mercoledì, Aprile 21

Carrà, ti sei scordata di bocche – cucite field_506ffb1d3dbe2

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bocche-cucite

 

E’  stato molto bello il gesto di Raffaella Carrà  -dopo una performance veramente eccellente- di ricordare dal palco di San Remo la situazione insostenibile dei nostri fucilieri in attesa in India da due anni di conoscere almeno il campo di imputazione che li riguarda. Ed è stato altrettanto opportuno lasciare spazio alle loro ‘donne’ di ricordarli durante la conferenza stampa del Festival.

Tutto questo contrasta, però, duramente con il silenzio che circonda la sorte delle bocche-cucite del centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria, alle porte di Roma. Quando fu iniziata quella straziante protesta con una modalità che colpì profondamente la nostra sensibilità, stampa, radio, televisione ne parlarono ampiamente. Un parlamentare del PD di origine magrebina, Khalid Chaouki, visse con loro qualche giorno in segno di solidarietà. L’onorevole Luigi Manconi, sempre in prima linea a favore dei migranti fece diverse visite, e così pure il garante per i detenuti del Lazio. Numerose furono le interviste al loro portavoce e si dette notizia di lettere inviate al Capo delle Stato e anche al Papa. Si ricordò che la Bossi-Fini e le norme successive hanno portato ad allungare il termine di permanenza in quei lager fino a 18 mesi.

Poi calò il silenzio e solo un titolo del TG3 del 14 febbraio rese noto che due di loro erano stati espulsi e che per altri si preparava la stessa sorte. Tutto fatto alla chetichella. Un minimo di proporzione tra il clamore delle ‘bocche-cucite’ e la sorte effettiva di questi ragazzi non è stato rispettato. Non fanno più notizia. Non devono fare più notizia. Non ditemi che questo è un caso. Al contrario è una precisa strategia comunicativa già evocata così sapientemente da Alessandro Manzoni: «Sopire, chetare, zittire» è il famoso motto che mette in bocca al Conte Zio, che nel nostro caso può essere presumibilmente rappresentato dal Ministro dell’Interno Angelino Alfano, che pur ha accompagnato il Papa nella sua dolorosa visita a Lampedusa. 

Non è che ci sfuggano le tecnicità per cui il diritto a permanere sul nostro territorio (magari solo per transitare verso un altro Paese per raggiungere parenti ed amici) può non trovare in tutti gli ospiti del CIE i prescritti requisiti. Ma guardiamoci negli occhi, anzi, guardiamo nei loro occhi arrivati a noi attraverso gli schermi della televisione quando c’erano là le telecamere: con quale animo si può ricacciare indietro in un atroce gioco dell’oca gente che è sfuggita alla guerra o alla fame, ha attraversato deserti, ha sostato in campi profughi, ha fatto traversate in cui ha visto morire compagni di viaggio in mare, ha investito  -con la sua famiglia-  risparmi di una vita per alimentare la speranza di un’esistenza civile in un Paese civile? Vale di più uno straccio di documento o un’incertezza in un interrogatorio rispetto alla mortificazione di questa speranza?

Non sono loro i clandestini, è clandestina la nostra informazione che ci nasconde l’esistenza di questi drammi che sono provocati da una nostra precisa scelta politica. Tra i pochi servizi giornalistici che ne hanno parlano qualcuno ha trovato la parola giusta: ritorsione. Una scelta di ritorsione per il disturbo che ci hanno recato con le loro bocche cucite, i loro digiuni e i loro materassi all’aperto: tutte manifestazioni, si noti, degne del migliore pacifismo, manifestazioni che se fosse vivo Gandhi avrebbe elogiato.

I nostri fucilieri meritano la nostra attenzione e la nostra difesa. Due anni di sospensione della loro vita personale, di distacco dalla loro famiglie, di allontanamento dai loro corpi militare sono già una condanna durissima, senza neppure un inizio di processo, in India o in Italia.
Ma questi ragazzi del CIE non hanno neppure un procedimento pendente. Hanno solo una legge che li definisce clandestini che il Parlamento ha rimosso. Eppure, per loro non solo non c’è giustizia, non solo non c’è pietà, ma non c’è neppure quella solidarietà che oggi soltanto gli organi d’informazione possono creare. Come diceva lo studioso californiano Percy Tennenbaum: «Se un baobab cade nella foresta e non c’è una telecamera che lo riprende, quell’albero non è mai caduto». Al CIE di Ponte Galeria sta cadendo un Baobab che nessuno di noi vuole conoscere.

 

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