lunedì, Settembre 27

Cartoline da Nocera

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 Nocera

La settimana accorciata dalla Festa Nazionale incomincia di prima mattina, al bar sotto casa, a Nocera.

Non so come facciano gli addetti a essere così ilari e melliflui  -quasi irritanti per me, che ho l’antenna anti-birignao ipocrita- e come non diano di matto di fronte al complesso mosaico di ordini che li mitraglia: dei miei compagni di bancone  -almeno una quindicina, perché io consumo con la lentezza un po’ legnosa che mi contraddistingue-, quasi tutti chiedono il caffè o il mini-cappuccino, ma non ce n’è uno che si omologhi all’altro. Sorvolando sugli eretici che lo sorbiscono dekà, c’è chi vuole il caffè in tazza o in vetro (ciò già connota differenti scuole di pensiero), e i recipienti bollenti o freddi; caffè macchiato freddo o macchiato caldo; e, fra i macchiati, chi richiede latte intero e chi latte scremato; poi, si differenzia anche la quantità del latte da mescolare al caffè, chi abbondantissimo, praticamente un latte venato di marrone e chi pretenderebbe il contagocce per arrivare alla giusta nuance di caffè leggermente impallidito dal latte.

Ancora, c’è qualcuno che vuole caffè freddo e latte caldo e spunta un tizio che gradisce una spolverata di cacao. Non dimentichiamoci, poi, gli amanti, anche di prima mattina, di una correzione alcoolica, ed anche lì si apre una vasta gamma di scelte: sambuca, brandy italiano, cognac francese, rum… Insomma, una Babele…

Subito il mio pensiero schizza all’assoluto individualismo che caratterizza gli italiani, racchiuso persino in un gesto quotidiano e innocuo com’è il consumo del caffè al bar, e che è una contraddizione in termini rispetto alla necessità che, in certi momenti, occorra pensare da popolo piuttosto che da NIMBY (Non in my Back Yard – Non nel mio giardino), ovvero come se ciascuno sia il popolo di sé stesso.

Ma l’esperienza prosegue: arrivano due tizi vestiti in maniera assai ricercata, fazzoletto candido che occhieggia dal taschino della giacca, camicia rigata, abito intero grigio chiaro in fresco in lana, forse di sartoria, cravatta Marinella o para-Marinella (non sono ancora arrivati a Ulturale, pazienza…).

Purtroppo, aprono bocca. Mi sarebbe piaciuto registrare il dialogo che avviene accanto a me, ma è in dialetto abbastanza stretto e ve ne traduco il senso: parlano di un tal Luigi (nome di fantasia: quello che ho sentito è un altro), il cui giovane figlio ha avuto la bella soddisfazione di essere eletto Consigliere comunale con 150 voti.

Dal dialogo emerge che il giovinotto, a scuola, era praticamente l’ultimo della classe in qualche diplomificio; che ha fatto impazzire il padre con le sue calate d’ingegno, compresa una non chiarita responsabilità in campo di tossicodipendenza; che il padre, in virtù di non so bene quale potere e magheggio ha fatto sì che due sezioni (il partito dev’essere di quelli ben radicati) abbiano spostato voti per farlo eleggere e così accontentare questo loro punto di riferimento così premuroso e sfortunato negli affetti paterni.

A Nocera stavolta non s’è votato, ma nel circondario sì: chissà quale povero Comune viciniore si ritrova un simile fiorellino di bosco a sedere nel Consiglio comunale.

Direte voi che persino il Trota è stato Consigliere regionale e avete ragione: ma, dopo le infinite polemiche suscitate da quello e da altri casi analoghi, possibile che la genìa dei trotini sia sempre nella nursery, pronta ad essere messa a sedere in qualche amministrazione di varia entità?

E che ci siano ancora elettori così obnubilati dagli ordini di scuderia, da votare a scatola chiusa uno che si sa benissimo essere inadeguato?

Buffo che, quando si tratta di caffè, ciascuno sia in grado di sapere esattamente cosa gli piace e allorché si tratta di dare in mano a un incompetente un ruolo decisionale delle sorti del proprio Comune, tale autonomia di pensiero ceda il passo all’ossequio a Luigi ed ai suoi sosia.  

Scrivo ora e il giornalista di ‘Sky TG24‘, con voce accorata commenta i dati sulla disoccupazione, i peggiori da quasi 40 anni, in particolare al Sud, dove i giovani senza lavoro sono il 46%.

Non tutti nascono figli di Luigi, per cui a tutti gli altri tocca di provare quella drammatica sensazione di emarginazione che è quasi un lento veleno: ti lascia assolutamente conscio  ma senti gli spasimi di un’umiliante inutilità, di una straniante impotenza.

In più, in quelli senza sensibilità e privi di cultura, c’è l’inebriante illusione consumistica che, anche se hanno il QI quasi azzerato (anzi, soprattutto in quel caso), li fa sentire in credito col mondo di una posizione preminente ed anche in questo penso che c’entri qualcosa quell’individualismo che s’incarna nella gamma infinita di modi di prendere il caffè.

Sì, certamente al Luigison   –usiamo il patronimico, alla scandinava, perché costoro fanno più danni di un’orda vichinga-  non sarà mai passato per l’anticamera del cervello il benché minimo dubbio sulla propria capacità di portare avanti il proprio incarico istituzionale.

Alle brutte, c’è sempre Papà a coprire le magagne: ma è possibile che un’intera comunità locale diventi una sorta di comunità di recupero per un giovincello che ha inseguito i paradisi artificiali, compreso quello dell’ignoranza, premiato con un ruolo che gli dà potere su altri che si son guardati bene da inseguire falsi idoli e dall’essere potenziali vittime di pericolosi ricatti?

Lo penso angosciata, passando alle 7:35 dinanzi all’ufficio postale dove c’è una fiumana di persone, alcune decisamente dimesse e patite, a far la fila per riscuotere quattro euro in croce di pensione sociale.

E’ gente come loro che, senza potere far nulla per emanciparsi, subirà l’auctoritas di uno di queste finte giovani leve della politica locale.

Certo che, partendo da uno scambio di battute fra due sconosciuti al bar, son capace di fare voli pindarici niente male …

Ma se l’obiettivo fissato dal nostro traghettatore fuori dalla crisi è di cambiare verso… mi pare che  l’inversione a U sia ancora tutta da studiare e il cambio delle marce sia … a folle.

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