giovedì, Maggio 6

Carlo Curti Gialdino: lo Sciamano dei Trattati europei

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La vita compie molto spesso cammini circolari; mi ero iscritto all’Università Sapienza, alla Facoltà di Scienze Politiche, per affrontare il concorso in diplomazia, ma fui dissuaso da uno dei miei Professori e così intrapresi la carriera della docenza universitaria; ora, dopo tanti anni, insegno, nei corsi di laurea attivati dal Dipartimento di Scienze Politiche della Sapienza, oltre a ‘Diritto dell’Unione europea’, anche una disciplina che considero il mio ‘gioiellino’: ‘Diritto diplomatico e consolare’. Un cammino esistenziale elicoidale“. Col senso dell’umorismo che lo contraddistingue, Carlo Curti Gialdino, romano con ascendenze siciliane e napoletane, conclude così il nostro incontro.
Perché comincio dalla fine? Perché anche nel nostro caso quest’intervista è una specie di cammino circolare e le nostre vite si sono intersecate in vari stadi del percorso professionale di ciascuno di noi due.
L’ho conosciuto almeno 35 anni fa, quando, giovane e brillante docente alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli, aveva assegnato la tesi a un mio cugino e fra noi c’era un rapporto formale, contrassegnato da timor reverentialis da parte mia, visto che era ‘il professore’ ed io ancora una studentessa. Non focalizzavo, ai tempi, che solo sei anni ci dividono: erano i ruoli a prevalere su tutto. Poi, c’è stata un’eclissi: Carlo si era trasferito a Lussemburgo per lavorare alla Corte di Giustizia europea, altra tappa della sua brillante carriera, e io, dopo una parentesi da massaia, avevo ripreso a rincorrere il mio sogno del giornalismo a tempo pieno.
Il suo ritorno in Italia mi trovò nella trincea di Palazzo Chigi, dove approdò anche lui, in un ruolo di vertice di un Ministero senza portafoglio: riprendemmo le fila dei contatti, ormai io non ero più ‘la cugina di’, anche perché il mio ‘parente-ponte’ era lui ad essere scomparso dall’orizzonte di Carlo. Avevo messo in naftalina il timor reverentialis per una confidenza giocosa, com’è nel carattere di Carlo, sempre pronto a battute fulminee ed esilaranti. E così, nel corso degli anni, ci siamo sentiti a intervalli, senza, però, mai perdere i contatti. Sapendo degli interessantissimi libri che sfornava, supporto prezioso per gli studiosi di diritto europeo, avevo tentato più volte di ‘catturarlo’ per un’intervista, sempre scontrandomi con la sua ritrosia, col suo: “Ho così poco da raccontarti“. Chi mi conosce sa che sul mio stemma personale dovrebbe essere inciso il motto: ‘Gutta cavat lapidem’, per quanto sono motivata a raggiungere i miei obiettivi. Ragion per cui, tanto l’ho perseguitato, che l’ho preso per ‘sfinimento’. Così son riuscita nel mio intento di presentarvi uno dei più brillanti studiosi deifatti dell’Europa’, senza, però, schiacciare più di tanto l’intervista sulle questioni giuridiche e specialistiche, ma cercando di trasferirvi la sorridente vivacità del personaggio.

Civis romanus es, Carlo? Sei romano Doc?
Niente sette generazioni per me. Mio padre era nato a Roma, a causa delle peregrinazioni del nonno Giuseppe, Ufficiale dei Regi Carabinieri, morto per la patria nel 1917. La famiglia, però, era siciliana dal 1500, ma calata a Palermo da Gravedona, cittadina dell’Alto Lago di Como, dove si era installata nel 1008 proveniente dalla Francia. Mia madre, Noemi Vergara Caffarelli, invece, era di famiglia napoletana, ed il padre Carlo, da cui ho preso il nome, era stato ufficiale della Regia Marina, poi transitato nei ruoli delle Capitanerie di Porto (l’odierna Guardia Costiera), aveva comandato, tra gli altri, il Porto di Napoli, era stato, per un decennio, Direttore generale della Marina Mercantile al Ministero della Marina, poi a quello delle Comunicazioni e anche al Ministero delle Colonie; nel 1936, da Comandante Generale delle Capitanerie di Porto, era stato posto in ausiliaria con il grado di Tenente Generale Ispettore; per esigenze straordinarie, nel maggio 1943, venne richiamato per dirigere gli uffici del Comando del Corpo, ma dopo l’8 settembre non aderì alla Repubblica sociale italiana, rimanendo a Roma per otto mesi in un rifugio sicuro. Per il nonno Carlo, scomparso nel ‘66, ero ‘Carletto, il nipotino prediletto’, come scriveva nelle tante poesie a me dedicate; per me, bambino e adolescente, erano mitici i suoi racconti delle guerre (di Libia e le due mondiali) e di episodi del Ventennio, come quando, in una notte di burrasca, dovette uscire in mare, su richiesta del suo antico compagno d’armi Costanzo Ciano, allora Ministro delle Comunicazioni, per cercare il figlio Galeazzo che, alla guida di un motoscafo, si era diretto a Capri in compagnia della fidanzata Edda Mussolini. Mio padre, dirigente dell’INPS, invece, era un esperto di sistemi previdenziali comparati. Nel 1955, venne trasferito a Tripoli, in quanto la direzione dell’Istituto previdenziale, in base ad una previsione del Trattato di pace del 1947, l’aveva mandato a liquidare la sua sezione libica. Senonché, il Governo libico  -all’epoca c’era re Idris-  gli chiese di creare un organismo omologo all’INPS per il Regno e di addestrarne i gradi apicali. Sono vissuto così a Tripoli più di quattro anni, frequentando lì buona parte delle scuole elementari.

Hai trascorsi esotici, dunque. Hai ricordi di quegli anni?
Ricordi perfetti: avevo saltato la prima elementare, avendo imparato a leggere e scrivere con l’ausilio di mia madre, ma ho frequentato la scuola italiana Roma in Shara Mizran (già via Lazio), dalla seconda alla quarta elementare. Posso dire che, quelle italiane all’estero, erano scuole di eccellenza. Ora ne rimane ben poca cosa, in quanto molte di esse sono state stupidamente smantellate in un furore di tabula rasa che ha coinvolto varie iniziative del Ventennio.
Pura miopia: erano un potente veicolo di promozione culturale dell’Italia, compito ora utilissimo e che rende anche più difficile l’azione della ‘Società Dante Alighieri’, rimasta priva di questo importante supporto. Pensiamo a ciò che fanno la Francia e la Germania coi loro Istituti scolastici all’estero, che fiancheggiano l’attività degli Istituti di cultura, e comprenderemo quale errore sia stato depauperare la rete degli Istituti scolastici italiani fuori dalle nostre frontiere. Si è scelta la solita soluzione, autolesionista, di buttare l’acqua col bambino dentro.

Insomma, la scuola italiana all’estero valeva come una bandierina irradiante cultura italiana?
Senza dubbio: i simboli sono importanti. Pensate quale è stato il primo brano musicale eseguito all’apertura dell’Expo: la colonna sonora de’ ‘La vita è bella’, omaggio alla libertà europea dalle dittature, ma anche alla cultura contemporanea italiana. Poi sono stati suonati i compositori ‘storici’. E quale è stata la prima uscita di Sergio Mattarella da Presidente della Repubblica? La visita alle Fosse Ardeatine. Anche in quel caso, il simbolo innanzitutto.
Occorrono segnali molto forti, per trainare un’Europa che, attualmente, pur fondandosi su valori primigeni di democrazia e civiltà, annaspa. E proprio sui ‘Simboli dell’Unione europea (la bandiera, l’inno, il motto, la moneta e la giornata)’ ho scritto un libro nel 2005, che mi ha fatto conoscere, in Italia e non solo, anche fuori della cerchia dei giuristi. Rimanendo all’Expo, non sono convinto che, all’apertura dell’Expo di Siviglia del ’92, ci sia stato un discorso di Giovanni Paolo II, pur essendo la Spagna un Paese cattolico che non aveva ancora vissuto la rivoluzione laicista promossa da Zapatero. Mi è parso che il Papa, più di altri, abbia saputo parlare come un Capo di Stato: lo Stato più diffuso della Terra, quello dei poveri, di cui si è detto ambasciatore. E quando ha invocato l’eliminazione di tutte le discriminazioni, in filigrana si leggeva l’appello alla tutela dei cristiani, che oggi sono sempre più perseguitati.

Ritorniamo a Tripoli nella seconda metà degli anni ’50, Carlo. Quando ci ritroviamo noi due, il colloquio esplode sempre come un tarassaco, o dente di leone, quel fiore che, ad ogni soffio di vento, fa volare in giro i suoi semi. Per noi, avviene con gli argomenti: ne abbiamo sempre mille e uno!
Ho ritrovato in un cassetto di casa dei miei genitori un quaderno scritto in arabo e mi son reso conto che erano i miei compiti di scuola. Non ci ho capito niente, ma evidentemente allora avevo una certa padronanza della lingua, in quanto ho il ricordo di me, sugli otto anni, inviato da mia madre al mercato vicino casa, a fare semplici spese quotidiane. Ed io, per farlo, dovevo per forza parlare in arabo! Abitavamo al primo piano del Palazzo dell’INPS, nella piazza dove allora c’era la Cattedrale di Tripoli. Il Palazzo c’è ancora. [NdR, trova in Google le foto, attuali e d’epoca e ride] Certo, ai nostri tempi non c’era quella imponente scritta ‘Pepsi Cola’ sul tetto! Nel nostro appartamento c’era una porta che conduceva direttamente all’ufficio di mio padre. All’ultimo piano, invece, era allocato il Comando inglese. Durante la crisi di Suez, nel ’56, avendo il palazzo un unico balcone, che corrispondeva al nostro appartamento, il Comandante inglese lo fece fortificare, installandovi mitragliatrici, mentre in strada eravamo circondati da autoblindo. Per un ragazzino, era una situazione molto intrigante. Così come ricordo le truppe inglesi che distribuivano a noi bambini cioccolata e automobiline di latta, molto appetite, di marca Dinky Toys.

L’anno delle Olimpiadi di Roma, però, tornaste nella Capitale.
Vivemmo un anno nel quartiere Prati, non lontani dalla casa di mio nonno materno, che era in Piazza Mazzini; conclusi le elementari alla ‘Ermenegildo Pistelli’ (oggi Istituto Comprensivo Montezebio) e iniziai le medie all’Istituto Col di Lana. Poi, mio padre acquistò una casa a via Cortina d’Ampezzo, di fronte all’Istituto Calasanzio, che ho frequentato fino alla Maturità classica. Nel segno della circolarità della vita, quest’anno, a quella stessa scuola si è iscritto, per iniziare la ‘materna’, il mio adorato nipotino Elio, figlio di mia figlia. Al Calasanzio impera ancora, come ai tempi miei, quando era un insegnante delle elementari molto carismatico, padre Angelo Celani… con oltre 50 anni di presenza, è diventato un’istituzione! Mio fratello minore, Claudio, lì ha fatto le elementari; poi ha proseguito gli studi al Conservatorio di Santa Cecilia, diplomandosi in pianoforte. Ora è lui ad abitare a via Cortina d’Ampezzo, dove i condomini ormai si sono mitridatizzati alle sue lunghe ore di esercizi quotidiani. Da parecchi anni insegna pianoforte al Conservatorio ‘Alfredo Casella’ de’ L’Aquila. Per i miei figli è andata in modo diverso. Vivendo in Lussemburgo, durante il mio periodo di referendario alla Corte europea di Giustizia, hanno frequentato lì la Scuola Europea.

Bene, e l’Università?
Anche in questo caso, si conferma questo cammino circolare, una sorta di costante. Mi sono iscritto a Scienze Politiche all’Università ‘La Sapienza’ (dai miei tempi, ha cambiato nome, perdendo l’articolo…) e finirò lì la mia carriera, nel 2020, se non mi rottamano prima, come già l’attuale Governo aveva provato a fare l’anno scorso. La Facoltà, però, nel 2010, anticipando la riforma Gelmini, è diventata una e trina, comprendendo insieme Scienze Politiche, Sociologia e Comunicazione. Si tratta di un progetto culturale che, tuttavia, non ha mai preso il volo, realizzando soltanto un accorpamento più che altro burocratico. In realtà tutto resta invariato, l’unico risparmio è nei due presidi e nei due uffici di presidenza aboliti. Una spending review di spiccioli. Quando ha posto mano al cambiamento prefigurato dalla riforma, l’ex Rettore Luigi Frati ha voluto essere più realista del re, creando, con accorpamenti vari, 11 Facoltà, invece delle 12 previste e, naturalmente, tre sono di Medicina. Il tutto, peraltro, senza un fil rouge culturale a sostenere l’insieme, bensì muovendosi in una logica che soddisfa molto spesso singole ambizioni personali.

E, invece, ai tempi in cui tu ti iscrivesti all’Università?
L’identità culturale ce l’avevamo, eccome, come Facoltà. Era la più antica Facoltà italiana di Scienze Politiche, istituita nel 1925 per trasformazione della preesistente ‘Scuola di Scienze Politiche’, destinata a formare i funzionari dello Stato destinati all’amministrazione interna ed a quella estera diplomatica, consolare e coloniale. Mi iscrissi e scoppiò la contestazione: era la fine del 1968 e mi ritrovai ad essere uno degli occupanti, lì alla Città Universitaria, e per sei mesi, mentre molti colleghi se ne stavano in casa a studiare, noi stavamo lì, finché la Celere non ci sloggiò [con le buone maniere -ride- non certo quelle che hanno gratificato i Black bloc a Milano…]. Mi sono laureato in tre anni e una sessione con 110 e lode, nonostante all’inizio del terzo anno, per queste mie attività di occupante, mi ritrovassi indietro di 4 o 5 esami. Il mio docente di tesi fu il professor Riccardo Monaco di Diritto internazionale, al contempo giudice della Corte di giustizia europea. Anche per quest’incontro, possiamo riprendere il concetto della circolarità del destino. Inizialmente, avevo chiesto una tesi in Storia contemporanea, col professor Renato Mori, su: ‘La stampa clandestina a Roma durante l’occupazione tedesca’; uno di questi giornali, infatti, ‘La Rinascita’, era stato diretto dal fratello di mia madre, Ernesto Vergara Caffarelli, membro del comitato direttivo romano dell’omonimo movimento clandestino antifascista. Mio zio era stato Sovrintendente alle Antichità a Tripoli, prima del nostro arrivo e, poi, consulente alle Antichità del Governo libico quando, invece, c’eravamo anche noi. Era una personalità di grande fascino, già assistente di ruolo di Archeologia alla Sapienza: fu colui che riportò alla luce molta parte degli scavi di Leptis Magna e di Sabratha, (sperando ora che ce le lascino in piedi!). Era altresì un profondo conoscitore dei sonetti del Belli, ai quali aveva dedicato l’antologia Li morti de Roma, ricca di inediti. Morì nel 1961, da poco rientrato a Roma, poco più che cinquantenne.

Carlo, ti/ci richiamo all’ordine…
Dicevamo della tesi in Storia contemporanea. Cambiai in corsa, giacché, volendo fare la carriera diplomatica, ritenni che fosse meglio scegliere una delle materie delle prove scritte, il Diritto internazionale, col professor Monaco che mi assegnò il tema: ‘Regimi giuridici dei bacini idrici internazionali’, ovvero quei laghi e fiumi condivisi fra Stati, tra i quali sovente sorgono controversie per l’utilizzazione delle acque. Un argomento ancor oggi attualissimo.

Poi facesti il concorso diplomatico?
No, che non lo feci. Fui dissuaso a farlo da uno dei miei Professori di Scienze Politiche, che mi convocò alla Farnesina, visto che era il Ministro degli Esteri del tempo. Si chiamava Aldo Moro. Mi mise in guardia dicendomi che la vita zingara dei diplomatici metteva a dura prova ogni matrimonio  -e dire che, ai tempi, io non avevo nessuna tentazione di metter su famiglia- e impediva di instaurare un sano rapporto affettivo coi figli che, lui amava dire, in caso ti seguissero, dovevano adeguarsi a modelli scolastici estranei a quelli italiani, oppure rimanere in Italia, parcheggiati in collegio. Mi disse, per incoraggiarmi: “Ti piacciono le discipline giuridiche e non ti mancheranno le occasioni”.

Se siamo qui, vuol dire che le occasioni non ti sono mancate…
Sì, e scaturirono inizialmente dalla mia tesi di laurea: il professor Monaco, il mio primo Maestro, mi chiese di diventare suo assistente  -naturalmente al primo gradino, quello di assistente volontario-  e mi fece incontrare uno dei massimi esperti del settore, l’avvocato Dante Augusto Caponera, direttore dell’Ufficio legislativo della FAO, che mi propose un contrattino trimestrale di consulenza; fu rinnovato di trimestre in trimestre per dieci anni. Intanto, continuavo la carriera universitaria. Nel 1975, sempre alla Sapienza e a Scienze Politiche, divenni assistente di ruolo di Diritto internazionale privato presso la cattedra di Francesco Capotorti, altro grande internazionalista del Novecento, il mio secondo Maestro; il primo incarico di insegnamento lo ebbi presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Istituto Universitario Orientale di Napoli (ora ‘L’Orientale’). Insegnai a Palazzo Giusso, in Largo San Giovanni Maggiore, Diritto internazionale privato, dal 77 fino all’86. Ma, intanto, qualche anno prima, nel 1982, di nuovo vissi un cambiamento, stavolta piuttosto lungo, durato 18 anni.

Ovvero?
Nel luglio 1982, dopo sette inutili scrutini per la Corte costituzionale, Federico Mancini fu nominato avvocato generale della Corte di Giustizia europea, a Lussemburgo. Federico Mancini, giurista completo ed intellettuale raffinato, era stato uno dei padri dello Statuto dei lavoratori. Insegnava Diritto del lavoro alla Facoltà romana di Scienze Politiche, dove si era trasferito dalla Facoltà giuridica bolognese durante il suo mandato di componente del Consiglio superiore della Magistratura. Su suggerimento del Preside Riccardo Monaco mi chiese di diventare suo referendario. Si tratta di una funzione che non prevede carriera, se non all’interno del gabinetto del membro della Corte: essere referendario alla Corte di Giustizia significa, infatti, collaborare direttamente con l’avvocato generale o con il giudice. Lui, per sei anni, fu avvocato generale e, per i successivi dodici, giudice. Federico Mancini, che considero il mio terzo Maestro, seppe farsi apprezzare in Italia e all’estero da qualsiasi parte politica, tanto che Giulio Andreotti, da Ministro degli Esteri, accettò, nel 1988, che il socialista Mancini diventasse il giudice italiano -una posizione per i dodici anni precedenti appannaggio di un giurista democristiano del calibro del pluriministro e vicepresidente del CSM Giacinto Bosco. Mancini, di cui sono stato il braccio destro a Lussemburgo, morì nel ’99, dello stesso brutto male -e nello stesso breve arco di tempo, ovvero appena due mesi-, che diciassette anni prima aveva ucciso mio padre. Questa coincidenza, che si completava con la stessa loro età al momento della morte, mi ha sempre colpito. Nei 18 anni in cui ho lavorato con e per lui abbiamo avuto il grandissimo privilegio di contribuire alla creazione di un corpus di sentenze importanti, che hanno impresso un indirizzo fondamentale alla giurisprudenza in sede europea, con riflessi significativi negli Stati membri. Ciò sia sul versante costituzionale, giacché la Corte, proprio in quegli anni e su impulso delle conclusioni dell’avvocato generale Mancini, riconobbe ai Trattati la funzione di ‘carta costituzionale di base’ degli enti europei d’integrazione; sia con una giurisprudenza su aspetti di diritto sostanziale. Ad esempio, Mancini fu il giudice relatore della nota ‘Sentenza Bosman’, riguardante la libera circolazione dei calciatori nelle squadre degli Stati dell’Unione.

Sembra, però, che ultimamente ci siano polemiche in materia di giustizia europea…
Dispiace constatare che, attualmente, vi sono visioni diametralmente opposte tra la Corte di Giustizia e il Tribunale, che essa, nel 1989, gemmò, una giurisdizione di primo grado che fu creata affinché vi fosse un doppio grado di giudizio, specie per i ricorsi presentati dai privati (individui e imprese). Questa ‘mitosi’ della Corte, da unica fino all’89, a bina, continuò, in quanto, nel 2005, il Tribunale ha, a sua volta, generato il Tribunale della Funzione pubblica, a cui è stato attribuito il contenzioso dei dipendenti dell’Unione europea. Ora imperversa una querelle,  -senza, purtroppo, esclusione di colpi sotto la cintura da parte dei giudici di entrambe le giurisdizioni- innescata dalla richiesta della Corte al legislatore europeo (il Parlamento ed il Consiglio) di raddoppiare da 28 a 56 i giudici del Tribunale, cosicché ad ogni Stato ne tocchino 2, invece dell’attuale unico membro. Si tratta di una proposta che, a mio avviso, non si giustifica, giacché si basa su di una sovrastima sia del numero delle cause pendenti, sia del lavoro arretrato, sia, infine, dell’ammontare dei risarcimenti danni per i casi in cui il Tribunale non è riuscito a rendere giustizia in tempi ragionevoli. Qualora questo progetto andasse in porto, si rischia di avere un corpo giudicante sproporzionato rispetto alla situazione delle cause pendenti, quali saranno ancora da liquidare a velocità di crociera già nel corso del 2016. C’è, poi, un profilo che a me pare ancora più fondamentale: le modifiche dell’organizzazione giudiziaria prevedono un impulso legislativo da parte della stessa Corte, secondo l’articolo 281 del Trattato sul funzionamento dell’Unione, da ultimo modificato a Lisbona. Poiché in qualunque ordinamento esistente, il principio della separazione dei poteri, da Montesquieu in poi, esclude che il potere giudiziario possa attivare delle modifiche legislative di cui è destinatario, la disposizione va, secondo me, interpretata come abilitante modifiche che, in ogni caso, non tocchino l’architettura giudiziaria quale iscritta, nei Trattati. Questi ultimi, infatti, possono essere revisionati, di regola, solo col consenso unanime degli Stati membri e la ratifica dei Parlamenti nazionali e, se è il caso, con referendum popolari.

Strana intervista, la nostra: spazia a tutto campo e su vari argomenti. Cosa facesti, tornando in Italia all’inizio di maggio del 2000?
Innanzitutto, ripresi il mio posto alla Sapienza, quale assistente di ruolo di Diritto internazionale. Ma lì, io che ero partito per Lussemburgo da strettissimo collaboratore del Preside Monaco, non avevo grande spazio. Me lo disse con la consueta affettuosità l’amico Fulco Lanchester, colui che era diventato il nuovo Preside. Dopo meno di tre settimane, tuttavia, fui nominato consulente giuridico del Comitato bicamerale Schengen-Europol e, poi, a fine maggio, consigliere giuridico del Ministro delle Politiche Comunitarie del Governo Amato, il verde Gianni Mattioli, un professore di Fisica della Sapienza, vero galantuomo.

E fu allora che ci rincontrammo. Solo che, cambiando i Governi, mentre un consigliere giuridico ha da mettere sul piatto della bilancia il proprio sapere, il talento di un addetto stampa viene considerato intercambiabile e non ci sono titoli che tengano. Arrivò il Governo Berlusconi: io, in un esodo autodifensivo, cercai altrove; tu rimanesti, in virtù della tua fama di giurista.
Nel Governo Berlusconi due, fui nominato prima Capo di Gabinetto del Ministro delle Pari Opportunità, Stefania Prestigiacomo e, dopo qualche mese, consigliere giuridico del Ministro per le Politiche Comunitarie Rocco Buttiglione, che conoscevo da quando, nei primi anni ‘70, era assistente del filosofo Augusto Del Noce, sempre a Scienze Politiche. Poi, dall’aprile 2002, e per tre anni e mezzo, mi è stato affidato il CIDE, il Centro Nazionale di Informazione e Documentazione Europea, un organismo-pilota che ai tempi era sulla carta e a cui ho dato sostanza.
Si trattava di un’iniziativa molto utile per la promozione capillare della conoscenza della UE fra i cittadini, soprattutto fra i giovani studenti, per i quali organizzai delle capillari campagne d’informazione (le ‘carovane del CIDE’) su tutto il territorio nazionale. La volontà del Governo successivo, però, fu quella di abolirlo, come avvenne, in realtà, su richiesta della Commissione europea anche in altri Paesi dell’Unione dove erano stati, nel frattempo, creati organismi omologhi. La circostanza emblematica è che Romano Prodi, da Presidente della Commissione europea, nel 2000, aveva firmato l’accordo con il Presidente del Consiglio Giuliano Amato che ne prevedeva la creazione e, poi, da Presidente del Consiglio firmò l’atto che ne decretò la chiusura.

Non ci credo neanche se lo vedo che tu sia rimasto a girarti i pollici.
Fai bene a non crederci: mantenendo la docenza alla Sapienza, per due anni ho insegnato Diritto internazionale e Diritto dell’Unione europea alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Messina, dove ho radicato, altresì, delle amicizie durature. Poi ho fatto passi avanti nella carriera universitaria, essendo chiamato come associato a Scienze Politiche, seppure con notevole ritardo dall’idoneità e sono pure stato all’unanimità dei voti, dichiarato idoneo alle funzioni di professore ordinario. L’attività istituzionale, peraltro, mi ha ri-coinvolto dal 2009 al 2011, quando sono stato nominato prima consigliere giuridico e poi vice Capo di Gabinetto del Ministro del Turismo, Michela Vittoria Brambilla. Dalla fine di quest’esperienza governativa sono rientrato a tempo pieno all’Università ‘Sapienza’, dove, dopo tanti anni di insegnamento del Diritto internazionale -la cattedra che era stata del mio maestro Riccardo Monaco, del quale ho aggiornato, dopo quarant’anni dall’ultima edizione, il suo Manuale- oggi insegno Diritto dell’Unione europea e Diritto Diplomatico e Consolare, oltre ad essere, da poco meno di un anno Presidente dei Corsi di Laurea in Scienze politiche e Relazioni internazionali.

Non ti sei fatto mancare nulla: fra le tue pubblicazioni giuridiche, ce n’è una che è una specie di libro-grattacielo in 2.560 pagine intitolato ‘Codice dell’Unione europea operativo‘. Quali ne sono i contenuti?
Si è trattato, nel 2012, del primo commentario in lingua italiana, operativo e, quindi, volutamente destinato ai pratici, magistrati ed avvocati in primis, delle disposizioni dei Trattati sull’Unione europea nella versione consolidata, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, commentate articolo per articolo, che è stato onorato della prefazione dell’allora Presidente della Commissione europea, José Manuel Duraõ Barroso. Io ho fatto la regia di quest’opera così impegnativa (anche per l’editore Simone!), la quale ha richiesto circa tre anni di lavoro da parte di un centinaio di validissimi collaboratori, provenienti da 7 Stati membri e in gran parte operanti professionalmente all’interno delle Istituzioni dell’UE. Un’opera che deve molto a Fabio Pappalardo, amministratore presso la Biblioteca della Corte di Giustizia, che ne ha assicurato il coordinamento scientifico, con intelligenza e, soprattutto, con paziente tenacia.

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