martedì, Settembre 21

Caso marò: 'Girone non può essere usato come garanzia'

0
1 2


Prima giornata all’Aja dell’udienza riguardante la richiesta italiana di far rientrare in patria il marò Salvatore Girone, ancora trattenuto in India, per tutta la durata del procedimento arbitrale sulla giurisdizione della vicenda che vede imputato anche Massimiliano Latorre, accusato come Girone di aver ucciso due pescatori indiani al largo del Kerala, il 15 febbraio 2012. Ed è subito scontro Italia-India. «È vero che la Corte speciale indiana non ha avviato il processo, ma non per negligenza o leggerezza da parte indiana, bensì per le azioni di ostruzionismo dell’Italia», dice l’agente per il governo indiano, Neeru Chadha, che accusa il nostro Paese di aver compiuto ‘ripetuti’ ricorsi e petizioni alla giustizia indiana. «L’Italia ha già presentato nel 2015 la stessa richiesta di misure provvisorie al Tribunale del mare di Amburgo (Itlos) che le ha respinte e da allora nulla è cambiato. Dal punto di vista indiano, è quindi difficile individuare una circostanza che possa giustificare una nuova richiesta».

Per l’Italia ha preso la parola l’ambasciatore Francesco Azzarello, che si dice ottimista: «Non si tratta di essere ottimismi o pessimisti, ma ovviamente l’Italia nutre speranze, basate su solide motivazioni giuridiche e umanitarie, altrimenti non sarebbe venuta. Sarà poi il Tribunale arbitrale a decidere a favore o contro la richiesta italiana e in quali termini». L’ambasciatore nel suo intervento ha lanciato l’allarme sul fatto che il procedimento «potrebbe durare almeno tre o quattro anni», e quindi Salvatore Girone rischia di rimanere «detenuto a Delhi, senza alcun capo d’accusa per un totale di sette-otto anni, determinando una grave violazione dei suoi diritti umani». «Girone è costretto a vivere a migliaia di chilometri dalla sua famiglia, con due figli ancora piccoli, privato della sua libertà e dei suoi diritti. Il danno ai suoi diritti riguarda l’Italia, che subisce un pregiudizio grave e irreversibile dal protrarsi della sua detenzione, e dell’esercizio della giurisdizione su un organo dello Stato italiano». E accusa: «Rappresenta una garanzia che l’Italia lo farà tornare a Delhi per un eventuale futuro processo. Ma un essere umano non può essere usato come garanzia per la condotta di uno Stato. L’Italia ha già preso, e intende ribadirlo nel modo più solenne, l’impegno di rispettare qualsiasi decisione di questo Tribunale».

Buone notizie dalla Libia, dove a Tripoli si è insediato il Consiglio presidenziale presieduto da Fayez al-Serraj. I membri del Consiglio di presidenza del governo di riconciliazione nazionale libico ed lo stesso premier erano arrivati a Tripoli via mare, dopo che il tentativo via aerea è fallito: infatti all’aeroporto di Mitiga all’alba di oggi sono state sentite diverse esplosioni. Il colonnello Abdel Rahman al Tawil, capo della commissione sicurezza del Consiglio di presidenza del governo di riconciliazione nazionale della Libia, ha assicurato che «nessuna forza straniera ha partecipato all’operazione condotta oggi di rientro a Tripoli dei membri dell’esecutivo. Al momento la sede del nuovo governo sarà la base navale di Tripoli, in attesa di trovare un’altra soluzione».

Al-Serraj promette di lavorare «per unire le istituzioni dello Stato libico e per l’attuazione di un pacchetto di misure urgenti volto ad alleviare le sofferenze dei cittadini in materia di sicurezza ed economia e per accelerare il raggiungimento della riconciliazione nazionale. E’ giunta l’ora di lavorare insieme con i libici per la Libia, di voltare pagina e guardare al futuro con uno spirito di tolleranza e fiducia. La Libia è di tutti i libici. La vendetta, l’esclusione e l’odio non possono essere le basi di una Nazione». Ma le divisioni permangono. Abdullah al-Thinni, leader dell’amministrazione libica di Tobruk, ha annunciato che cederà i poteri al governo di concordia nazionale di Fayez al-Serraj, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, solo se quest’ultimo riceverà l’approvazione della Camera dei Rappresentanti (che risiede a Tobruk).

L’inviato dell’Onu, Martin Kobler, parla di «un passaggio importante nella transizione democratica libica, sulla strada della pace, della sicurezza e della prosperità». A fare gli auguri anche Matteo Renzi«Ci auguriamo che il governo Serraj possa ora lavorare nell’interesse della Libia e del popolo libico». Mentre il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni afferma: «E’ un altro passo avanti per la stabilizzazione della Libia. Sulla base della determinazione del premier Serraj e del Consiglio presidenziale sono ora possibili nuovi progressi per il popolo libico. L’Italia è stata sempre in prima linea con numerose iniziative diplomatiche per l’obiettivo della stabilizzazione della Libia».

Tornando agli attentati di Bruxelles, secondo i quotidiani ‘l’Echo’, ‘de Tijd’ e ‘De Morgen’, che citano fonti inquirenti, anche il premier belga Charles Michel era tra gli obiettivi dei terroristi. Ritrovate infatti in uno dei pc dei terroristi piantine e informazioni relative al 16 di Rue de La Loi e di Lambermont, cioè l’ufficio e la residenza di Michel, ma anche l’ambasciata Usa. Secondo le fonti, l’apparato di sicurezza attorno a questi siti sensibili è stato rafforzato. Ma che gli obiettivi fossero anche altri lo si è capito anche per il materiale ritrovato nel covo dei terroristi: 15 kg di esplosivo di tipo tatp, 150 litri di acetone, 30 litri di acqua ossigenata, detonatori e altri materiali utili ad assembleare esplosivi. L’Fbi ha già fatto sapere di voler analizzare queste informazioni e di collaborare con le autorità del Belgio per decodificare il materiale sequestrato, mentre nel frattempo l’American Airlines ha cancellato tutti i voli da e per Bruxelles fino al 7 aprile. La ‘CNN’ invece fa sapere che sono otto le persone ricercate nel quadro degli attentati di Bruxelles e di Parigi: tre di loro hanno legami diretti con l’Olanda, la Svezia e la Germania.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->