martedì, Settembre 21

Case famiglia, nella Londra di Dickens? field_506ffb1d3dbe2

0

In Italia sono circa 34.000 i bambini fuori di casa, dati in affido o collocati in case famiglia. I minori che vengono affidati a queste strutture sono spesso bambini maltrattati, oppure ragazzi a cui i genitori non riescono a provvedere economicamente. Possono essere bambini abbandonati temporaneamente o definitivamente dai genitori, possono essere minori che il tribunale ritiene di dover allontanare dalle proprie famiglie d’origine. Oppure minori che hanno commesso reati e per cui il giudice ha stabilito il collocamento in comunità o ancora minori stranieri giunti in Italia senza i genitori. Per capire questo mondo e come queste realtà funzionino, se il sistema di tutela italiano è efficiente ed è ben organizzato abbiamo quindi intervistato il presidente e fondatore dell’INPEF (Istituto nazionale di pedagogia familiare), Vincenza Palmieri, e la sociologa dell’infanzia, Caterina Satta, già ricercatrice presso l’università di Ferrara e autrice per Carocci del saggio ‘Bambini e adulti: la nuova sociologia dell’infanzia’. Nel leggere ciò che entrambe hanno da raccontare sul mondo degli affidi e delle case famiglia sarà possibile farsi una prima idea di ciò che c’è di positivo e di negativo nel mondo dell’assistenza al minore in Italia.

Prima occorre però una precisazione. Dal marzo del 2001 con la legge 149, che è andata a modificare la vecchia legge 184 del 4 maggio 1983, le case famiglia prendono ufficialmente il posto dei vecchi orfanotrofi, infatti secondo quanto prescritto:  «Il ricovero in istituto deve essere superato entro il 31 dicembre 2006 mediante affidamento ad una famiglia e, ove ciò non sia possibile, mediante inserimento in comunità di tipo familiare caratterizzate da organizzazione e da rapporti interpersonali analoghi a quelli di una famiglia». Con questa norma è stato anche drasticamente ridotto il numero di bambini ospitabili da ciascuna struttura, quindi non più istituti con 50 o 100 minori, ma comunità più piccole, nuclei più ridotti, in modo da creare ambienti quanto più simili ad una vera e propria famiglia. Niente più casermoni stile Londra dickensiana, ma nuovi spazi che possano dare calore e alternative ai piccoli ospiti.

Cerchiamo quindi di capire se la collocazione in casa famiglia per questi ragazzi è una soluzione valida, o se l’affido ad una famiglia vera sarebbe la migliore scelta. Poniamo la domanda ad entrambe le esperte.

La dottoressa Palmieri è certa che l’idea di passare dalle vecchie generala, dagli orfanotrofi o dei manicomi per bambini, ad un sistema che potrebbe essere più vicino ad una famiglia è stata sicuramente una buona decisione. “Il problema non è questo però, non è quanti sono. Il problema resta chi sono questi bambini, perché si trovano in queste strutture e qual è il progetto per riportarli a casa. Il problema è il tempo, non si può prendere un bambino e lanciarlo nel vuoto assoluto della perdita. Ma lo sa cosa prova quel bambino quando viene preso e messo in una casa famiglia? Pensa che è colpevole, cade in un’angoscia, può diventare aggressivo e rabbioso. Può diventare malato”. Categorica e senza giri di parole quindi la Palmieri va dritta al cuore del problema. “In queste situazioni in tanti istituti si arriva anche a curare i bambini psichiatricamente. In talune strutture non è raro usare prodotti sedativi e tranquillanti per questi bambini, ovviamente, diventati difficili. Un bambino che non vede più i suoi fratellini, i suoi cuginetti, i suoi compagni di scuola diventa problematico. Uno tsunami entra nella sua vita, viene gettato in un posto estraneo in cui ha paura del buio, dove non c’è nessuno a consolarlo. È chiaro che quel bambino poi manifesta un disagio e una sofferenza che deve essere contenuto. Allora purtroppo il contenimento spesso diventa di ordine farmacologico” Il suo è quasi uno sfogo a questo punto: “Se le potessi raccontare tutte le storie che conosco di ragazzi che passano anche dall’Istituto o storie che mi vengono raccontate da zii e nonni  che osservano  lo scempio compiuto su questi bambini”.

Ed è già in questa prima domanda che le due esperte prendono strade diametralmente opposte, perché la dottoressa Satta sostiene che la casa famiglia è una validissima alternativa ai vecchi istituti. “Quelle erano strutture spersonalizzanti che non lasciavano il giusto spazio fisico e di relazione al singolo bambino e alla sua storia individuale. Adesso invece si cerca di accogliere la storia del bambino e di impostare un progetto per lui, il cosiddetto PEI (Progetto educativo individuale). Nelle comunità si cerca di ricostruire quello che si può definire un ambiente familiare, non una famiglia, e di offrire un’accoglienza ‘personalizzata’. Gli educatori lavorano per ridare significato alle relazioni adulto-bambino (uso questo verbo perché se questi bambini sono arrivati in comunità vuol dire che forse non hanno mai fatto esperienza, nelle loro famiglie d’origine, di relazioni adulto-bambino e tra pari sane), per cercare di fargli capire come incanalare ed esprimere adeguatamente le emozioni e costruire delle relazioni equilibrate”. E qui si esauriscono i punti di raccordo sulla questione.

Infatti a sentire la dottoressa Satta e i risultati di ricerche qualitative, condotte nella Regione Veneto con il  Dipartimento di Sociologia e quello di Scienze dell’Educazione dell’Università di Padova negli anni 2010-2012, le comunità sono state fonte di opportunità per i ragazzi che vi sono entrati. Cita in particolare un’indagine qualitativa su un campione di ragazzi e ragazze che avevano subito da minorenni un allontanamento all’interno di comunità educative. “Abbiamo fatto delle interviste a posteriori, quando i ragazzi avevano un’età compresa tra i venti e i trentuno anni. Gli abbiamo chiesto di raccontare la loro esperienza biografica. I risultati di questa ricerca sono molto interessanti perché rivelano come per la maggior parte degli intervistati l’inserimento in comunità, pur non negando aspetti di sofferenza, è stata, e cito le parole di uno degli intervistati, ‘la fortuna nella sfortuna’.  Nella sfortuna, cioè, di essere nato in una famiglia non in grado di accudirlo e di avere cura di lui come previsto per ogni bambino di quell’età, l’inserimento in comunità ha costituito un punto di svolta positivo nella sua vita, dandogli tutta una serie di opportunità che altrimenti non avrebbe potuto ricevere”.

Dalle parole della Satta sembra un altro mondo, un mondo di vita buona, molto diverso e più cupo quello che prospetta la Palmieri che vede nell’allontanamento un trauma e una prassi che viene applicata con troppa frequenza.L’allontanamento è una procedura che riteniamo molto abusata in Italia. È diventata una prassi comune quella di allontanare il minore dalla famiglia come soluzione di emergenza a fronte di una segnalazione. L’idea di base è quella di mettere  il bambino in sicurezza. E questo è giusto, cioè se si percepisce o se è documentata una grave condizione di rischio e di pregiudizio per la vita del bambino è ovvio che il minore vada messo in  una situazione di protezione. Ma quello che riscontriamo oggi è un abuso di questa procedura, in un duplice aspetto sia dell’allontanamento del minore sia dell’inclusione in una soluzione alternativa ad una famiglia.  Perché non optare per i nonni? Perché non alcuni parenti? Perché non c’è l’interessamento di tutta la famiglia?”.

La legge dice che prima di allontanare un minore si dovrebbe chiedere la disponibilità fino al quarto grado, perché secondo la sua esperienza invece si ricorre direttamente ad altre soluzioni? “Secondo la mia esperienza, la ragione che incontro è che è molto più semplice, facile, agire così. Cioè giunge una  segnalazione e la soluzione più rapida è quella di prendere il bambino e spostarlo con un provvedimento di urgenza e provvisorio, su questo tipo di provvedimenti non si può intervenire. Non si può impugnarlo, per cui questo provvedimento rimane così fin tanto che vanno avanti gli accertamenti. Questi accertamenti sono lunghissimi e nel frattempo la famiglia viene lesa. E questo è un primo motivo. Il secondo è di ordine economico. Il bambino finisce in una struttura che ha un costo elevato, per la permanenza di un bambino in una casa famiglia si va dai 70 € ai 400€ al giorno (la disparità dipende dalla differenza regionale o dalla tipologia di struttura). Stiamo parlando di un business altissimo, di cifre che potrebbero veramente essere spese per attivare percorsi di sostegno genitoriale, familiare, di educazione scolastica, per creare centri per i bambini. Se quelle stesse somme, e parliamo da un minimo di 2000 € al mese a un massimo di 12.000€ al mese a bambino, capisce. Se le stesse somme, dicevo,  fossero impiegate per dare sostegno a famiglia e bambino il progetto comporterebbe la possibilità per il nucleo di rimanere integro. Se io oggi le dico che è un grande business quello delle case famiglia nessuno si deve scandalizzare. Nessuno si dovrebbe ergere a difendere il proprio ordine professionale, nessuno dovrebbe stare lì a garantire un sistema. Ma tutti insieme a cominciare dai media dovremmo dire: sai che c’è proviamo ad andare a dare un’occhiata. Forse se la Palmieri lo dice, se c’è un gran parlare di questo da qualche parte ci sarà una verità”.

Ovviamente la dottoressa precisa che ci sono anche strutture e operatori che lavorano bene, seriamente, che mettono l’interesse dei minori al primo posto. “Non voglio essere un’assolutista, ci sono anche delle ottime strutture, ma stiamo parlando di eccezioni. La verità è che c’è un bacino di minori e questo bacino è molto appetibile”.

Secondo la Satta l’affido a case famiglia è uno strumento utilizzato dai servizi, però non segue la dottoressa Palmieri sul resto del discorso, ritenendo che le deviazioni e gli sconfinamenti nell’illegalità sono casi isolati che possono presentarsi in tutte le realtà che si occupano di infanzia ma vanno accertati volta per volta. Ed inoltre secondo una ricerca di cui si è occupata, ma anche vedendo i dati ministeriali, la tendenza attuale secondo lei è quella di implementare l’affido familiare piuttosto che collocare i minori nelle comunità educative. “L’allontanamento in comunità piuttosto che in famiglia è più dispendioso per l’ente locale che deve sostenerne le spese. La tendenza che si sta verificando, e verso cui si sta puntando, è, laddove possibile, di inserirli maggiormente in famiglie affidatarie e quindi di potenziare l’affido familiare. Solo che l’affido in famiglia è molto più complesso, nel senso che bisogna essere sicuri della famiglia a cui si affida il minore e non sempre c’è un percorso di professionalizzazione  dei genitori e delle famiglie affidatarie. È uno strumento un po’ meno ‘controllabile’ dai servizi anche se negli ultimi anni si sta lavorando molto in questa direzione”. Aggiunge infine cheNelle famiglie seguite dai servizi sociali, e da cui i figli sono allontanati, c’è ancora  forte il pregiudizio che i servizi sociali ‘rubino i bambini’. L’allontanamento è visto come un atto violento da parte dell’assistente sociale che porta via il bambino e quindi l’inserimento in comunità come una misura troppo forte rispetto alla situazione. Sia nelle famiglie che nel senso comune, il senso, cioè, dei non esperti e di chi non conosce il lavoro delle assistenti sociali e dei servizi sociali, c’è la percezione che ci sia un abuso.  Percezione distorta perché, a mio avviso, negli ultimi anni i servizi hanno attraversato una bella rivoluzione al loro interno. Se mai è esistita una predisposizione all’allontanamento dei bambini, attualmente c’è una grandissima riflessività all’interno dei servizi sociali e l’allontanamento è veramente l’ultima misura presa dopo aver messo in campo tutta una serie di altri strumenti e servizi per tenere il bambino nella famiglia d’origine pur assicurandone il benessere”.

Questo il quadro generale e piuttosto contraddittorio che emerge dalle posizioni delle due studiose e dalla chiacchierata fatta con queste esperte. A dover vigilare su queste realtà così fragili e delicate sono il tribunale dei minori, gli assistenti sociali degli enti locali in cui le strutture si trovano, ma d’altra parte come ci ha raccontato la Palmieri alcune delle lacune dipendono proprio da alcuni di questi soggetti. Luci e ombre, speranze e nuovi approcci di un settore in evoluzione e che sta cambiando, così come sta cambiando anche la percezione dello sviluppo e del benessere dei minori.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->