sabato, Giugno 19

Caso Regeni: 'Non era un informatore dei servizi segreti italiani'

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Arriva in Italia e in particolare alla Procura di Roma il primo rapporto riguardante il caso di Giulio Regeni. Secondo Ros e Sco, lo scorso dicembre, il giovane aveva partecipato al Cairo ad un incontro presso il Centro Servizi per i Lavoratori e i Sindacati cui avevano preso parte esponenti locali del sindacato indipendente. E per questo interesse può aver dato fastidio a qualcuno. Giornata convulsa quella di oggi, dove tra Italia ed Egitto sono arrivate conferme e smentite. La prima quella riguardante il suo pc e il telefonino: per il capo della Procura di Giza, quella incaricata dell’indagine sull’uccisione di Giulio Regeni, accanto al corpo del ricercatore italiano o nel suo appartamento non era stato rivenuto nessuno di questi oggetti. Il computer, s’è saputo in seguito, risulta in mano alla polizia e alla magistratura italiane. Rimane però il fatto che il telefonino ancora non è stato rintracciato. Inoltre gli inquirenti egiziani parlano di u nRegeni che ha sentito prima di morire un italiano, Gennaro Gervasio. A confermarlo all’Ansa il capo della Procura di Giza, Ahmed Nagy.

Nel frattempo proprio dal Cairo continuano le smentite su un presunto coinvolgimento dei servizi segreti o di altri apparati dello stato nell’omicidio Regeni. Ad intervenire il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, in un’intervista a ‘Foreign Policy’, secondo cui l’assassinio è stato un ‘crimine’, «ma l’Egitto respinge ogni accusa di coinvolgimento». E attacca la stampa, rea di fare «speculazioni senza alcuna informazione autorevole o una verifica di ciò a cui alludono». A rispondergli Felice Casson, uno dei massimi esperti di servizi segreti, che a ‘La Repubblica’ dice: «Non ci prendano in giro. Forse pensano che noi crediamo alla favoletta che non è stato arrestato? Ma per torturare, sappiamo benissimo che non c’è bisogno di arrestare». Infatti l’accusa è che a fermare Regeni siano stati gli ‘squadroni della morte’ collegati ai servizi segreti egiziani, che hanno pensato che il friulano fosse un informatore dell’intelligence italiana.

Rispondendo a un’interrogazione alla Camera, il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova ha spiegato che «è palesemente senza fondamento» che Regeni fosse un informatore dei servizi italiani. «La solerzia dell’ambasciata è un elemento dovuto e, nella drammaticità, positivo. Chi sta al Cairo o in altre città complicate sa che non sta a New York». Della Vedova ha poi spiegato che «il corpo di Giulio presentava ecchimosi, segni di bruciature e tagli alle spalle e al torace. Si è trattata di una morte violenta e efferata» e che «Renzi ha avuto rassicurazione da Al Sisi della piena collaborazione dell’Egitto» sul caso.

Mentre salgono a 4.600, provenienti da circa 90 Paesi del mondo, gli accademici che hanno aderito alla lettera promossa in Gran Bretagna per chiedere la verità sulla morte di Giulio Regeni. Il ‘Guardian’ ha pubblicato il testo integrale dell’appello, promosso dal professor William Brown, (Università di Cambridge), in cui si chiede che «le autorità egiziane cooperino con un’indagine indipendente e imparziale su tutti i casi di scomparsa, tortura e morte in detenzione denunciati fra gennaio e febbraio, accanto alle investigazioni penali sulla morte di Giulio, al fine di identificare e portare in giudizio i responsabili di questi crimini».

Giornata di sangue invece in Siria. Un’autobomba è esplosa a Damasco, uccidendo nove persone e ferendone almeno venti. L’attentato è stato rivendicato dall’IS con un comunicato, nel quale dichiara che uno dei suoi membri, di nazionalità siriana, ha fatto esplodere la vettura all’interno di un locale, il circolo ufficiali di polizia, situato in un quartiere settentrionale della capitale. Intanto è ancora scontro tra Russia e Turchia sulla campagna militare in atto nel Paese. Per il premier turco Ahmet Davutoglu «nessuno dovrebbe dimenticare come le forze sovietiche, che erano potenti durante la Guerra Fredda, hanno lasciato l’Afghanistan in una situazione mesta. Quelli che oggi sono entrati in Siria lasceranno anche la Siria in modo mesto». Ma non solo: «La Russia sta continuando a bombardare senza pietà obiettivi civili che non hanno nulla a che fare con il terrorismo. Il 90% degli oltre 6mila raid hanno preso di mira i civili e l’opposizione moderata e solo il 10% Daesh». Per questo chiede alla comunità internazionale di «porre un limite».

Legato alla Siria il capitolo profughi, con la Nato che, il giorno dopo l’appello di Berlino ad un suo intervento, fa sapere, per bocca del segretario generale Jens Stoltenberg, che «prenderà seriamente» e «valuterà come fare tutto il possibile» in vista proprio della riunione di domani a Bruxelles. I numeri infatti che arrivano dalla Turchia sono preoccupanti: si parla di quasi 70 mila rifugiati siriani che raggiungeranno il confine turco, se la campagna militare nei territori controllati dall’opposizione nel nordovest continuerà. Il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, ha spiegato che il Paese sta accogliendo i rifugiati «in modo controllato» e che è anche in corso la creazione di una tendopoli nel lato siriano. Ma ammette: «L’afflusso di rifugiati verso la Turchia potrebbe raggiungere un milione se i raid militari russi e siriani continueranno». Nel frattempo dall’Iraq arriva la notizia che l’esercito ha confermato di avere ripreso il pieno controllo anche degli ultimi quartieri periferici di Ramadi, che dal maggio dell’anno scorso era nelle mani dell’Isis. Già a dicembre una operazione militare aveva permesso all’esercito di conquistare la città, ma diverse zone erano rimaste sotto il controllo dei jihadisti. Ma anche da qui il flusso di profughi è imponente.

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