mercoledì, Dicembre 1

Il caso Boschi e la promessa di addio non mantenuta Sergio Fabbrini ci aiuta ad analizzare una questione vecchia come la politica stessa

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Sempre rimanendo nel confronto tra le maggiori democrazie occidentali, i nostri politici tendono effettivamente a mentire con più frequenza dei loro omologhi stranieri?

Sostanzialmente dappertutto i politici – basta vedere la campagna di Donald Trump – fanno promesse che poi difficilmente potranno mantenere. Anche qui l’elemento culturale entra in gioco con riguardo al come viene percepita la reazione ad una promessa non mantenuta. E comunque quando la promessa è molto vaga, come nel caso dello slogan ‘Make America Great Again’, è chiaro che risulta difficile stabilire se questa promessa verrà poi onorata.
Quando invece una dichiarazione riguarda un qualcosa di più specifico, come il separarsi da propri interessi in caso di elezione, e questo poi non avviene, ecco qui staremo invece a vedere se le società protestanti, come quella americana, saranno in grado di opporre una resistenza ad una promessa non mantenuta. Qui però restiamo nell’ambito della politica elettorale.

Discorso diverso è quello della menzogna, che nel caso americano ha una vera e propria valenza penale. C’è pero un altro fattore da tenere presente, e cioè che oggi i politici, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, sono dei singoli individui, e queste promesse da loro fatte sarebbero oggi più facili da mantenere. Questo perché i politici contemporanei non solo vedono il breve periodo, ma soprattutto vedono unicamente se stessi e la propria carriera politica.
Nel passato una promessa non mantenuta aveva delle valenze negative sull’intero partito e sulla sua reputazione; partito inteso come una sorta di impresa che riesce a ‘vendere’ – cioè ottenere voti – se riesce a mantenere una buona immagine. È chiaro che in quel tipo di sistema, con un leader che continua a fare promesse poi non mantenute, il partito avrebbe reagito sulla base degli effetti negativi che il comportamento del leader avrebbe avuto nei suoi confronti.

Oggi questo non c’è più dato che, forse con l’esclusione della Germania, i partiti ormai sono diventati dei meri contenitori. Ed quindi più facile per i leader fare promesse di questo tipo poiché vedono solo la propria figura e non un interesse collettivo che sta dietro di loro.
Quindi la politica è diventata sempre più personalizzata, facendo sì che una promessa non mantenuta non abbia più le conseguenze politiche che avrebbe avuto in passato. Questo è un problema, perché un modello dove un esponente di spicco di un partito non rispetta la parola data e che poi sparisce, venendo sostituito da un altro personaggio che a sua volta fa lo stesso venendo anch’esso sostituito e così via, alla lunga rende la politica sempre più screditata.

Ma dunque esistono ancora quegli anticorpi della democrazia, su tutti i vari appuntamenti elettorali con la loro cadenza periodica, con cui essa si può difendere dalla pratica della promessa ‘avventata’?

Esistono ma sempre meno e vi è qui un altro ordine di problemi. La promessa non mantenuta di Maria Elena Boschi, per esempio, è l’altra faccia di critiche assolutamente insensate che su Facebook e Twitter le sono state rivolte. È come se fossimo entrati in un implicito mondo della post-verità: lei dice delle cose che, non so se consapevolmente o meno, non si sono dimostrate vere, però chi l’ha criticata – sui social in particolare – lo ha fatto sulla base di elementi non attinenti alla realtà.
Questo mondo della post-verità riguardi tanto i politici quanto coloro che li dovrebbero controllare, ovvero i media.
La preoccupazione attuale sta nel chiedersi cosa può accadere nella democrazia liberale quando sparisce la griglia dei media così com’erano stati concepiti negli ultimi decenni. I giornalisti hanno rappresentato una sorta di corpo specializzato che la società ha creato per tenere sotto controllo e valutare – quello che gli americani chiamano fact checking – ciò che la politica fa ogni giorno.
Il cittadino comune non può farlo e quindi si è creato questo corpo che, a volte bene e in altre meno, nel complesso ha assolto questo compito portando per esempio alle dimissioni del presidente Nixon nel 1974.

Oggi i media ufficiali non hanno più l’incidenza che avevano in passato, e anzi per molti aspetti sono stati infettati da questa cultura della post-truth. La stessa Boschi è stata di fatto protagonista e vittima della politica da post-verità, ovvero il dire cose senza valutarne conseguenze e implicazioni, ma lo stesso vale per quello che è stato detto di lei, in molti casi in assenza di fatti. Non si è creato un rapporto tra media e governo che in un certo senso fosse anche educativo per i cittadini.

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