazione di Puigdemont di passar palla al Parlamento e sono quelle del Ministro della Cultura, Santi Vila, uomo che fino all’ultimo momento ha lavorato per elezioni anticipate che potessero bloccare in qualche modo l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione. Dimissioni delle quali si parlava oramai da giorni e che erano state molto più che ventilate nella riunione notturna della lunga notte dei coltelli, quella che aveva preceduto la riunione plenaria del Parlamento catalano di ieri, e che poi erano non rientrate ma congelate.
Uomo di mediazione e dialogo ad oltranza, Vila all’ultimo si è ritirato in disaccordo con il Presidente Puigdemont sulla possibilità di una dichiarazione di indipendenza da parte del Parlamento, cosa che potrebbe avvenire oggi. «Mi rassegno. I miei tentativi di dialogo sono falliti di nuovo. Spero di essere stato utile fino all’ultimo minuto al presidente Carles Puigdemont e ai catalani», ha tweetato l’ex Ministro. Nelle ultime ore, diversi esponenti del Governo, tra cui propria Vila, avevano espresso internamente la propria posizione contraria al DUI. Vila ha dichiarato, secondo quanto riportato da ‘Lavanguardia’, che le sue dimissioni sono motivate dalle «recenti evoluzioni e decisioni che il Presidente Puigdemont sarà costretto a prendere nelle prossime ore».
Santi Vila, 44 anni, già parlamentare catalano dal 2006 al 2013, era considerato un potenziale candidato per la presidenza della Generalitat quando Puigdemont fosse uscito dalla scena. «Vorrei essere utile e attivo in politica per molti anni. E vorrei essere in grado di rendere politica legata ai valori e all’ideologia, ora è solo legata all’identità», aveva detto detto Vila, che fin da subito aveva espresso forti dubbi sulla legittimità e sul senso politico del referendum del 1° ottobre.
Vila potrebbe essere solo il primo tra i moderati a gettare la spugna.

Il rischio caos e degenerazione del clima fino allo scoppio di violenze e scontro sociale è adombrato dai più attenti osservatori da Francoforte a Washington, la giornata di oggi potrebbe essere davvero decisiva. A meno di un mese dal referendum del 1° ottobre -probabilmente sottovalutato da Bruxelles e strumentalizzato sia da Madrid che da Barcellona- la data del 27 ottobre 2017 potrebbe segnare la nascita della Repubblica di Catalogna, sotto i peggiori auspici, e il contestuale commissariamento della Generalitat de Catalunya.

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