mercoledì, novembre 14

Caso Khashoggi: tra riforma e repressione in Arabia Saudita Ne parliamo con Cinzia Bianco, Senior Analyst presso il Gulf State Analytics

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Il 2 ottobre scorso, il giornalista saudita Jamal Khashoggi è sparito mentre si trovava presso il Consolato saudita ad Istanbul, dove si era recato per ritirare i documenti che gli avrebbero permesso di sposare la sua fidanzata turca, Hatice Cengiz, che nel frattempo lo stava aspettando fuori dall’Ambasciata.

Secondo le autorità e la Polizia turche, Khashoggi sarebbe entrato nell’edificio e mai più uscito –come mostrano i filmati registrati da telecamere di videosorveglianza. Una volta all’interno del palazzo sarebbe stato rapito e ucciso –letteralmente fatto a pezzi – da uomini dei servizi segreti sauditi.

Khashoggi, infatti, era noto per le sue critiche, che esprimeva sulle colonne del ‘The Washington Post’, ai regnanti dell’Arabia Saudita e, specialmente, verso il principe Mohammed bin Salman, così come era contrario alle politiche adottate del regno verso il Qatar e la guerra in Yemen.

«Ho ordinato ai miei amici, siano essi il Ministero della Giustizia o il Ministero degli Esteri, non appena ho sentito la notizia, di esaminare l’incidente. Abbiamo gestito la questione in tutte le dimensioni, siano essi aspetti riguardanti la Polizia o l’Intelligence, e abbiamo seguito il caso secondo dopo secondo. Tutti gli sviluppi relativi, in entrata e in uscita dalla Turchia, sono stati messi sotto i riflettori», ha detto il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan.

Il giornale turco ‘Sabah’ ha addirittura pubblicato le immagini di 15 uomini che sarebbero stati identificati come i componenti della squadra dell’Intelligence saudita che avrebbe rapito Khashoggi.

Prove evidenti, però, al momento, non sono state fornite e tutte le accuse sono ancora da dimostrare.

La scomparsa del giornalista saudita è subito diventata un caso globale e, ovviamente, la stampa internazionale ha immediatamente puntato i fari sull’amministrazione e le politiche portate avanti dall’erede al trono dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Salman, noto anche come MbS.

I funzionari sauditi hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella scomparsa e presunto omicidio del giornalista.

«Trovo che le dichiarazioni provenienti dai sauditi non siano né sufficienti né convincenti. Inoltre, in Arabia Saudita è stata avviata una severa campagna diffamatoria contro di me. Questo viene fatto da agenzie di stampa e troll (internet) supportate dai sauditi. Questo è, ovviamente, abbastanza triste. Solo questi riflessi mostrano che c’è molto sospetto riguardo al problema», ha dichiarato Hatice Cengiz in un’intervistata al ‘Daily Sabah’.

Le dichiarazioni della Cengiz sono in linea con l’inasprimento della repressione del dissenso messa in atto da MbS e cozzano con l’immagine riformista che il principe ereditario si è voluto dare e che i media occidentali non hanno mancato di osservare: copiose pagine di rotocalchi e spazi tv, infatti, sono stati dedicati al permesso di guida alle donne e all’apertura di sale cinema in Arabia Saudita.

Ambizioso, poi, il programma ‘Vision 2030’, attraverso il quale l’erede al trono punta alla liberalizzazione della società saudita con la diversificazione dell’economia del Paese in un piano che porti all’indipendenza dalla produzione e dal prezzo del petrolio e spinga su turismo e intrattenimento, abbandonando così le rigidità della società wahhabita, ma passando anche per l’aumento delle tasse e delle tariffe, ad esempio, sui beni di lusso o sui pedaggi stradali.

Nonostante quest’aria riformista, però, la realtà è ben altra. L’Arabia Saudita, infatti, rimane pesantemente indietro sui temi dei diritti civili e non mancano repressioni e violenze contro dissidenti politici e manifestanti.

Come si legge nel sito dell’organizzazione non-governativa internazionale Human Rights Watch, nel 2018, le autorità saudite hanno continuato ad arrestare arbitrariamente, processare e condannare i dissidenti pacifici. Nel 2017, l’Arabia Saudita ha effettuato 146 esecuzioni, 59 per reati di droga non violenti. Dozzine di difensori dei diritti umani e attivisti stanno scontando lunghe pene detentive per aver criticato le autorità o sostenuto le riforme politiche e dei diritti. Le autorità discriminano sistematicamente le donne e le minoranze religiose.

Secondo Amnesty International, la tortura e altri maltrattamenti verso i detenuti sono comuni e diffusi. A settembre del 2017, le autorità hanno compiuto un’ondata di arresti detenendo più di 20 eminenti figure religiose, scrittori, giornalisti e accademici. In seguito alla decisione annunciata di tagliare i legami con il Qatar, le autorità saudite hanno messo in guardia le persone dal manifestare solidarietà nei confronti dei qatariori o criticare le azioni del Governo, affermando che ciò sarebbe considerato un reato punibile ai sensi dell’articolo 6 della legge sulla criminalità informatica. Tutti gli incontri pubblici, incluse le dimostrazioni pacifiche, sono rimasti vietati in base a un ordine del 2011 del Ministero degli Interni.

Come riportato dall’‘ANSA, almeno 3 dei 15 agenti dei servizi sauditi che si sono recati nel loro Consolato a Istanbul farebbero parte dell’unita d’élite incaricata della protezione personale del principe. Questo, unitamente alle risposte insufficienti che arrivano da Riad, sposta il problema sui servizi segreti sauditi. L’Intelligence ha agito per conto del principe o dietro altro ordine per offuscarne l’immagine? L’opinione pubblica, al momento, protende per la prima versione. Non dimenticando che, al di là delle dichiarazioni, anche la Turchia potrebbe avere un ruolo nella vicenda.

Le cose certe sono due. In primis, MbS si è fatto molti avversari politici, specie per le sue decisioni avventurose in politica estera, con la guerra in Yemen e il blocco del Qatar. Secondariamente, alla morte del re Abd Allah e dopo l’incoronazione di suo padre Salman Bin Abdel Aziz, MbS è diventato, nel gennaio 2016, Ministro della Difesa e Segretario Generale della Corte Reale ed ha iniziato ad eliminare i suoi antagonisti.

L’omicidio di Khashoggi, però, non riguarda solamente questioni interne, ma potrebbe anche compromettere i rapporti diplomatici tra Stati Uniti – il giornalista viveva in Virginia dal 2017 – e Arabia Sauditi. Non bisogna dimenticare che nel maggio 2017, il Presidente americano Donald Trump ha partecipato al summit di Riad, alla presenza di rappresentanti di oltre 55 stati, per lo più arabi o musulmani. Durante l’incontro è stato annunciato un affare di armi da 300 miliardi di dollari tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita.

Sul fronte USA, però, adesso, si nota un’intensificazione della pressione mediatica e politica sull’Arabia Saudita. I senatori americani hanno chiesto al Presidente Trump di stabilire «se una persona straniera è responsabile di un omicidio extragiudiziale, di torture o di altre gravi violazioni dei diritti umani internazionalmente riconosciuti». Lo stesso Trump, inoltre, ha definito l’omicidio del giornalista «una situazione molto seria» nella quale vuole arrivare fino in fondo.

Intanto, Ernest Moniz, ex segretario all’Energia degli Stati Uniti, ha dichiarato di essersi sospeso dal ruolo ricoperto nel consiglio di amministrazione della grande città di NEOM, pianificata in Arabia Saudita, fino a quando non sarà fatta luce sul caso Khashoggi.

Ovviamente, è ancora presto per poter fare previsioni sul fronte politico, ma, negli ultimi anni gli USA hanno sostenuto molto l’Arabia Saudita –stretti i legami tra il genero di Trump, Jared Kushner, e Mohammed bin Salman – ed è inevitabile pensare che quanto accaduto si ripercuoterà sulle relazioni bilaterali tra i due Stati.

Per comprendere meglio la situazione attuale, da dove arriva il dissenso e come funziona l’Intellingence in Arabia Sadutia, abbiamo contattato Cinzia Bianco, Senior Analyst presso il Gulf State Analytics.

 

In questo ultimo anno si è parlato sempre bene del principe saudita Mohammed bin Salman, ma com’è, in realtà, la situazione in Arabia Saudita?

L’equivoco che c’è stato nei media, soprattutto occidentali, è stato la tendenza ad assumere che la parola ‘riforme’ si collegasse automaticamente a delle riforme dei diritti civili o politici. Questo è un grande equivoco dovuto alla background culturale occidentale, in particolar modo europeo, che vede oramai i diritti umani come diritti acquisiti e, quindi, pensa ai termini ‘progresso’ e ‘riforma’ immediatamente ricollegandosi a questi valori. In realtà, dall’Arabia Saudita non è mai giunta nessun tipo di indicazione che le riforme avrebbero riguardato i diritti umani, i diritti civili o i diritti politici. Fin dal primo momento, si è fatta una enorme distinzione tra quelle che sono le riforme reali, che stanno andando avanti e che stanno avendo effettivamente un impatto enorme sul Paese, che sono quelle di liberalizzazione economica e sociale e, invece, un atteggiamento di ancora maggiore chiusura nei confronti dei diritti umani, civili e politici.

Qual è il reale progetto di Mohammed bin Salman? Sta incontrando dissenso interno per le sue riforme? Da quale parte della società saudita arriva questo dissenso?

Il progetto del principe Mohammed bin Salman è quello di cercare, effettivamente, di rivoluzionare e riformare l’Arabia Saudita, ma il modello  non è l’Occidente, bensì una sorta di via di mezzo tra la Cina e gli Emirati Arabi Uniti. Le resistenze che sta incontrando sotto questo punto di vista sono molto forti e provengono da più parti. Se volessimo mettere insieme questo gruppo di voci contrarie ad una serie di riforme che sono state portate avanti, ma anche, per esempio, all’avventurismo in politica estera, che ha portato alla disastrosa guerra in Yemen, lo identificheremmo come la generazione più vicina al re precedente, ovvero re Abd Allāh, e soprattutto ai centri di potere tradizionali in Arabia Saudita.

Vi è stato un inasprimento della repressione interna? Da cosa è dovuto, se c’è, questo inasprimento?

C’è stato un enorme inasprimento della repressione interna dovuto all’idea che ha Mohammed bin Salman, ovvero che solamente uno Stato fermamente nelle sue mani possa essere, effettivamente, rivoluzionato come intende ed il fatto che questo processo di riforma dell’Arabia Saudita vada di pari passo con una sua lotta per il potere, per arrivare sul trono ed essere indicato come re. È dovuto anche alla forte resistenza interna che sta incontrando per molte sue idee che non sono condivise.

A chi, a Ryad, fa comodo l’uccisione di Khashoggi?

Sicuramente ai reali sauditi. Basta guardare i fatti. Khashoggi non era un oppositore attivo, non stava assolutamente a capo di nessuna congiura per il potere, ma guardando al suo lavoro si nota una costante critica nei confronti di Mohammed bin Salman e della direzione che l’Arabia Saudita sta prendendo negli ultimi anni. Per cui, chiaramente, è facile immaginare che proprio queste persone oggetto delle sue critiche potrebbero aver avuto interesse a zittire la sua voce.

Da quello che è emerso, l’Intelligence saudita sarebbe dietro l’omicidio Khashoggi. Come è strutturato l’Intelligence in Arabia Saudita?

Innanzitutto, al momento, bisogna mantenere cautela, nel senso che le prove effettive non sono state riportate. È un contesto nel quale usciranno, e sono già uscite, varie versioni che sono state smentite da quelle poche prove che sono a disposizione, sia da un lato saudita, che da quello turco. Non c’è chiarezza e non c’è una presa di posizione ufficiale da parte del Governo turco, che è la cosa più significativa, c’è un’investigazione in corso, ma nessuno ha preso una posizione né le responsabilità. Detto questo, l’Intelligence dell’Arabia Saudita è molto simile alle Intelligence degli altri Paesi Arabi. Innanzitutto ha una sua lealtà che è verso il regnante, quindi verso il re ed il principe della corona. È un’Intelligence cha ha avuto accesso ad un training di un certo tipo, che viene da altre agenzie di intelligence occidentali, in particolar modo statunitensi e britanniche. Sicuramente non è un’Intelligence che ha avuto una storia di operatività intensa. Ha avuto ruoli in passato nel reperimento e nella trasmissione di informazioni vitali, soprattutto human intelligence, da zone come Siria o l’Iraq che sono state al centro di grandi conflitti internazionali. C’è, quindi, una grande capacità dal punto di vista della human intelligence, mano sul fronte dell’operatività.

Cosa sta succedendo all’interno dei servizi segreti dell’Arabia Saudita? Vi è in atto uno scontro, internamente all’Intelligence, tra i sostenitori del principe e i dissidenti?

No, non sta emergendo nessuna notizia credibile da questo punto di vista. Ci sono sicuramente persone che non si rivedono nella politica del principe, anche nei servizi di sicurezza, ma difficilmente li troveremo nell’Intelligence. Più su altri fronti, per esempio sulla Guardia Nazionali.

Gli USA quale ruolo giocano nel contesto dell’Intelligence saudita?

Oltre al training, vi è una sfera di collaborazione di human intelligence che si perde nei decenni, nel senso che ci sono state tantissime occasioni di contatto. Il punto è adesso capire, dal punto di vista politico, che posizione prenderanno gli USA, l’Amministrazione Trump in particolare, rispetto a questo caso perché, chiaramente, può fare una differenza.

L’Arabia Saudita è diventata il fulcro delle relazioni Occidente-Medio Oriente. Come può incidere il caso Khashoggi a livello diplomatico?

Sicuramente l’Arabia Saudita è diventata tra gli alleati più importanti tra gli Stati Uniti in Medio Oriente. L’idea che si ha a Washington è che quello che gli Stati Uniti non riescono più a realizzare sul terreno può essere realizzato dai suoi alleati, tra cui il più importante è, sicuramente, Mohammed bin Salman. Il rapporto, però, che c’è tra Stati Uniti e bin Salman è, appunto, un rapporto vertice-vertice, quindi con il Presidente Trump, il suo genero Jared Kushner e un altro gruppo di persone immediatamente attorno a queste due figure. Non è un rapporto, invece, cha ha radici più profonde né nel Congresso, né nelle altre istituzioni, quelli che noi chiameremmo Ministeri. Questo può fare la differenza. Per esempio, stamattina alcuni membri del Congresso, si sono esposti mandando una lettera pubblica al Presidente Trump chiedendo che sia  fatta luce su questo caso. Ovviamente, questo può avere o non avere un impatto, a seconda della decisione di Trump, però, ti dà la dimostrazione che questo sia un rapporto vertice-vertice, ma che probabilmente non è così consolidato ed approfondito così come si penserebbe. Questo potrebbe fare una grosso differenza anche su questo caso.

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