venerdì, Aprile 23

Caso Sarkozy: solo un caso di corruzione, o violazione del diritto internazionale in Libia? Il commento sul caso di Natalino Ronzitti, professore emerito di Diritto Internazionale presso la Luiss

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L’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy è ufficialmente indagato. Dopo le 48 ore di fermo in cui è rimasto sotto la custodia della polizia per sostenere un interrogatorio di 27 ore, la magistratura francese ha ritenuto gli elementi presentati sufficienti per mettere ufficialmente l’ex inquilino dell’Eliseo sotto un’investigazione formale.

Sarkozy è accusato di aver ricevuto finanziamenti illeciti dal Regime libico dell’allora Muammar Gheddafi per la sua campagna elettorale del 2007, anno che lo vide entrare all’Eliseo come Presidente francese, restando in carica fino al 2012. Ma quali sono nel dettaglio le accuse rivolte a Sarkozy? Nel 2012 il sito d’inchiesta francese Mediapart aveva pubblicato un documento firmato da un’importante figura dell’Amministrazione Gheddafi che aveva affermato che il Regime aveva approvato un pagamento di 50 milioni di euro per supportare la campagna elettorale di Sarkozy. Accuse, che, afferma Sarkozy, avrebbero proprio contribuito alla sua sconfitta nella corsa all’Eliseo nel 2012, negandogli un secondo mandato.

Un’inchiesta riguardo a finanziamenti illegali alla campagna elettorale era già stata aperta nel 2013, senza portare tuttavia ad accuse dirette. Nel 2016, l’intervento di Ziad Takieddine, un businessman franco-libanese, avrebbe portato ad una notevole accelerata negli sviluppi del caso. Takieddine, che era vicino al regime di Gheddafi, avrebbe confessato al sito Mediapart di aver personalmente consegnato valigette contenenti contanti inviate dal Leader libico come pagamento per la campagna di Sarkozy. Tre viaggi, afferma Ziad, sarebbero stati fatti da Tripoli a Parigi tra il 2006 e il 2007, trasportando 1.5 e 2 milioni di euro divisi in banconote da 200 e 500 euro, affermando di aver ricevuto quel denaro dal Responsabile dell’Intelligence militare di Gheddafi. Le principali accuse rivolte all’ex Presidente francese sarebbero dunque quelle di corruzione, finanziamento illecito della campagna elettorale ed appropriazione indebita di fondi stranieri. Tra gli indagati sarebbe poi finito anche Claude Gueant, ex ministro dell’Interno e braccio destro di Sarkozy, accusato di aver ricevuto un trasferimento bancario dalla Libia per 500.000 euro.

Ora l’ex Presidente si trova sotto controllo giudiziario e dovrà affrontare un processo come imputato davanti ad un tribunale. Tuttavia, Sarkozy continua a negare ogni coinvolgimento dichiarando di essere «stato accusato senza alcune prova tangibile», ha riportato ‘Le Figaro. Sarkozy ha poi ribadito come «le dichiarazioni del signor Gheddafi, della sua famiglia e della sua banda sono iniziate soltanto l’11 marzo 2011, vale a dire all’indomani del ricevimento all’Eliseo del Cnt, gli oppositori di Gheddafi. E’ a quel punto, e mai prima, che la campagna di calunnie è cominciata». Una vendetta, dice Sarkozy, dei sostenitori di Gheddafi per l’intervento francese in Libia nel 2011. Ed è proprio Saif al-Islam, figlio del Rais, ad aver accolto favorevolmente lo stato di fermo dell’ex Presidente francese, affermando di avere prove certe riguardo alle sue azioni illecite. Già nel 2011, il figlio di Gheddafi in un’esclusiva intervista ad ‘Euronews’, aveva rivolto accuse di corruzione al Presidente francese, proprio a seguito dei bombardamenti NATO guidati dalla Francia contro la Libia di Gheddafi.

Fu infatti la Francia la maggior sostenitrice della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu numero 1973, in cui veniva autorizzato l’uso di «tutte le misure necessarie» per «proteggere i civili e le aree civili popolate sotto minaccia di attacco in Libia, compresa Bengasi», oltre che di una ‘no fly zone’. Tuttavia, le azioni della coalizione guidata dalla Nato andarono ben oltre il mandato Onu, spingendosi sino al rovesciamento del regime di Gheddafi.

Oggi, la Libia, a seguito degli eventi del 2011, è uno Stato spaccato in due, diviso dalla presenza di due governi: Tobruke e Tripoli. L’uccisione del Rais libico ha portato al sorgere di vecchie conflitti tra formazioni tribali, soffocati dall’allora regime dittatoriale, e ha spianato la strada all’ascesa dell’ISIS, che anche in Libia, grazie al vuoto di potere istituzionale ha trovato terreno fertile per condurre atti terroristici ed infiltrarsi nella società. Secondo l’ultimo rapporto dell’UNSMIL, la Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia, i vari gruppi armati impegnati in combattimenti hanno portato ad un deterioramento della protezione dei diritti umani, con crescenti violazione del diritto internazionale e di quello umanitario.

La debolezza delle istituzioni giudiziarie e il clima generale di illegalità e insicurezza hanno ostacolato la capacità delle vittime di cercare protezione, giustizia e risarcimento. Le fasce più vulnerabili della società continuano ad essere le prime vittime. Il report ha evidenziato come continuino ad esserci gravi segnalazioni di violazioni nei confronti dei bambini, tra cui l’omicidio, la mutilazione e il loro rapimento. Secondo quanto riferito, il rapimento di bambini relativo al conflitto è stato perpetrato da diversi gruppi armati, milizie e organizzazioni criminali. Il reclutamento e l’uso di bambini da parte di gruppi armati, così come la loro detenzione sulla base della loro presunta o effettiva associazione con altre parti in conflitto, hanno continuato a essere segnalati. Anche le donne continuano ad essere in grave pericolo; le donne e le ragazze migranti sono state oggetto di stupro, prostituzione forzata e altre forme di violenza sessuale per mano di funzionari statali, membri di gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti di esseri umani.

E mentre la Libia continua a fare i conti, a sette anni dal collasso del regime, con una società altamente frammentata e con una mancanza di un apparato statale in grado di condurre il Paese verso una transizione democratica, Ahmed Gaddaf Addam, cugino di Gheddafi, intervistato dal Cairo dalla Rai, chiede che la giustizia faccia il suo corso e che Sarkozy venga processato davanti ad organismi internazionali per quanto fatto in Libia. “Non credo che ci siano gli estremi. Dovremmo processare tutti altrimenti, pure la Nato. Non c’è possibilità sotto questo profilo“, ha commentato Natalino Ronzitti, Professore emerito di Diritto internazionale presso l’università Luiss (Roma) e consigliere scientifico dello IAI. Sono stati superati dei limiti rispetto alle azioni della Francia in Libia? “Innanzitutto, bisogna chiarire che la risoluzione Onu non si riferisce ad uno Stato in particolare, ma a tutti gli Stati, alla comunità internazionale, ai membri delle Nazioni Unite. La Risoluzione ha come oggetto un intervento allo scopo di impedire le uccisioni nella popolazione civile, specialmente dove risiedevano i ribelli. Nella Risoluzione 1973 si parla di intervento allo scopo di effettuare queste operazioni, di tutelare la popolazione civile. Tuttavia, siamo andati al di là del mandato Onu, si è trattato di un intervento di carattere egemonico. Lintervento doveva essere limitato allo scopo di proteggere la popolazione civile, ma la risoluzione non parlava di rovesciamento del governo costituito; si è trasformato in intervento allo scopo di ‘esportare’, come si diceva un tempo, la democrazia”.

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