domenica, Agosto 1

Caso Del Turco, colpevole sulla parola

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Accadono fatti, che per quanto uno ne abbia visti tanti sono comunque vicende che lasciano a bocca aperta. Il lettore forse ricorderà il caso di Ottaviano Del Turco. Si scrive ‘forse’ perché è da tempo che non se ne parla. Del Turco è stato per anni un importante dirigente sindacale, il numero due della CGIL, ‘quota’ socialista; per breve tempo, dopo che la stagione di Mani Pulite travolge Bettino Craxi, segretario del PSI. Poi parlamentare e presidente della Commissione Antimafia; infine, ‘ritiratosi’ nel suo Abruzzo, presidente della Regione. Lì, il ‘fattaccio’. Viene accusato di aver intascato tangenti, nell’ambito di speculazioni legate alla Sanità. Ad accusarlo la persona che paga le presunte tangenti: Vincenzo Maria Angelini, descritto come ‘ex re della Sanità d’Abruzzo’. E’ lui il grande accusatore di Del Turco. Scattano le manette, l’arresto; è il 14 luglio 2008. Del Turco si dimette da presidente della Regione. Arriva il processo, e il 22 luglio 2013 è condannato a 9 anni e 6 mesi di reclusione, per associazione per delinquere, corruzione, concussione tentata concussione e falso. Ci siamo fin qui? Roba da mettere Del Turco in cella, e buttar via la chiave: perché ha illecitamente lucrato sulla Sanità, e vale doppio; e poi come politico ha tradito la fiducia di chi fiducia gli ha dato, votandolo.

Poi… sfogliamo le 455 pagine della motivazione della sentenza emessa dal tribunale di Pescara. Si legge che Del Turco e gli altri imputati «avevano un vero e proprio programma criminale, volto a favorire, nell’attività di iniziativa legislativa ed amministrativa in maniera di sanità in violazione di legge, gli interessi delle case di cura stesse, in particolare di quelle gestiste dall’Angelini, su cui si è innestata l’attività corruttiva di essi».

Si legge che è proprio l’imprenditore a dichiarare ai magistrati di aver pagato tangenti per circa 15 milioni di euro ad alcuni amministratori pubblici regionali di centrosinistra e di centrodestra. Per questo Del Turco viene arrestato, portato in isolamento nel supercarcere di Sulmona. Le dichiarazioni di Angelini sono «attendibili, riscontrate da elementi esterni in ordine alle modalità oggettive dei fatti riferiti, tali da assumere piena idoneità dimostrativa in ordine all’attribuzione dei fatti-reato ai singoli imputati coinvolti nella presente vicenda». Il suo racconto «è apparso del tutto spontaneo, preciso, logico e coerente». Angelini riferisce di mazzette da 5 milioni e mezzo mescolate con ‘mele’, e il tribunale non dubita: «La tangente a Collelongo (luogo dove ha casa Del Turco, ndr) c’è stata, ed è documentata». I giudici elencano i prelievi dell’imprenditore fino ad arrivare alla mazzetta da 200 mila euro del 2 novembre del 2007: quella che Angelini porta direttamente a casa Del Turco.  Per il tribunale l’imprenditore ha «documentato sia le attività di preparazione e imbustamento del denaro sia quelle di consegna facendo fotografare dal proprio autista le banconote». Perché mele e mazzetta insieme? Perché Del Turco chiede ad Angelini se ha intenzione di venire da solo; quello risponde che si fa accompagnare dall’autista; e Del Turco allora chiede che il denaro sia nascosto con le mele. E’ dai tempi di Adamo ed Eva che le mele non portano bene.

Leggiamo ancora le motivazioni della condanna: «Angelini avrebbe dunque individuato, con il solo aiuto della sua memoria quali tra i vari, numerosissimi prelievi di denaro, effettuati con le stesse modalità già a partire da almeno tre anni prima dei fatti in esame, sarebbero stati destinati al pagamento di Del Turco o dei suoi sodali per 25 volte in un arco di circa due anni, in assenza di qualunque altro supporto (nessuna agenda, nessuno schema, nessun documento elettronico, ecc..)». Insomma, un emulo di Pico della Mirandola. Angelini in aula dichiara infatti: «Facendo memoria storica insieme a mia moglie abbiamo ricostruito la differenza che c’era fra soldi che abbiamo utilizzato per altro e soldi che sono andati a Del Turco».

Tutto chiaro? Finora sì. Angelini vuole giocare sicuro. Prima della ‘consegna’ fotografa il ‘pacco’, non si sa bene se con un cellulare, o con una fotocamera, ma questi sono dettagli. Il fatto è che gli scatti effettuati non corrispondono alla data del 2 novembre del 2007, risalgono al 2006. Lo dicono i periti, che risalgono alla data, comparando i files in memoria nella stessa fotocamera. Ogni scatto ha un nome e una numerazione progressiva, assegnato in automatico proprio dalla stessa macchina e non modificabile se non lasciando una traccia. Le foto delle mele sono consequenziali ad altre foto del 2006. Il tribunale comunque presta fede alla parola di Angelini.

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