martedì, Giugno 15

Cartolina da Roma image

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Albero Natale p.zza Venezia

Quando ero piccolo, alle elementari intendo, mi rimase impresso un racconto natalizio di cui non ricordo l’autore, stampato sul sussidiario e letto collettivamente in classe. Erano i primi Anni Sessanta, nell’aria  cominciava a diffondersi un sentore di boom economico, appena accennato. Le prime televisioni, i frigoriferi, qualche 600, azzurrina o bianca smagliante, che spicca tra le topolino e le vecchie millecento scure. Il racconto parlava di una cena di Natale, organizzata tra colleghi bottegai della stessa strada cittadina. A due di essi, settore alimentare, il boom aveva fatto già un certo effetto e, tronfi di un qualche nuovo benessere acquisito, sfoggiavano in tavola, magnificandoli, i grassi prodotti dei loro affari prenatalizi: tacchini, faraone, panettoni, dolci e bottiglie di ogni sorta. Il terzo, cartolaio e dunque operatore culturale ante litteram, come sempre non aveva tirato quattro paghe per il lesso e, torvo, stringeva a sè solo uno scatolone incartato, dal quale, al momento dell’esibizione del proprio contributo ‘in natura’ alla cena, butta in aria decine di quaderni e penne biro invendute. Segue aspra discussione e lite insanabile tra i negozianti.

Ecco, dopo tanti anni questo misero Natale 2013 mi ha fatto ripensare a quel racconto, che avevo archiviato nella memoria come un reperto storico, il simbolo di un epoca che fu e che mai più sarebbe tornata, stabiliti ormai nel mondo dorato della crescita continua, dello sviluppo inarrestabile e della ricchezza contenuta ma sicura.

I sintomi della fine di un ciclo (sarà questo poi, quello che i Maya volevano affannosamente comunicarci?) come sempre si vedono dai particolari. Negli uffici non c’è quell’aria prevacanziera infallibilmente punteggiata di pacchi regalo e festosi scambi di auguri. Le agende in regalo, non dico quelle sontuose, rivestite in pelle, ma nemmeno le sorelle povere, con stampigliato sopra il nome di una ditta ai più sconosciuta, sono scomparse dalla circolazione dopo un’agonia durata un paio d’anni. Le luminarie che adornano le strade di città e paesi sono caratterizzate da una rigida politica di riciclo: guai a inventare un festone originale, un gesto creativo inedito, una personalizzazione sorprendente. Dalle scatole custodite in umidi magazzini sono ricicciate pari pari le meste pioggerelle luminose e gli angioletti trombettieri dell’anno scorso, tristezza infinita.

Da ultimo, il neo sindaco di Roma Ignazio Marino ha pensato bene di assestare il colpo definitivo, mortale, all’umor nero dei cittadini dell’Urbe, già in fase terminale per la quotidiana sopportazione di manifestazioni di ogni genere, dai forconi in Jaguar agli studenti incazzati ai truci oppositori di opere pubbliche che potrebbero (non sia mai) aprire qualche spiraglio all’occupazione dei lavoratori. Se volete vedere la ciliegina, il capolavoro di cui sto parlando, non avete che recarvi in gita a Roma, percorrere il tratto pedonalizzato tra il Colosseo e Piazza Venezia, stando bene attenti a schivare le numerosissime auto che lo percorrono e a non precipitare nei cantieri della Metro C, ormai indistinguibili dalle gloriose vestigia del passato imperiale. Posizionatevi poi esattamente in front of al monumento a Vittorio Emanuele II°, noto anche come Altare della Patria, Macchina da Scrivere o Torta Nuziale, compìte una rotazione di 360 gradi trovandovi col famoso palazzo del famoso balcone delle adunate oceaniche sul vostro lato sinistro, il tutto possibilmente dopo l’imbrunire. Davanti ai vostri occhi apparirà, dopo una breve ricerca ottica, un piccolo albero spelacchiato, forse un abete recuperato da una epidemia provocata dalla fastidiosa processionaria che ha colpito quest’anno le conifere del nostro settentrione, raffazzonato alla meglio e rattoppato con scrittine luminose inneggianti alla pace, nell’esiguo numero di lingue consentito dalle limitatissime dimensioni dell’esemplare botanico in questione.

Quello che state vedendo è il simbolo del nostro Natale, offerto dal Comune di Roma in segno di speranza (che dico, di certezza) per un futuro che si annuncia denso di volontà di riscatto per la Nazione tutta. Con i soldi risparmiati rispetto agli alberi eretti negli ultimi decenni, smargiassate di dimensioni palesemente e sgradevolmente eccessive, è stato possibile (voci di corridoio lo assicurano) garantire il riassesto di diversi metri quadri di sampietrini in via del Boschetto, tra il civico 46 e il civico 52.

Auguri a tutti.       

 

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