martedì, Agosto 3

Carlo Ghezzi, grande regista CGIL

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Oggi mi cimento su un mondo che, con l’unica eccezione di Giorgio Benvenuto, amico prezioso, raramente ha incrociato la mia vita: il Sindacato.
Lo faccio con una persona ‘speciale’, giacché è una figura ‘storica’ della CGIL, che ne ha scritto la storia, probabilmente molto di più di altri che recitavano sulla ribalta, ma erano l’immagine, più che la sostanza.
Carlo Ghezzi, milanese doc, a parlargli ti convinci subito che lì la sostanza c’è, e ce n’è tanta; e c’è altresì profondità di pensiero, non la ricerca dell’effetto teatrale o demagogico.

In realtà, tre volte ho avuto incontri ravvicinati col Sindacato, tutti deludenti: la prima, quando al mio amato FORMEZ, dove mi occupavo dell’ufficio stampa, vi fu il ‘cambio’ della guardia e al ruolo di Presidente assurse un personaggio, poi meteorico  -ma quel che restò bastò a fare danni irreparabili alla struttura e avviò la parabola discendente dell’Istituto-  che applicò la spoil system a mio (ma, soprattutto, a suo) danno, giacché si portò come ufficio stampa qualcuno di abbastanza inefficace e le rassegne stampa (e, dunque, l’autorevolezza del FORMEZ) crollarono a zero; la seconda, la distrazione in CISL per il centenario dalla nascita del suo padre fondatore, Giulio Pastore, che fu solo parzialmente recuperata, dopo un mio memento al Segretario pro tempore; la terza, a causa di un autorevole predecessore del ‘distratto’ e per un’altra questione personale: lo ‘scippo’ del mio sogno di diventare praticante giornalista, dopo anni e anni di precariato in un giornale di Partito, per preferire a me un suo stretto congiunto ex patre, fino ad allora con scarsissima esperienza; e ciò, malgrado l’opposizione di parte del CdR.

Ma torniamo al mio intervistato, che in queste querelles personali ed esternazioni non c’entra nulla.
Una cosa, innanzitutto, mi colpisce di lui: esplorando il web, m’imbatto in un articolo de ‘Il Corriere della Sera’, edizione milanese, datato 27 aprile 1995 (giusto 15 mesi prima dell’episodio FORMEZ) che mi lascia favorevolmente colpita. S’intitola: ‘Carlo Ghezzi lascia la Camera del Lavoro’, e uscì allorché Ghezzi, da Segretario Generale della Camera del Lavoro, divenne, su chiamata del Segretario Sergio Cofferati, Responsabile nazionale dell’Organizzazione del Sindacato. Lui queste vicende me le ha raccontate con misunderstanding  -un tratto caratteriale che gli ravviso-  nel corso della nostra conversazione.
Sentite un po’, invece, cosa scrive ‘Il Corriere della Sera’, all’epoca diretto da Paolo Mieli. Mi scuserete se riprendo ‘tel quel’ un lungo brano dell’articolo, come un pezzo di un libro di storia, ma dà di Carlo Ghezzi un ritratto talmente aderente all’impressione che ne ho tratto io, in un sia pur breve incontro, che mi parrebbe sciocco plagiarlo… cosicché attribuisco a ‘Il Corriere della Sera’ quel che è de ‘Il Corriere della Sera’, asseverandone il giudizio altamente positivo:  «Carlo Ghezzi gode a Milano di vastissima popolarità e larga stima che si è conquistato con un impegno sindacale continuo svolto sempre all’insegna della razionalità. Milanese, 49 anni, perito industriale, è ancor oggi dipendente in aspettativa sindacale, e quindi non retribuito, di un gruppo farmaceutico. Iscritto alla Cgil dal 1969, è stato prima membro della commissione interna poi delegato nel Consiglio di fabbrica del gruppo farmaceutico da cui dipende. Con lui la Cgil non è neppur stata sfiorata dalla buriana di Tangentopoli ed il sindacato ha sempre fatto sentire alta la sua voce a favore del pool Mani pulite e per la moralizzazione della vita pubblica. La Cgil inoltre si è aperta ancor più ai problemi internazionali affrontando, prima in Italia, l’emergenza immigrati, e facendo le prime manifestazioni del sindacato con gli extracomunitari contro l’amministrazione comunale di allora. Inoltre, vi è stato un impegno continuo per la pace (a Milano vi fu uno sciopero generale, unico in Europa, il giorno successivo all’ esplosione della guerra nel Golfo). La Camera del Lavoro è, inoltre, stata al centro del dibattito e delle iniziative per la costruzione di un nuovo soggetto sindacale unitario. (…) Il segretario ha vissuto in prima persona le più difficili stagioni dei contratti di lavoro, ha posto un argine alle ristrutturazioni selvagge nell’industria e consolidato il ruolo di protagonista della Cgil non solo nelle lotte operaie. Milano, con Carlo Ghezzi è tornata al centro di iniziative sindacali che sono spesso diventate tema di interventi nazionali (equità fiscale, pensioni, piena occupazione)».

E ora torniamo al presente e al nostro incontro, con Carlo Ghezzi, oggi Presidente della Fondazione Giuseppe Di Vittorio – Storia e Memoria, volta a tutelare il ricordo e lo studio delle vicende storiche del Sindacato.
In realtà, con le virtù che l’articolo de ‘Il Corriere della Sera’ gli riconosce è attualmente impegnato in un nuovo cimento: ovvero nel costruire una concentrazione razionalizzante di tutti i soggetti afferenti alle declinazioni culturali e di studio della CGIL, impegnati sui fronti della ricerca, storica ed economica, della formazione, della divulgazione. Un impegno in cui applicherà la razionalità che gli riconosce l’articolo citato.

 

Iniziamo dall’inizio. Infanzia, studi.
Sono nato a Milano, alla clinica Mangiagalli, allora appena aperta. Si era ai primi tempi in cui le donne cominciavano ad affidarsi a strutture sanitarie attrezzate piuttosto che ad affrontare l’alea del parto in casa. Ma era una nascita ‘in trasferta’, perché i miei genitori vivevano a Cusano Milanino. Ho avuto un’infanzia senza fatti memorabili: si era nel dopoguerra, si stava prendendo la rincorsa per il ‘miracolo economico’. Ho frequentato fino alle medie le scuole a Cusano, per poi passare all’ITIS ‘Ettore Molinari’ di via Crescenzago, nato nel 1940 per sfornare i periti chimici di cui aveva bisogno l’area milanese. Ad esempio, l’ENI, che era una delle aziende di punta, come la Pirelli e la Montecatini, rappresentava una delle  più grandi concentrazioni impiegatizie del Paese. Chi si diplomava bene o sufficientemente bene aveva ragionevoli aspettative di ricevere offerte di lavoro. Così avvenne per me. Mi diplomai a pieni voti e, dopo aver fatto il servizio militare, che allora durava un anno e mezzo, fra Foligno e Piacenza, trovai a casa ad aspettarmi almeno 6 o 7 offerte di lavoro, a cominciare dalla Montedison. Se decisi per l’Icmesa fu perché, da casa mia, per andare a lavorare, me la cavavo con un quarto d’ora di treno.

L’Icmesa? Proprio quella così… tristemente famosa?
Forse è meglio che le cose si raccontino dal di dentro. Quando fui assunto, era una fabbrica antiquata che produceva essenze aromatiche, di proprietà di uno svizzero. Io lavoravo alla produzione di essenza di vaniglia per via sintetica. Intorno al 1969, gli subentrò il colosso farmaceutico svizzero Roche, che riconvertì la fabbbrica e l’adibì alla produzione di prodotti chimici intermedi, come coloranti e diserbanti.

Ma agli italiani l’Icmesa è rimasta impressa per un evento terribile. Può parlarcene quasi 40 anni dopo, in maniera avulsa dall’emozione immediata?
Era intorno alle 12:37 del 10 luglio 1976. Lo stabilimento era stato parzialmente rinnovato, grazie ad investimenti della Roche, appunto per riconvertire la produzione. Faccio un piccolo excursus sulla mia carriera sindacale, anche per spiegare come la cosa mi toccò da vicino, non solo come dipendente di ICMESA, ma anche come esponente sindacale del settore dei Chimici. All’epoca, io avevo lavorato lì e dapprima avevo fatto parte della Commissione interna, in rappresentanza degli impiegati. Ero tecnico della produzione a turni avvicendati e mi era capitato anche di operare su questo nuovo impianto, finché, per motivi sindacali, passai alla Lega Chimici della Brianza. Ero diventato dirigente di Base del territorio e, nel ’73, ero entrato nel direttivo provinciale del Sindacato dei Chimici di Milano, un organismo che, da solo, contavaun quarto degli iscritti del Sindacato nazionale. Alla fine del ’74 mi chiamarono fuori dalla fabbrica e divenni dirigente dei Chimici di Milano, un comparto importante: a Lambrate c’era la Bracco, ove operava ancora il padre di Diana, Fulvio, il fondatore dell’azienda, morto nel 2007, a quasi cent’anni; nell’area insisteva molta farmaceutica, compresa la mia capofila svizzera, la Roche e, alla Bicocca, altro agglomerato di industrie chimiche, come la Pirelli. Lì, come dirigente sindacale, con una platea di 15mila addetti, ti giocavi la tua credibilità: reggevi o venivi travolto. In Pirelli, emergeva un giovane leader, Sergio Cofferati che appariva un po’ come un gatto sornione, parlava poco ma mostrava grande forza politica e competenza. Si era meritato l’appellativo di ‘cinese’. Anche sul sindacato l’esplosione all’ICMESA piombò addosso come un fulmine a ciel sereno. Quel sabato mattina la fabbrica era ferma. Chi ci andava a pensare che sarebbe successo quello che accadde?

Nei particolari, visto che, a distanza di tanti anni, essi ci sfuggono mentre ci rimane addosso soltanto la sgradevole sensazione di una catastrofe, che cosa avvenne?
Il fattaccio si verificò nell’impianto sperimentale (reattore) producente triclorofenolo, non ancora a regime. Lo avevano fermato senza accorgersi che la reazione avviata non si era ancora ultimata, il che determinava una condizione di non sicurezza. La reazione ripartì spontaneamente e precipitò verso l’esplosione dell’intero impianto, che era di limitate dimensioni. Oggi non ne parla più nessuno, ma fu un evento davvero pericoloso. Si sente il botto, una nube dagli effetti irritanti parte dal reattore per diffondersi verso Sud, in particolare sul territorio del Comune di Seveso, ma tutti fanno finta di nulla. Il lunedì successivo la direzione aziendale minimizza, affermando che si era verificato un incidente, apparentemente senza conseguenze immediate, mentre si sarebbe rimasti in osservazione per verificare nel tempo se ci fossero ulteriori esiti. Il Consiglio di Fabbrica resta in stato di allerta e, dopo qualche giorno, cominciano a filtrare notizie su piccoli animali trovati inspiegabilmente morti nelle campagne del circondario nonché su fenomeni di cloracne, ovvero dermatosi che provoca lesioni e cisti sebacee, su circa 240 persone, in particolare bambini che giocavano nei prati. Ancora ora, dopo quasi trent’anni, si continua a stare in allerta sulle conseguenze. Sono questi i prodromi di quello che fu chiamato il ‘caso’ Seveso e che richiamò su tale vicenda l’attenzione internazionale.

Una reazione abortita e poi ripartita, mi dice lei, sul reattore producente triclorofenolo. Ma come mai tale incidente provocò una simile nube tossica, anche sotto il profilo metaforico?
Perché la reazione spontanea, dunque non governata dall’intervento umano, causò la formazione di 2 – 3 chilogrammi di un pericoloso veleno, denominato ‘diossina’, in grado di provocare effetti, talvolta fino ad allora sconosciuti sugli esseri viventi e sulla flora. Vi si fece fronte identificando una zona A, più direttamente esposta all’impatto con la diossina e la zona B, interessata in maniera più blanda. Si provvide ad un sistematico scorticamento del terreno e le scorie furono bruciate a 1200 gradi. Fu un memorabile caso internazionale, testimonianza dell’incidenza dell’industria sull’ambiente che provocò anche un profondo cambiamento della normativa sia nazionale che europea, specie riguardo alle questioni di sicurezza. Il Parlamento europeo, all’epoca, varò addirittura una Direttiva, esplicitamente denominata ‘Direttiva Seveso’. Si temeva una degenerazione peggiore di quella che, nella sostanza, si verificò, anche se si tenga conto del fatto che quei 2 o 3 chilogrammi di diossina che si sprigionarono nell’esplosione del reattore equivalevano alle scorie delle bombe diserbanti lanciate dagli USA sul Vietnam: un dato che innescò la reazione a catena dell’accostamento, fra l’opinione pubblica, fra la nube di Seveso e la guerra chimica in Vietnam (NdR: si tenga conto della differenza dell’impatto territoriale, in un’area concentrata com’è quella brianzola, rispetto al Vietnam!) Lo stesso Sindacato si rese conto che la prevenzione del rischio doveva passare per via legislativa e dunque premette su quel versante; inoltre, quella vicenda provocò un salto di qualità nella presa di coscienza del problema, specie per quelle aziende che, pur non essendo inquinanti in prima battuta, lo erano in caso di incidenti determinati da errori umani o da circostanze imprevedibili o estreme.

La sua carriera sindacale per alcuni anni è stata parallela a quella di Sergio Cofferati: sembravate due consoli di romana memoria!
Sì, lo diventammo allorché, per lo svecchiamento naturale del sindacato dei chimici milanesi, Sergio e io diventammo segretari provinciali. Poi le nostre strade momentaneamente si disgiunsero, cosicché, mentre lui venne chiamato nella Segreteria Nazionale dei Chimici, divenendone il Segretario nazionale qualche anno dopo, io per 10 anni sono stato Segretario della Camera del Lavoro di Milano. Furono per me anni assai duri: s’intrecciarono vicende complesse, una ristrutturazione industriale gigantesca, d’inedite dimensioni, fece perdere il lavoro a 100 mila dei 300 mila addetti nel settore (in larga parte poi rioccupati nel terziario, ma erano pur sempre uno su tre!). Sesto San Giovanni, denominata la Stalingrado d’Italia visse la chiusura di molte aziende. E poi il terrorismo era tutt’altro che una partita chiusa: le uccisioni del giudice Emilio Alessandrini, di Giuseppe Taliercio, direttore del Petrolchimico di Porto Marghera  (NdR: omicidio preceduto da torture particolarmente raccapriccianti, a riprova che l’ISIS non s’è inventata nulla!), del mite Roberto Ruffilli, dimostravano che le BR erano ben lungi dall’essere debellate. A partire dal ’92, poi, divampò Tangentopoli: Milano pareva attraversata da uno tsunami sociale, economico e politico, si dissolsero i Partiti, il PCI cambiò nome. Ho cercato di tenere la barra dritta al timone della Camera del Lavoro.

Il suo gemello diverso Sergio Cofferati, intanto, a Roma, avanzava alla conquista del comando.
Sì, in quegli anni il mio amico Cofferati veniva portato dal Segretario Trentin Bruno Trentin nel gruppo dirigente della CGIL, fino ad arrivare a succedergli nel 1994; suo vice è Guglielmo Epifani, per l’area socialista (NdR: non posso reprimere un pensiero al ruolo di Segretario del PD, che ricoprirà successivamente, fra l’11 maggio e il 15  dicembre 2013, apripista dell’era Renzi!). Sergio mi chiama a Roma come responsabile dell’organizzazione. I nostri ruoli erano ben precisi: per usare una metafora sportiva, lui era il Nicky Lauda e io il Jean Todt (NdR: anche lui nato nel 1946, come Carlo Ghezzi!). Ero il suo uomo di macchina, quello che riusciva a far funzionare tutti il complesso sistema di ingranaggi che costituisce un grande sindacato come la CGIL. Il nostro lavoro insieme dura per 8 anni e culmina con la manifestazione del Circo Massimo del 4 aprile 2002, con 3milioni di lavoratori schierati come un sol uomo contro Silvio Barlusconi. Poi Sergio lascia, gli succede Epifani e lui, per un anno, per sua scelta, ritorna a fare l’impiegato in Pirelli, finché, poi, non viene eletto Sindaco di Bologna.

E lei è restato al suo posto?
Per un anno e mezzo lavoro accanto a Epifani, poi, alla fine del 2003, comincio a dirigere la Fondazione Giuseppe Di Vittorio – Storia e memoria, alternativamente con Fulvio Fammoni nel ruolo di Presidente e di Segretario generale. Oggi, dopo una lunga incubazione, è quasi pronta una trasformazione della Fondazione, sì da concentrare in un unico soggetto tutto il sistema degli Istituti della CGIL, quelli che si occupano di ricerca economica, sociale e storica, di formazione sindacale, così come avviene nei grandi Sindacati del Nord Europa, ad esempio con la Friedrich Ebert Stiftung, che, in realtà, però, è qualcosa di ancora più grande perché è la Fondazione storica per la sinistra tedesca, per il sindacato e per le cooperative. Con la fine dei grandi partiti, son loro sopravvissute, orfane e senza fondi, le Fondazioni ad essi afferenti, le quali hanno tesori preziosi nei loro archivi, ma vivono vita grama e sono perennemente a rischio di chiusura.

Mi avvedo di essermi limitata a parlare della sua vita ‘pubblica’ all’interno del Sindacato. Mi piacerebbe un piccolo approfondimento sulla sua vita privata.
Ho sacrificato la mia famiglia al mio impegno al servizio del Sindacato ed è per me un grave cruccio. I miei quattro figli, tre maschi, di cui due gemelli, e mia figlia mi hanno visto poco e mia moglie ha generosamente supplito alle mie assenze. Ora mia figlia ha un impiego part time nella grande distribuzione, mentre i suoi tre fratelli lavorano con aziende multinazionali: uno, con un’impresa giapponese, che produce macchine per lenti ottiche; l’altro con un colosso dell’informatica USA; infine, il terzo è occupato in un’impresa austriaca che costruisce impianti di sterilizzazione. E, poi, oggi, si è allargato il ventaglio degli affetti anche ai miei 7 nipoti, dai 13 ai 3 anni.

Una vita intensa, anche in relazione ai rapporti internazionali che la conducono a viaggiare molto, nel dialogo con le grandi Fondazioni sindacali europee…
Abbiamo stretti rapporti con due Fondazioni tedesche, la sunnominata Ebert e la Hans Boeckler, che ha un taglio più economico e industriale; poi ci sono le tre spagnole: la Primero de Mayo; la Fundacion Francisco Largo Caballero e la Fundacion Alternativas e col sistema degli Istituti del CES, il Sindacato europeo con sede a Bruxelles. Ci sono minori rapporti con i francesi e zero con gl’inglesi, che non hanno strutture sindacali similari alle nostre.

Dalla sua biografia, però, leggo anche che è Presidente della Commissione di Garanzia della CGIL. In che cosa consiste?
E’ il terzo livello di giustizia interna del Sindacato: una sorta di Cassazione; siamo i vecchi probiviri di una volta. E’ un lavoro un po’ rognoso, ma necessario contro le violazioni dello statuto e del sistema delle regole. Il sistema sanzionatorio che possiamo applicare in caso di tali violazioni prevede l’ammonimento, per questioni di lieve entità; la sospensione e culmina con l’espulsione. Quest’ultima ‘pena’ non è frequente, ma ne registriamo almeno 4 – 5 l’anno.

 

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