domenica, Maggio 9

Carter e Trump: la strana coppia e i molti rischi di una politica ‘bloccata’ Le tensioni continuano ad attraversare l’amministrazione, ma ecco arrivare un appoggio inatteso

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Le tensioni che continuano ad attraversare l’amministrazione statunitense sono riemerse nuovamente nel corso degli ultimi giorni, con il Partito repubblicano, attraverso alcuni suoi prestigiosi esponenti (l’arci-rivale di Trump, John McCain, ma anche Bob Corcker e Jeff Flake, rispettivamente Presidente e influente membro della Commissione Affari Esteri del Senato), sempre più critico nei confronti di un Presidente verso il quale non ha mai nascosto la sua ostilità.

In questo quadro, una sponda inattesa per Trump sembra giungere dall’ex Presidente democratico Jimmy Carter (1977-81) che recentemente ha dichiarato la sua disponibilità a lavorare con Trump sulla scottante issue nordcoreana e ha assunto posizioni di sostanziale appoggio alla Casa Bianca su un serie di questioni che spazia dal tema del ‘bend a knee’ al delicato punto delle eventuali ingerenze russe nelle ultime elezioni presidenziali. Parole che suonano tanto più significative se si tiene conto di come Carter sia stato più volte additato da Trump come un esempio negativo, quando non apertamente etichettato come uno dei peggiori presidenti nella storia degli Stati Uniti.

Questo esito apparentemente paradossale rappresenta, da molti punti di vista, il prodotto diretto del modo in cui si sono strutturati i rapporti fra il candidato Trump e quello che – nominalmente – doveva essere il suo partito di riferimento sin dai mesi della campagna elettorale. Le critiche indirizzate da Trump alla ‘politica politicante’ del partito, insieme a quelle (spesso violentemente aggressive) dirette agli altri candidati del partito stesso, svolgono un ruolo importante nella sua narrazione politica e contribuiscono in una certa misura al suo successo. Questo atteggiamento non viene meno con la vittoria elettorale e si consolida dopo l’insediamento, quando le (presunte) resistenze del Congresso sono in più occasioni (e non sempre a torto) chiamate in causa per giustificare gli scarsi risultati  ottenuti dall’amministrazione. Dietro tutto ciò, permangono, infine, le divergenze non di rado profonde fra il ‘jacksonismo’ ostentato del Presidente e un’ortodossia che il partito ha consolidato nel corso degli anni allontanandosi sempre più (ad esempio in materia di commercio internazionale e di protezione dell’industria nazionale) da quelli che erano i pilastri del repubblicanesimo ‘tradizionale’.

Dall’altra parte, non è senza significato che proprio da Jimmy Carter venga quella che alcuni hanno voluto vedere come un’apertura di credito nei confronti del Presidente. Al netto delle grandi differenze di stile e messaggio politico, anche Carter è stato, all’epoca della sua elezione, un outsider, poco inserito nella macchina partitica democratica. Allo stesso modo, anche Carter si è scontrato, in seguito, con l’ostilità di un Congresso che, sebbene a maggioranza democratica, ha contrastato fortemente le decisioni della Casa Bianca, giungendo in più occasioni a negare i fondi federali per il perseguimento delle politiche contestate. Negli Stati Uniti ‘antipolitici’ del post-Watergate, il voto a Carter aveva significato, per molti, il rifiuto delle tradizionali logiche partitiche e la ricerca di una via d’uscita dalle difficoltà economiche che affliggevano il Paese gli anni di Nixon e che si erano aggravati sotto l’amministrazione Ford. Nonostante le differenze fra i due contesti, le ragioni dietro al voto dato a Carter e a Trump presentano, quindi, più di un tratto in comune ed esprimono l’ostilità latente in larghe fette della società statunitense nei riguardi della politica ‘di palazzo’.

Ovviamente, leggere le parole di Carter come una sorta di ‘endorsement’ dato a Donald Trump e alle sue posizioni sarebbe spingere l’argomento troppo avanti. L’enfasi dell’ex Presidente è rivolta in primo luogo alla Corea del Nord, Paese verso cui Carter, ai tempi della presidenza, aveva lanciato una propria particolare di politica di distensione. Esse, tuttavia, sono anche un indice delle divisioni che esistono nel Partito democratico e del dibattito che lo attraversa riguardo alla necessità di ‘tornare fra la gente’ confrontandosi con la piattaforma ‘radical’ che ha fatto il successo di Bernie Sanders; una posizione che – come detto – non è incoerente la storia politica dello stesso Carter. Esse suggeriscono, inoltre, quella che è la necessità di uscire dall’impasse in cui la vita politica statunitense sembra essere caduta dopo la ‘discesa in campo’ del tycoon newyorkese. Appare, infatti, sempre più chiaro come lo scontro fra trumpismo e anti-trumpismo rappresenti, oggi, il principale fattore di debolezza della vita pubblica statunitense; un fattore che rischia di impattare in modo difficilmente prevedibile sulla sua evoluzione e – più concretamente – sugli esiti delle prossime elezioni, cui democratici e repubblicani guardano ormai con aperto e crescente timore.

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