sabato, Novembre 27

Caro Scimpanzé, ti scrivo La conclusione degli studi americani

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Il Pianeta ha varcato la soglia delsesto grande evento di estinzione di massa‘: è la conclusione di tre studi americani condotti dalle Università di Standford, Princeton e Berkeley, pubblicati su ‘Science Advances. Le cause: riscaldamento globale, inquinamento e deforestazione.

 

Caro Scimpanzé,
se leggi questa mia allora ciò significa due cose: che la mia specie si è estinta, e che hai imparato la mia lingua.
Ti chiamo scimpanzé, alla nostra maniera, ma tu sicuramente chiamerai te e i tuoi simili con un altro nome comune, e te stesso con un determinato nome proprio. Ma io non conosco né l’uno né l’altro, scusami.
Abbiamo fatto un bel casino, noi uomini, vero? Abbiamo innescato la sesta estinzione di massa nella storia della Terra, e l’abbiamo portata avanti al punto che noi non ci siamo già più e, immagino, anche tante altre specie animali e vegetali sono scomparse; e nessuno, almeno tra i viventi più complessi, se la passa niente bene. (Quel gran culo del batterio, si sa, qualunque cosa succede al pianeta da 3.5 miliardi di anni, se ne frega beato!)
Ma in generale -voglio dire: anche prima delle estinzioni- ne abbiamo combinate di ogni.
Intanto, tra noi, gli uni contro gli altri, abbiamo infarcito la nostra storia di crimini orrendi: lo sfruttamento, la schiavitù, il razzismo, la guerra, il genocidio. Ci avrete osservato, e chissà che pensavate di noialtri.
E poi, con una tirannide di ferocia senza pari, abbiamo condannato a sofferenze inaudite miliardi e miliardi e miliardi e miliardi e miliardi di animali, grandi e piccoli, per secoli, per millenni, trasformandoli in una pura e semplice catena di montaggio per la soddisfazione del nostro appetito (magari fosse stato per fame  -magari!) e del nostro bisogno che qualcuno facesse i lavori di fatica al posto nostro, per i nostri agi e i nostri lussi, per la nostra propensione alla paura, alla superstizione e paranoie varie per cui voialtri animali ci andavate comunque di mezzo, e perfino per saziare il nostro puro e semplice divertimento  -come di sicuro riportano le storie che voi, caro Scimpanzé, tramanderete nella vostra cultura su quei luoghi che noi chiamavamo circhi o zoo. Vi abbiamo fatto soffrire come cani (scusa  -è un modo di dire che non vuol dire niente) anche col motivo di studiarvi, certo; e, studiandovi, di conoscere meglio noi stessi, per guarire o prevenire le nostre malattie. Ma anche ammesso fosse per noi lecito farlo, visti i nobili (solo un filo egoistici) obiettivi, però la percentuale delle sofferenze immense che gli uomini hanno inflitto ad altri esseri capaci di provare dolore, causate dalla ricerca (e così pure dalla fame vera) è porzione ridicola sul totale imbarazzante.
Infatti, diciamo la verità  -ormai che non c’è più nessuno di noi a scandalizzarsi o a vergognarsene: così come noi uomini (che però almeno, diciamo così, ce la siamo cercata), anche voi animali avete per millenni patito l’inferno semplicemente per soldi, perché noi facessimo o spendessimo sempre più soldi. E -en passant (questo è, o meglio era, francese)-  è appunto per quella nostra dannata psicosi di ammonticchiare soldi prima e poi sprecarli, che la sesta estinzione si è messa in moto, che io oggi non esisto più, che non c’è più un uomo sulla faccia della Terra, e che tu ora leggi questa mia.
Il nostro destino si è compiuto. Lo chiamavamo capitalismo  -voi, suppongo, oggi la chiamerete più direttamente con la parola che nella vostra lingua significa suicidio di massa.
Ma, suicidio a parte, per sopportare l’idea mostruosa che stavamo facendo proprio gli infami contro tutto il resto del mondo vivente, col tempo ci inventammo la storia che solo noi avevamo una cosa che nessun altro aveva, l’anima, il che ci dava il diritto di comandarcela perché l’anima ce l’aveva regalata un essere soprannaturale che aveva creato tutto quanto  -voi animali e vegetali compresi- perché noi ci regnassimo sopra a nostro comodo: dio. Ma questa è letteratura  -lo saprai già. Così come saprai che, pure per non esagerare con gli effetti di quella folle presunzione, ci eravamo costruiti anche un sistema di premi e punizioni che l’essere-dio avrebbe applicato nell’aldilà (pure questo, inventato di sana pianta) su chi, uomo, avesse fatto del bene (agli altri uomini  -voi, mi dispiace, non vi abbiamo mai calcolato) e su chi, invece, avesse fatto del male. E però  -ora è evidente-  non deve aver funzionato tanto: la paura delle punizioni nell’aldilà, tanto meno la prospettiva dei premi, non ci ha minimamente impedito di mandare l’aldiquà perfettamente in vacca.

Non ci stiamo più. Voi sì.
(…Voi sì? Ci state ancora? Ora che ci penso, mica lo so. Oddio, Scimpanzé – lo spero!
Farò così: scrivo questa stessa lettera in diverse versioni, ognuna intestata e indirizzata a un rappresentante di una specie differente, tra quelle che ipotizzo ci siano sopravvissute, dall’apparato neuro-cerebrale abbastanza sofisticato  -per ciò che se ne sapeva dagli studi ai miei tempi-  da aver potuto rilevare al posto nostro il ruolo di cultura razionale e simbolica, e società consistente e organizzata, almeno in quella parte di mondo dove sia ancora possibile la vita decisamente pluricellulare. Sì, sì: farò così! Una dunque è questa, un’altra sarà caro Delfino, un’altra caro Ratto, una caro Polipo, cara Tèrmite…)

Noi, caro Scimpanzé, non ci stiamo più. Voi sì. E se è vero quello che ho detto prima, sulla nostra tirannide, per voi tutti  -per la tua specie e per le altre- sarà un sospiro di sollievo. Un po’ meno sollievo vi darà constatare il fatto che noi ci saremo sì tolti di mezzo, ma nel quadro di una crisi ecologica epocale da noi stessi innescata, per la quale ora nelle peste siete voi  -e chissà quando e come, e se, ne uscirete (batteri a parte, ripeto).
Io vi auguro di risolverla con meno danni possibili per la tua specie e per tutte le altre, con minor sofferenza (ulteriore) possibile sulle spalle di ogni singolo essere senziente (che lo so che sono miliardi e miliardi). E vi auguro che quella cultura razionale e simbolica e quella società consistente e organizzata, alle quali la tua specie sta dando vita (esplicitamente, dopo la nostra scomparsa  -ma magari da chissà quanto prima, senza che noi ci dessimo la pena di scoprirlo) ebbene, superata la crisi, che costruiscano un qualche modello di esistenza con tanti begli anticorpi; anticorpi sia contro la psicosi che ci ha suicidato (o simili) sia contro la ferocia che vi ha tormentato (non ci copiate nel peggio, insomma).
Ecco, sì: se la nostra parabola esistenziale (di qualche milione di anni) avesse avuto anche solo la funzione di un vaccino su tutto il regno vivente, affinché le nostre cazzate e le nostre cattiverie nessun’altra specie abbia più a ripeterle, allora saremo serviti a qualcosa!

No, scherzo, caro Scimpanzé, io in realtà ti ho scritto per questo; per confermarti sì che è tutto vero e giusto ciò che col cuore in mano ho ammesso fin qui, che certo già sapevi, e te ne domando scusa davvero in ginocchio per quel che può consolarti.
Ma pure per dirti che l’uomo è stato non solo cazzate e cattiverie, bensì anche un’altra roba.
Ora, se hai imparato la mia lingua forse sai fare un sacco di altre cose. Tipo custodire un museo, uno scavo archeologico, tipo far vivere una biblioteca, suonare o ascoltare una sinfonia, tipo restaurare un affresco, far andare un proiettore e illuminare uno schermo, mettere in scena un testo teatrale  -certo riadattandolo, non pretendo di no-, tipo far funzionare un osservatorio, un microscopio, tipo condurre un vasto programma di ricerca, risolvere equazioni che noi lasciammo a metà, tipo creare e curare un giardino, o aiutare a far nascere, accudire un animale di un’altra specie per il suo solo bene, tipo scrivere regole giuste per la vita in comune, o formulare e difendere dei diritti, o capire finalmente cosa diavolo è il benedetto comunismo…
Allora, ti chiedo, se sai  -se voi sapete-  fare anche tutto questo, come credo e confido, ecco io ti scrivo, caro Scimpanzé che mi sei sopravvissuto, pregandoti, pregandovi di farlo.
Di fare tutte queste cose, proprio con le nostre povere vestigia  -quelle che saranno rimaste rintracciabili. Perché l’uomo è stato anche altra cosa dalla presunzione e dalla follia, da sfruttamento e tirannide, dalla psicosi e dai fottuti soldi- è stato, fummo, amore.
Ma noi non ci stiamo più, adesso che tu leggi; e quindi chiederti di preservare in vece nostra quell’amore che pure l’uomo è stato, talvolta, per il quale però sarebbe necessario che l’uomo esistesse tra altri uomini  -perché esso è un abbraccio, una mano tesa, una parola di conforto e di verità, un progetto e un desiderio, una fatica e una leggerezza insieme, un cammino spalla a spalla, una rinuncia per il fratello, una lotta in favore dello sconosciuto-, ebbene è impossibile e insensato. E forse sarebbe perfino superfluo chiedertelo, perché qualcosa mi dice che anche voi siete amore  -il vostro tipo di amore: coi vostri abbracci e discorsi, i vostri desideri e cammini, le vostre lotte e leggerezze, le vostre rinunce e i vostri accudimenti. E ciò non sai quanto mi conforta!
Però quell’altro nostro modo di essere amore, sì  -quello steso dai colori su una tela o suonato dalle corde di un arco o scritto in una poesia, su una costituzione o nella ricetta del composto che salva un vivente qualunque- quello sarebbe proprio un peccato che sparisse nel nulla insieme al nostro sparire.

Sono testardo, a osare di volerlo? Inguaribilmente romantico?
Avrete già voi i vostri cicli epici, i vostri film, la vostra matematica, i vostri microscopi? Non vi serve la nostra vecchia roba, non val la vostra pena di comprenderla e usarla?
Allora mi scuso, ancora una volta. Che siano  -in tal caso-  la bellezza e il valore e il sapere sub specie Pan Troglodytis (latino, alla Spinoza, vino vecchio ma buono) ad illustrare la Terra d’ora in poi. E’ sacrosanto!

Eppure insisto, perdonami; anche così, una volta ogni tanto -a tempo perso- suonate Mozart, soffiate via la polvere da Michelangelo, ripetetevi un verso di Omero, leggete una pagina di Darwin, riflettete su un pensiero di Gandhi, riandate a ciò che fu, o provò ad essere, il cammino di liberazione di tutte le nostre minoranze, e a quello di auto-emancipazione delle femmine della nostra specie.
Così  -ogni tanto. Che non si annichiliscano col nostro suicidio, la bellezza e il valore e il sapere  -cioè l’amore- che nonostante tutto fummo talvolta. Non l’oblio eterno  -non subito, almeno.

Per favore. Da scimmia a scimmia.
Posso contarci, caro Scimpanzé?
Grazie, comunque.

Non ti disturbo di più. Ma non è facile smettere di scrivere  -comprenderai, suppongo.
Va bene.
Fai buon viaggio, fratello mio!
Buon vento e buona luce, nello spazio e nel tempo!

firmato: Uomo
(Paolo, nella fattispecie)

 

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