sabato, ottobre 20

Casalino fu vera gaffe? anche no, mentre pullulano gli arroganti e mancano i duri che sanno giocare Casalino sprovveduto non è, facile credere che abbia fatto tutto quello che ha fatto in piena coscienza, intendeva inviare un 'messaggio', e desiderava che quel 'messaggio' venisse identificato con lui

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Ce lo ricordiamo tutti, vero, il John Beluschi/ John ‘Bluto’ Blutarsky di ‘Animal House‘, e la sua famosa frase: «When the going getd tough, the tough get going», ‘quando il gioco si fa duro, I duri cominciano a giocare’? Ecco: il gioco si è fatto duro, senza dubbio. Sono i duri però che mancano. Perchè quelli che in queste ore mostrano la faccia feroce sono arroganti, presuntuosi, prepotenti; ma della durezza che la politica richiede e impone nulla hanno, nulla sanno.
E’ comunque una situazione che comincia a stomacare più di uno, perfino i mansueti; perfino quanti, senza essere ‘estranei’, cercano di tenersi fuori dallo stagno politico il più possibile. Come Giampiero Mughini: ospite della trasmissione ‘Aria che tira‘, non ce la fa a trattenersi: «Sono stato molto colpito dall’ultima sortita del vice-presidente Di Maio contro il ministro Tria… Di Maio: è la prima volta nella storia del mondo che a fare il Ministro del Lavoro è un che non ha mai lavorato…Questi cento giorni di Governo sono i peggiori che abbia mai visto…».
Si dira’ che Mughini, raffinato intellettuale ama in televisione iperboli e paradossi, sa che il pubblico va épaté. Qui, però siamo al ridicolo. Si prenda questa vicenda delleesternazioniminacciose (o delle minacce esternate, fate voi) del portavoce del Presidente del Consiglio Rocco Casalino nei confronti dei funzionari che lavorano con il Ministro dell’economia e finanze Giuseppe Tria. Ungioco delle partidi vago sapore pirandelliano che scivola nel vaudeville, farsa più che operetta. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte mal cela il suo fastidio, e dell’ingombrante Casalino vorrebbe fare a meno volentieri. Luigi Di Maio e i grillini strillano ‘Guai a chi lo tocca’, e si capisce: Casalino è il privatogrande fratellodi Di Maio, che tutto vuole vedere e soprattutto controllare.

E’ una partita delicata. Le polemiche che si sono scatenate su Casalino, la richiesta che sia giubilato, sono stoppate (ma al tempo stesso alimentate) da una lettera che reca la firma di Di Maio, a tutti i parlamentari pentastellati. Va tutto bene, assicura Di Maio, che definisce Casalino  ‘vittima e guerriero’; aggiunge poi che «chi si oppone alle riforme non è il Governo e chi ne fa parte ma un gruppo di mandarini e burocrati messi lì dal vecchio sistema che ci remano contro. Noi abbiano vinto ma il sistema è ancora tutto lì». Veramente non e’ proprio ‘tutto li’. Perche’ ha voglia Conte a rassicurare che tutto va in armonia, che sono tutti compatti e uniti. Chi non è per nulla soddisfatto è  il Ministro Tria, lasciato solo a difendere i suoi tecnici e funzionari. La Lega di Matteo Salvini, per esempio: capita l’antifona si sfila e non entra nel gorgo delle polemiche. Solo il sottosegretario alla presidenza Giancarlo Giorgetti, con frecciate intinte di curaro dice che non è  un portavoce a far cadere i ministri; e che il problema, se si vuole, lo si risolve facilmente: evitare di avere, come fa lui, dei portavoce.
Sempre dalla Lega si fa osservare che su ben altro sono concentrati e impegnati: «Oggi c’è Consiglio dei ministri con due decreti delicatissimi in arrivo, Genova e immigrazione, giovedì dobbiamo presentare la Nota di aggiornamento del Def, bisogna finalmente sistemare la Rai… Non possiamo certo bloccare tutto per Casalino».
Dalla Lega fanno capire che a tempo debito la questione sara’ affrontata e risolta; anche per dare un qualche riscontro al Quirinale. Dal colle presidenziale si è fatto sapere che quella esternazione di Casalino non è per nulla piaciuta. Palazzo Chigi insomma si trova in una situazione delicata: non può scontentare il movimento di Grillo (e in particolare Davide Casaleggio, il vero dominus, di cui Casalino è emanazione); al tempo stesso di deve rispondere in qualche modo a Lega e Quirinale.

La successione dei fatti aiuta a mettere a fuoco la situazione: mercoledì sera Casalino invia un messaggio audio via whatsapp ad alcuni giornalisti. Un messaggio, nelle intenzioni di Casalino, confidenziale, ‘riservato: nel quale si spiega perché Di Maio  invita il ministro Tria a essere serio, «nulla di personale, solo un invito generico»; poi si annuncia cosa succederà se non saranno trovati i dieci miliardi per il reddito di cittadinanza: «Sarà una mega vendetta, li passiamo per i coltelli questi pezzi di m… Del Mef, questi tecnici e burocrati che non mettono a disposizione le pieghe del bilancio…».
Un file inviato da Casalino, come molte alter volte. Il modo per comunicare la ‘linea’ che palazzo Chigi desidera sia evidenziata sui giornali. Per Casalino quella ‘linea’ doveva essere genericamente attribuita auna fonte parlamentare‘. Peccato. Questa volta con la ‘linea’ è stato anche rivelato l’autore dell’imbeccata. Perche’ una frase del genere è ‘notizia’ solo se e’ accompagnata dal suo autore, che non e’ un cittadino qualunque: è il portavoce del Presidente del Consiglio.
Doveva, poteva immaginarlo, Casalino, che sarebbe finito cosi’. Se non lo ha immaginato è uno sprovveduto. Ma Casalino sprovveduto non è: in questi anni ha ben imparato il mestiere di spin doctor, come si manipola, si centellina, si titilla giornalista e ‘informazione’. Più facile credere che abbia fatto tutto quello che ha fatto in piena coscienza. Forse non ha previsto l’intensita’ della tempesta che si è scatenata. Di certo intendeva inviare unmessaggio‘, e desiderava che quelmessaggiovenisse identificato con lui. Altrimenti la ‘linea’ avrebbe trovato il modo di comunicarla in un modo piu’ discrete e soft.
Come sia, la frittata e’ fatta: siti e giornali pubblicano il contenuto del file audio, fanno il nome dell’autore. Pubblicato anche il file audio. Conte è il primo che, imbufalito, chiede spiegazioniTria è fuori dalla grazia di Dio. Il Quirinale preme. Salvini, pago delle ‘sue’  polemiche si chiama fuori: «Non mi appassiono a conversazioni rubate…». Nella Lega, gli altri Ministri, in realtà sono furibondi. Le opposizioni martellano: dal segretario Maurizio Martina a Paolo Gentiloni, e perfino Silvio Berlusconi; condannano l’accaduto, chiedono «il licenziamento del portavoce…chi lavora nelle istituzioni ha l’obbligo di servirle con disciplina e onore. Il signor Casalinonon è più compatibile con la sua funzione». Perfino il mite presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani usa parole di insolita durezza: «Le purghe del M5S ricordano Stalin, la Lega li fermi».
Casalino azzarda una timida difesa, concordata con Conte: «La pubblicazione del messaggio viola il principio costituzionale di tutela della riservatezza delle comunicazioni e le più elementari regole deontologiche. Le più elementari regole deontologiche impongo riserbo in questa tipologia di scambio di opinioni».  Poi, le scuse: «Visto il delicato ruolo che ricopro, devo comunque chiarire che i contenuti di quella conversazione privata sono una libera esternazione espressa in termini coloriti. Non c’è alcun proposito di perseguire in concreto che sono riferibile ad una sensibilità presente nel Movimento che era mia premura rappresentare».
Conte poi esprime ‘totale fiducia’. Non entra nel merito delle parole, perchè si tratta di «un messaggio privato»; critica pero’ il metodo: «chi lo ha diffuso ha scelto condotte gravemente illegittime che tradiscono fondamentali principi costituzionali e deontologici»; una toppa peggiore del buco: si finge di ignorare che unanotizia‘ e’ una ‘notizia‘, e il vero problema sarebbe stato se non fosse stata data (ed è accaduto, accade). Non una parola per i tecnici minacciati di epurazione. Solo un «stiamo lavorando tutti alla manovra con il sostegno delle strutture amministrative». Così è lo stesso Tria a sentire la necessità di una difesa dei suoi uffici: «Esprime piena fiducia ai dirigenti e alle strutture tecniche del Mef e apprezzamento per il lavoro che stanno svolgendo a sostegno dell’attuazione del programma di governo».  Solidarieta’ accompagnata da una stoccata: «Le coperture e l’attribuzione delle risorse non spettano alle strutture tecniche ma sono una scelta politica». Traduzione: se si tratta del tentativo dei 5 Stelle per trovare un alibi all’impossibilità di realizzare le promesse e le riforme bandiera, non ci stiamo. Anche perchè Casalino per primo dovrebbe chiarire un piccolo mistero: in campagna elettorale si affannava a spiegare che erascientificamenteprovato che il programma pentastellato di cento miliardi di spesa aveva tutte le coperture. Come mai ora si trova dover fare quel tipo di minacce persoli dieci miliardi?

I grillini fanno quadrato: Alessandro Di Battista: «Casalino ha sbagliato, questa roba infatti va detta a voce alta: bisogna cacciare chi rema contro nei ministeri»: e con lui Di Maio, Roberto Fico e tutto lo stato maggiore: unanimi nella difesa di Casalino e nella condanna dei giornalisti, come da tradizione

In una situazione normale, il portavoce del Governo ‘beccato’ a minacciare dei funzionari dello Stato sarebbe accompagnato alla porta. Da manuale un precedente ormai storico, quello di Antonio Ghirelli: eccellente giornalista, portavoce del presidente Sandro Pertini, lascia il Quirinale senza fiatare, per un comunicato sbagliato di un suo collaboratore. Altro tempo, altro stile. Ora la ‘casalinata’ è una medaglia da esibire con compiaciuto orgoglio.

La vicenda, naturlmente, non è per nulla chiusa. Non lo è per Salvini e la Lega che cercano di tenersi fuori dalla diatribe. Perche’ questa vicenda inevitabilmente riguarda il tipo di rapporti di ‘oggi’ e di ‘domani’ tra il partito di Salvini e il movimento di Grillo,Casaleggio e Di Maio.

La Lega, all’apparenza, procede col vento in poppa. Dovrebbe, Salvini, essere più attento al Colle. Il fatto di aver raggiunto un accordo con Berlusconi e di fatto conquistato la presidenza RAI per Marcello Foa, non aiuta ad avere buone relazioni con il Quirinale. Sergio Mattarella non ha certo dimenticato gli interventi e i tweet dove viene definito ‘disgustoso’. Ha la memoria lunga, il Presidente.
Un malumore, quello del Colle già emerso con la contrarietà al decreto sull’immigrazione; e all’orizzonte altre spine: la sessione di bilancio, per esempio; la Finanziaria conterrà numerosi rospi che non saranno facilmente ingoiati dalla ‘pancia’ leghista. Salvini inoltre è consapevole di non poter più  giocare lo spauracchio delle elezioni anticipate. Mattarella ha fatto sapere da tempo che non ha nessuna intenzione di sciogliere le Camere, e di correre il rischio di vedere il leader della Lega presidente del Consiglio. Piuttosto giocherà la carta di un primo ministro ‘tecnico’.

E gli altri, l’opposizione? La confusione è totale. Si può prendere, come Stella Polare il consueto, domenicale, almanaccare di Eugenio Scalfari su ‘Repubblica‘. Questa volta sembra uno di quei war game che si fanno coi soldatini: sposta un reparto di qua, manda un plotone di la’ e vediamo se Waterloo cambia di vinti e vincitori.
Si almanacca, in sostanza di un Partito Democratico alla riscossa, grazie a una classe dirigente che si è liberata in qualche modo di Matteo Renzi (che però non va rottamato, piuttosto lo si spedisce a occuparsi in Europa di ministero delle Finanze unico e di FBI europea anti-Isis; questo perchè lui vuole comandare, non sa lavorare di squadra; a Bruxelles e dintorni non aspettano che lui). La classe dirigente del PD (quale sia non si sa, è come l’Araba fenice di Pietro Metastasio: “È la fede degli amanti/
come l’Araba Fenice/ che vi sia ciascun lo dice / ove sia nessun lo sa…”). dovrebbe condurre alla riscossa, affiancato da un movimento di sinistra europeista (di quale sinistra, per quale tipo di Europa, quello seguirà, come l’intendenza).
Tutto bene, solo che al solito questo tipo di almanaccamento funziona nelle cene alla Giancarlo Calenda o in talk show monocordi; assai meno nella politica dura che continua a essere quella definita con pratica e ruvida definizione da Rino Formica: sangue e merda. L’asino questa volta cade in un piccolo dettaglio: quando si sostiene che nel 2014, in occasione delle elezioni per il Parlamento Europeo Renzi e il suo PD raccolsero il 41 per cento degli elettori. Non è così. Raccolse il 41 per cento dei votanti. Ma altissima fu la percentuale degli astenuti, già allora. Tutti finsero di non accorgersene; tutti meno Marco Pannella che subito ammoni’ Renzi di fare molta attenzione, che sarebbe finito con l’andare a sbattere. Cosa puntualmente avvenuta, con le conseguenze che sappiamo e vediamo.
Allora Scalfari fu tra i tanti che non volle, o non seppe capire. Anche allora almanacava, al pari di oggi. Fino a quando ad almanaccare è Scalfari, pace. Il fatto è che lo fanno anche Maurizio Martina, Nicola Zingaretti e tutto quello che rimane del PD: un’opposizione che non sa essere opposizione. E l’assenza di opposizione significa una democrazia amputata di arti fondamentali… Questa la situazione; questi I fatti.

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