domenica, Ottobre 17

Il caso Boschi e la promessa di addio non mantenuta Sergio Fabbrini ci aiuta ad analizzare una questione vecchia come la politica stessa

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L’ormai ex ministro Maria Elena Boschi lo scorso maggio, intervistata a 1/2 Ora da Lucia Annunziata, annunciava in diretta tv l’abbandono della politica in caso di sconfitta al referendum. Ora, al contrario, viene promossa a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e questo con indignazione di molti (o almeno così sembra).
Alessandro Di Battista, figura chiave del Movimento 5 Stelle, ha affermato che all’estero – contrariamente a quanto succede in Italia – ci sarebbe la fila di giornalisti per chiedere conto alla Boschi di una promessa così palesemente non mantenuta.
Una considerazione che spinge ad interrogarsi ancora una volta sul vizio, vecchio come la politica stessa, di non sempre mantenere la parola data da parte di ricopre un ruolo di potere.

In questo caso però, l’analisi si vuole effettuare da due diverse prospettive: la prima sulle differenze a analogie, rispetto alle principali democrazie occidentali, del trattamento riservato ai politici che mentono (definizione non corretta come vedremo tra poco), tra il rischio di tipica esterofilia italiana e realismo; la seconda prospettiva invece riguarda le proporzioni che la questione ha assunto oggi, nell’era dei social media, rispetto al passato.

A illuminarci sul tema il direttore della LUISS School of Government e professore di scienze politiche e relazioni internazionali alla LUISS, Sergio Fabbrini, in un dialogo che spazia tra vicenda Boschi, differenze culturali, declino dei media tradizionali e ascesa della post-truth.

Professor Fabbrini, le chiedo molto semplicemente: come sarebbe trattato da politica, media e pubblica opinione un caso analogo a quello riguardante Maria Elena Boschi nelle altre maggiori democrazie occidentali?

In primo luogo credo vada fatta pulizia su un concetto per evitare facili populismi. Non userei per esempio la parola menzogna: per capirsi, non è stata detta una bugia di fronte ad un tribunale od un giurì, come per esempio fu nel caso di Bill Clinton quando poi fu sottoposto alla procedura di impeachment.
La menzogna ha un significato molto preciso che concerne l’utilizzo di una posizione di potere per coprire vicende private. Qui invece abbiamo una persona che ha preso degli impegni che poi non ha mantenuto. Quindi una distinzione tra i due concetti, non trattandosi di menzogne in senso proprio, va fatta, ma questo ovviamente non vuol dire che queste dichiarazioni siano irrilevanti nel loro carattere politico.
È probabile che quando sono state dette fosse convinta di poter mantenerle. Su questo piano non vi è una democrazia nel mondo, perlomeno a mia conoscenza, che non metta in evidenza frasi di questo tipo.

I politici vivono giorno per giorno non avendo una prospettiva storica, e quindi la loro preoccupazione sta nel vincere le elezioni successive, ponendosi raramente il problema delle conseguenze delle loro parole nel medio-lungo periodo. Sarkozy per esempio ha detto cose che poi non ha mantenuto, con la Francia che presenta una società molto libertina dove quindi ci sono state critiche per le cose da lui dette, le quali però più di tanto non sono andate avanti.
Diversamente, l’aspetto di non onorare la propria parola da un lato, e dall’altro quello ancora più grave di dire una menzogna è più sentito nelle società protestanti dove la responsabilità individuale è un elemento fondamentale della cultura pubblica. Per questi casi quindi, in un paese come la Germania l’atteggiamento è molto diverso. Se un ministro dice di aver conseguito un dottorato e poi si scopre che la tesi fu copiata, anche se non ha violato nessun patto pubblico o sperperato fondi pubblici a fini privati, questo si dimette, come appunto è successo in Germania.

La questione dunque, posta questa distinzione concettuale, sta nel capire la soluzione, da un lato alle menzogne, dall’altro invece nei riguardi del non mantenere la parola data. Nelle società protestanti la sanzione sia per l’uno che per l’altro aspetto è abbastanza forte. Da noi molte volte invece non è sufficiente per nessuno dei due.
Se potessi suggerire una politica legislativa, cercherei di colpire la menzogna e non la parola non mantenuta.

Quindi del caso Boschi nella sua specificità cosa pensa?

Mi sembra veramente poco appropriato il fatto che in una democrazia pubblica come la nostra Maria Elena Boschi sia rimasta al governo, tra l’altro con un ruolo importate come quello di sottosegretario del Presidente del Consiglio, dopo che il referendum ha portato alla sconfitta di una proposta di riforma che lei in larga parte aveva contribuito a definire.
Dico questo avendo una grande stima di lei; penso che sia una persona molto preparata e che sia stata un ottimo Ministro delle Riforme, avendo lavorato con grande diligenza. Però c’è una questione di appropriatezza politica che avrebbe dovuto prendere in considerazione. Sono rimasto stupito che nel suo caso specifico non abbia derivato alcuna conseguenza e credo che non le avrebbe fatto male tornare in parlamento per alcuni mesi invece di avere nuovamente un ruolo governativo.

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