martedì, Ottobre 19

Carditello: croce e delizia Intervista a Nadia Verdile sulla Reggia, già Reale Delizia di proprietà dei Borboni di Napoli

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Il libro ‘La Reggia di Carditello, tre secoli di fasti e feste, furti e aste, angeli e redenzioni’ di Nadia Verdile, edito quest’anno da Ventrella Edizioni, narra la storia della dimora detta anche Reale Tenuta di Carditello, situata a San Tammaro, in provincia di Caserta, progettata dall’architetto Francesco Collecini, allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli, e affrescata da Jacob Philipp Hackert e dalla sua scuola.

Essa faceva parte di un gruppo di 22 siti di proprietà della dinastia dei Borboni di Napoli (detti anche ‘Reale Delizia’) posti nella ‘Terra di Lavoro’, che comprendeva tra gli altri anche il Palazzo Reale di Napoli, la Reggia di Capodimonte e quella di Caserta, concepiti non solo come semplici luoghi di svago, destinati in prevalenza alla caccia, della famiglia reale e della sua corte, ma che costituivano in molti casi vere e proprie aziende, espressioni dell’imprenditoria locale ispirata alle idee illuministiche in voga in quei tempi. Dopo l’Unità di Italia l’edificio fu abbandonato e nel 1919 gli immobili e l’arredamento passarono dal demanio all’Opera Nazionale dei Combattenti e i 2.070 ettari della tenuta furono lottizzati e venduti. Rimasero esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti, disposti a ventaglio sui lati ovest, nord ed est del medesimo complesso, che nel secondo dopoguerra entrarono a far parte del patrimonio del Consorzio generale di Bonifica del bacino inferiore del Basso Volturno. Nel 1943 la Reggia fu occupata dalle truppe tedesche e poi da quelle americane. Con ordinanza del 27 gennaio 2011, il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – Ufficio Esecuzioni Immobiliari – dispose la vendita all’asta del complesso monumentale (denominato anche Real Sito di Carditello) al prezzo base di 10 milioni di euro. Il Tribunale ha assegnato il diritto di prelazione al Comune, alla Provincia, alla Regione e al MiBAC; tuttavia alla fine del 2013 già 11 erano le aste andate deserte.

L’antica quadreria del Real Sito, per anni dispersa in vari musei ed enti statali, è stata recentemente studiata e ricostruita nella sua originaria distribuzione dallo storico dell’arte Maria Carmela Masi.

Dal 2011 al 2013 la Reggia è stata sorvegliata da Tommaso Cestrone, ausiliario del custode giudiziario, che più volte aveva cercato di attirare l’attenzione della politica per il recupero del complesso architettonico, nel quale ha trovato la morte, colto da infarto, la notte della vigilia di Natale del 2013. Grazie all’impegno di Massimo Bray, all’epoca Ministro del MiBACT, nel gennaio scorso è stato firmato un accordo preliminare tra l’istituzione pubblica e la Società Gestione Attività (Sga), che ha acquisito i crediti del Banco di Napoli, per la cessione del complesso edilizio al Ministero stesso. L’accordo prevede una cessione al MiBACT, da parte della Sga (quando quest’ultima entrerà in possesso del decreto di aggiudicazione del Tribunale dopo il saldo), del Real Sito di Carditello al costo di 2 milioni e mezzo di euro a fronte degli 11 milioni e mezzo sborsati dalla stessa Sga, che non ha sollevato il Consorzio generale di Bonifica del bacino inferiore del Basso Volturno già citato, dal pagamento dei restanti 30 milioni di euro. Ora per il MiBACT si apre la sfida per restaurare e valorizzare questa tenuta, rimasta per anni in uno stato di abbandono che ne ha danneggiato la struttura architettonica e gli affreschi stessi, oltre che preda di razzie per quanto riguarda decori, sculture e arredi.

Parliamo della Reggia di Carditello con Nadia Verdile, giornalista de Il Mattino di Caserta.

 

Ci parla della storia costruttiva e decorativa della Reggia e di come venne usata per tutto il Settecento?

La Reggia fu eretta nella seconda metà del Settecento in quello che era il Regno di Napoli su progetto di Collecini, uno degli architetti che lavorano alla corte di Ferdinando IV e che ha realizzato anche il Belvedere di San Leucio. La finalità iniziale del bene è molteplice: nato come luogo di produzione agricola e sperimentazione zootecnica, dove veniva creata la mozzarella, o per lo meno dove per la prima volta si ha traccia di questa produzione, data la presenza di allevamenti di bufale. Cosa ancora più interessante è che qui si allevavano anche cavalli e venne creata proprio in questo luogo la razza dei cavalli persani, quelli che poi verranno allevati in una delle altre residenze reali, quella appunto di Persano. Questi cavalli sono rimasti nel simbolo della Ferrari, con il celebre cavallino rampante. Ancora più particolare e unico esempio al mondo il fatto che la Reggia di Carditello sia nata con l’ippodromo inserito all’interno del perimetro dell’edificio: praticamente lungo le mura perimetrali del Palazzo Reale, o Tenuta Reale, vi erano tre livelli di gradoni (oggi se ne individuano ancora alcuni tratti) dove circa 30.000 persone partecipavano, in occasione della Festa dell’Ascensione, alle gare ippiche che si svolgevano all’interno della Reggia.

 

La denominazione Carditello viene da Carduetum, cardueti , ovvero cardito, carditello, cioè luogo piantato a cardi? È vero che nei tempi passati il territorio in oggetto assunse il nome di Carditello perché si presentava infestato della pianta di cardo, tanto da formare una barriera per chi voleva inoltrarsi a piedi o a cavallo?

C’erano molti cardi, anche perché quello era un terreno abbastanza acquitrinoso con le condizioni favorevoli per la presenza di questo tipo di vegetazione che nasce in maniera del tutto spontanea. Il nome, che è molto antico, deriva da questo. Vi era una tenuta preesistente che Carlo di Borbone prese in affitto dal conte di Acerra proprio per i cavalli e come dimora di caccia in un contesto in cui la caccia non era concepita come oggi: tutte le famiglie aristocratiche la praticavano perché era un modo per esercitarsi anche alla guerra, con una valenza non soltanto di divertimento, ma utile anche sul piano operativo.

 

Il 16 giugno scorso è scaduto il termine per le domande di partecipazione al restauro della Reggia. Qual è lo stato di conservazione attuale della Reggia e che lavori si pensa di attuare per rendere fruibile il sito?

Attualmente sono ancora in fase di apertura le buste delle ditte che hanno partecipato al bando. Entro la fine di settembre si dovrebbe conoscere il nome di quella che ha vinto la gara d’appalto, secondo Salvatore Buonomo, Soprintendente per i Beni Architettonici, Paesaggistici, Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Caserta e Benevento, per poi dare inizio ai lavori di restauro entro questo stesso anno solare. Per questi lavori saranno utilizzati 3 milioni di euro, cioè quanto fu già messo da parte da Massimo Bray quando era Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Bray è quello che ha compiuto il ‘miracolo’ di far acquistare la Reggia da parte dello Stato italiano. È stato l’unico che ha preso veramente a cuore la questione facendo in modo che l’edificio, dopo anni di abbandono e dodici battute d’asta, potesse finalmente ritornare in proprietà pubblica. Prima di tutto si restaurerà la palazzina centrale, quella che già nel corso dei decenni precedenti aveva subito due interventi di restauro conservativi anche delle pitture, rifacendo i tetti e mettendo in sicurezza tutte le strutture architettoniche, ma i soldi stanziati non saranno sufficienti per poi riprendere tutte le pitture che, in alcune zone, sono veramente in condizioni di sofferenza. Questo è dovuto al fatto che dalla parte alta, soprattutto dal terrazzo della Reggia, circa un anno e mezzo fa, fu portato via mediante un’azione di furto anche il pavimento di cotto del Settecento, oltre alle colonnine della balaustra, e la mancanza di pavimentazione ha favorito la penetrazione dell’acqua piovana all’interno. I lavori quindi consistono nel ripristino della parte architettonica dell’edificio e nel mettere in sicurezza il complesso, mentre per le pitture sarà necessario, come dice il Soprintendente, un intervento successivo. La cosa interessante e assolutamente innovativa è la firma, credo risalente a un paio di settimane fa, di un protocollo di intesa tra la Soprintendenza e Agenda 21, che è il collettore delle associazioni che da anni si occupano di tutelare e difendere la Reggia di Carditello. Così dal 1 settembre partirà la vigilanza diurna gratuita di 12 ore (dalle 8 del mattino alle 8 di sera) ad opera delle associazioni, che prenderanno l’iniziativa di organizzare aperture straordinarie (come si facevano prima che avvenisse il passaggio dal Consorzio di bonifica del bacino inferiore del Basso Volturno allo Stato) ma effettuate solo negli spazi dove è garantita la sicurezza, cioè nell’emiciclo, in quello che viene chiamato comunemente il galoppatoio dove, come le dicevo, si facevano gare equestri e in aree dedicate ai convegni che non hanno mai avuto problemi di staticità né di stabilità proprio perché da poco restaurate. Tenere un bene aperto è sempre l’occasione per farlo vivere, mentre se lo si lascia chiuso finisce inevitabilmente in uno stato di abbandono, che va a coinvolgere anche il ricordo del monumento stesso. Questo farà sì che la gente potrà vedere l’andamento dei lavori di restauro e consolidamento della Reggia, come il Soprintendente ha più volte detto di volere per una questione di trasparenza e di visibilità di quanto lo Stato sta facendo per recuperare Carditello. Da un articolo del Corriere della Sera di qualche giorno fa è emerso che l’attuale Ministro Dario Franceschini avrebbe stanziato o comunque chiesto dei soldi a Bruxelles anche per Carditello, ma la notizia non è circostanziata né confermata, anche se rimane il fatto che anche lui ha intenzione di continuare il lavoro iniziato già con Massimo Bray.

 

Già nel 1968 fu effettuata un’opera organica di restauro e consolidamento della Reggia. Ce ne parla meglio?

Nel 1968 con i soldi della Cassa del Mezzogiorno furono realizzati i primi lavori di restauro su tutto il palazzo centrale, ossia la Reggia, ma anche sugli affreschi che sono decorazioni di straordinario valore artistico perché realizzati dalla scuola di Jacob Philipp Hackert e soprattutto da Fedele Fischetti e Giuseppe Cammarano che lavorarono non solo a Palazzo Reale, ma anche al Belvedere di San Leucio. Fu inoltre dato il via alla realizzazione del Museo dell’Agricoltura Meridionale, di grande valore storico perché c’erano moltissimi materiali relativi all’attività contadina, ma ha conosciuto negli ultimi anni, quelli della difficoltà economica del Consorzio, una diaspora, per cui molti oggetti sono andati a finire a Benevento in prestito e non sono mai più tornati, mentre altri furono mandati al museo privato di Villa Matilde che è un’azienda produttrice di vini nella zona del litorale Domizio. L’altro restauro avvenne invece all’inizio degli anni Novanta con i fondi ricavati dal Gioco del Lotto, grazie all’idea di aggiungere qualche giorno in più a quello delle estrazioni, che una volta si facevano solo di sabato, ma passarono poi ad essere tre nell’arco della settimana e il ricavato di una di quelle veniva devoluto al restauro dei beni culturali del nostro Paese. Anche Carditello fu beneficiata da questo tipo di iniziativa e in quegli anni furono realizzati altri lavori di restauro sia sulla facciata esterna, sia su alcuni degli affreschi interni.

 

Nel gennaio scorso il MiBACT, grazie all’impegno del Ministro Bray, firmò un accordo che prevedeva la cessione del bene all’istituzione statale da parte della Società Gestione Attività (Sga), entrata in possesso del bene. Questa operazione ha contribuito a sfatare l’idea di questo bene come metafora del declino culturale del Mezzogiorno?

Gli occhi di tutti sono puntati su Carditello come la possibilità di riscatto di una terra: l’operazione fatta dall’allora Ministro Massimo Bray fu di straordinaria importanza prima di tutto perché era ispirata al valore che hanno i beni culturali, visti come possibilità di recupero non solo del bene stesso, ma anche dell’intero territorio dove questo si trova. L’attenzione che le associazioni del territorio hanno da sempre avuto per questo bene sono la testimonianza di come effettivamente ripartire dai beni culturali può e deve significare il rilancio di un intero territorio, che significa anche occupazione e presentarsi non più come ‘Terra dei Fuochi’, ma come ‘Terra di Cultura’ perché siamo terra d’arte. Carditello è diventata l’emblema-metafora prima di un’Italia in declino, poi di un’Italia che ce la può fare, ma anche di una provincia che se riparte dai beni culturali può ripulire dal proprio interno tutte quelle falle brutte che ci fanno conoscere nel mondo come ‘Terra dei Fuochi’ o come ‘Terra di Camorra’. Non si deve dimenticare che per questa operazione straordinaria Massimo Bray ha ricevuto minacce di morte a maggio e da allora vive sotto scorta, perché gli fu recapitata anche una lettera di minacce perché non continuasse ad occuparsi di Carditello. È un posto quindi che vedeva concentrati ben altri interessi, mentre è stato restituito anche a un’ottica di legalità.

 

Il Fondo Ambiente Italiano (FAI) ha messo a disposizione 50 mila euro attraverso ‘I Luoghi del Cuore’ per la valorizzazione e il restauro del monumento. Crede che oltre all’azione statale, anche grazie a queste associazioni si possano rilanciare i monumenti degradati del Mezzogiorno?

Credo assolutamente di sì, perché abbiamo bisogno di una sinergia che non escluda nessuno. Credo soprattutto che quando le iniziative che vengono dalla collettività, e le associazioni questa rappresentano spesso addirittura più di quanto non lo faccia la politica (anche se non dovrebbe così), si è di fronte alla possibilità di un’inversione di rotta: bisogna crederci e puntare su queste, facendo rete e sinergia esattamente come è stato fatto da tutte le associazioni confluite nel grande forum di Agenda 21, con più di 120 sigle ad oggi e che insieme sono riuscite ad ottenere risultati visibili a tutti.

 

Negli anni Novanta il Consorzio generale di Bonifica del bacino inferiore del Basso Volturno aveva nei confronti del Banco di Napoli debiti per 25 milioni di euro, la Sga ha così potuto reclamare il credito ed espropriare il bene per venderlo all’incanto. Ci può raccontare meglio questa vicenda fino all’acquisto da parte del MiBACT?

Il 2 ottobre 1948 l’Opera Nazionale Combattenti donò il Real Sito al Consorzio Generale di Bonifica del Bacino Inferiore del Basso Volturno. I boschi furono tagliati, tutto quello che era stata la grandezza del luogo rimase un ricordo e anche la Reggia continuò il suo inesorabile declino. I primi interventi di consolidamento e restauro si ebbero nel 1968 grazie ai finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno e della Regione Campania. Nel 1978 fu istituito il Museo dell’Agricoltura meridionale, ad opera dell’Istituto Nazionale di Sociologia rurale, realizzato con il contributo della Cassa per il Mezzogiorno, in particolar modo dalle Cattedre Ambulanti . Esse avevano l’obiettivo non solo di insegnare tecniche e progressi delle coltivazioni, ma anche di raccogliere le testimonianze della cultura contadina esistenti nell’Italia meridionale. Il museo custodiva torchi, macine, carri (anche uno del Seicento con le ruote piene), una barca di falasco, telai, aratri, stadere, cesti da soma, slitte da fieno, fiscoli da frantoio, arnesi e strumenti che documentavano la storia di secoli di civiltà agricola meridionale: migliaia di oggetti, pezzi rari, talvolta unici, con centinaia di anni di storia. La sua prerogativa era quella di esporre i reperti per filiera produttiva, da quella della canapa a quella dell’olio, del vino, dei mulini, dei trasporti, compresi i cavalli-vapore, gli antenati dei trattori (causa scatenante dell’aumento dell’emigrazione), unico strumento rimasto per sopravvivere per tante migliaia di contadini che con la meccanizzazione videro drasticamente ridurre il numero delle braccia da impiegare nei campi. Nel museo c’era anche la sezione dedicata all’allevamento del baco da seta, che tanta parte aveva avuto nella produzione artigianale e industriale delle seterie di San Leucio. Erano in mostra anche mulini ad acqua e interi impianti per la trasformazione dei prodotti agricoli, il tutto coadiuvato da impianti audiovisivi e di supporto didattico per rendere più completa e fruibile la visita. Nel tempo molti furti ne depauperarono il patrimonio iniziale, lasciando in sede non più di un terzo dei beni. Nel 2004, la Regione Campania stipulò una convenzione con la Provincia di Benevento che, in cambio di restauri, prese in carico come prestito della durata quinquennale una porzione del Museo per metterla in mostra. A conti fatti, invece, i pezzi prelevati andarono ad accrescere il Polo Museale della Tecnica e del Lavoro in Agricoltura di Benevento e sono ancora lì. A questo prelievo se ne affiancò un altro nel 2005. Infatti, fu concesso da Antimo Gaudino, commissario del Consorzio di Bonifica, all’Associazione Culturale Villa Matilde (espressione dell’azienda vitivinicola omonima, nel comune di Cellole), il prelievo di oltre 230 oggetti dal museo pubblico, per farli diventare parte integrante del nascente Museo della Civiltà Contadina e dell’Emigrazione, di cui si sono oggi perse tutte le tracce. Si depauperò quello che era un prezioso e pregiato patrimonio. Intanto, da anni, nelle alte sfere della politica, si lavorava per la riqualificazione del Real Casino. Il 21 febbraio 1989, dopo innumerevoli dibattiti, incontri, convegni, la Commissione tecnica della Regione Campania approvò il progetto redatto da Lucio Morrica, docente alla Facoltà di Architettura dell’Università di Napoli, e commissionato dal Consorzio di Bonifica, allora guidato da Salvatore D’Amore, per il restauro della piccola reggia con l’obiettivo di farla diventare sede delle facoltà di Agraria e Veterinaria. Dovevano essere stanziati trenta miliardi di lire. Secondo il progetto la residenza borbonica avrebbe ospitato «funzioni sanitarie e lattiero casearie, con connesse strutture di supporto laboratoristiche e di diagnostica e funzioni zootecniche strettamente correlate all’allevamento e alle problematiche inerenti all’alimentazione mentre per la Facoltà di Agraria sarebbero stati attrezzati gli ambienti per le attività di tipo sperimentale, mentre cortili e capannoni dovevano essere destinati alla produzione animale ed alle tecnologie lattiero casearie» . L’iter progettuale si arenò nelle maglie della burocrazia e non se ne fece più niente. Nel 2011 la piccola reggia fu messa all’asta e il suo destino ormai sembrava inesorabilmente segnato. Feudo, sito reale, deposito d’armi, sede militare, ufficio del Consorzio, Museo dell’agricoltura e poi casa di vandali e ladri, la reggia di Carditello è stata in tre secoli di vita protagonista della storia del territorio. Dal 9 gennaio 2014 appartiene, dopo decenni di abbandono e di vendite all’asta, allo Stato italiano. Il Consorzio generale di Bonifica del Basso Volturno, proprietario del Real Sito, aveva accumulato nei decenni una crescente situazione debitoria, figlia anche di mancati pagamenti da parte di quanti beneficiavano dei servizi dell’ente. Durante la prima Repubblica lo Stato aveva spesso provveduto a garantire l’assorbimento dei debiti grazie alla concessione di mutui particolarmente agevolati. Nel 1994 alcuni padiglioni laterali della piccola reggia furono fittati al Consorzio Iricav: l’operazione doveva costituire una boccata d’ossigeno, ma non bastò. La situazione precipitò, infatti, nel 1997 quando, in occasione dell’approvazione del bilancio di previsione, il Consiglio dei Delegati, con provvedimento n.45/C del 16 aprile, rassegnò in blocco le dimissioni. La Regione Campania aveva stabilito, con delibera di Giunta n.229/AC del 18 febbraio, che il Consorzio non poteva più emettere ruoli di contribuenza.Venuta a cadere la possibilità di previsione delle entrate, fu il crack. Con Decreto presidenziale n.15283 del 6 giugno 1997, la Regione Campania commissariò il Consorzio: rovinarono, di conseguenza, i rapporti con il Banco di Napoli che aveva concesso i mutui. L’Istituto bancario, non avendo più garanzie sul pagamento delle rate, comunicò la risoluzione dei rapporti e chiese l’immediato rientro dei capitali. Proprietario del Real Sito dal 2 ottobre 1948, il Consorzio aveva maturato negli anni, nei confronti del Banco di Napoli, 29 milioni e 595.913 euro di debiti. Il Banco fu incorporato in Intesa San Paolo che diede mandato alla Sga spa (Società Gestione Attività), con sede in Napoli, di recuperare il credito vantato nei confronti dell’esecutato Consorzio. Così, nel 2002, il Consorzio di Bonifica del Basso Volturno, annaspante per i troppi debiti cumulati negli anni, mise in vendita il suo bene più prezioso, il settecentesco Casino Reale di Carditello. L’11 dicembre 2003 il Real Sito venne pignorato. Il decreto legge Tremonti 63/2002 – convertito in legge il 15 giugno dello stesso anno – diceva che si poteva mettere in vendita la reggia: esso prevedeva la possibilità di cessione dei beni dello Stato alla Patrimonio Spa, una società per azioni sotto il controllo del Ministero dell’Economia, nata con mandato di «gestire, valorizzare e alienare» l’intero patrimonio dello Stato. La storia del connubio tra pubblico e privato aveva però radici più profonde: la legge Ronchey del 1993, che ne frattempo aveva partorito altre norme e altri regolamenti. Ma la Tremonti aveva veramente aperto un varco. Il Consorzio si infilò e la Regione Campania, alla messa in vendita del Sito Reale, rispose con un’offerta di acquisto di 15 milioni di euro. Gli allora assessori Marco Di Lello, Vincenzo Aita e Luigi Anzalone (titolari, rispettivamente, di Beni Culturali, Agricoltura e Bilancio) stilarono il progetto di rilancio: restituire il complesso monumentale e i suoi terreni alla collettività facendo rinascere, nel rispetto filologico del sito, laboratori per lo sviluppo dell’industria agroalimentare, seguendo il progetto borbonico, creando un polo di ricerca per la filiera bufalina e le altre produzioni tipiche di Terra di Lavoro. Nel Palazzo progettato da Francesco Collecini, servito dalle acque dell’acquedotto colleciniano, affrescato dagli allievi di Philipp Hackert e dai grandi maestri di corte, impreziosito dalle sete di San Leucio, erano spariti, in un furto in perenne divenire, i gioielli più belli e preziosi: divelte e asportate le panchine in travertino, le porte, i cancelli, i camini, pezzi di affreschi, un’intera scalinata, pavimenti, colonnine, stucchi, corona, antifurto e persino fili di rame dai termoconvettori moderni. Una situazione di drammatica emergenza a cui negli anni avevano dato voce alcuni deputati, da Vittorio Sgarbi al casertano Nicolò Cuscunà, che tra agosto e settembre 1999 presentò due interrogazioni alla Camera per denunciare lo stato di abbandono e chiedere sia un’ispezione interna, sia l’affidamento ad altro ente della tutela della piccola reggia. Marco Di Lello, alla vigilia dell’acquisizione del sito, dichiarò che la tenuta borbonica rientrava nel piano complessivo per la valorizzazione dei grandi attrattori turistici regionali, di cui erano parte integrante la Reggia di Caserta e i siti borbonici ad essa correlati, in primo luogo il casino di caccia di Carditello e il bosco circostante. La tenuta era stata sottoposta tra il 1998 e il 2001 ad un parziale intervento di recupero da parte della Soprintendenza di Caserta, che utilizzò 2 milioni e 582.284 euro provenienti dal gioco del Lotto. Prima di questo, le ultime opere di consolidamento e di restauro erano state realizzate nell’arco di un cinquantennio con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno prima e della Regione Campania poi; gli ultimi lavori restituirono l’antico splendore solo alla residenza reale, lasciando andare in malora il resto della struttura. Anche il Museo dell’Agricoltura Meridionale, istituito nel 1978, perdeva appeal. Tutt’intorno cresceva, senza che nessuno lo impedisse, lo sversamento di rifiuti di qualsiasi genere. Sfruttata e abbandonata, la struttura fu ‘murata viva’ per impedire ulteriori furti. Intanto prendeva corpo la polemica sull’utilizzo pubblico – privato: per il Real Sito di Carditello, che il Consorzio generale di Bonifica del Basso Volturno aveva posto in vendita, la questione divenne economica. La Regione, che si era da tempo candidata all’acquisto, aveva offerto (come già scritto) quindici milioni di euro da sborsare in due tappe, metà nel 2003, cancellando un credito di circa 7 milioni che diceva di vantare nei confronti del Consorzio, e l’altra metà nel 2004. Ma la Regione Campania, secondo il direttore generale del Consorzio di Bonifica in carica nel 2014, Antonio De Chiara, non poteva vantare alcun credito nei confronti del Consorzio stesso, cui aveva erogato poco più di sette milioni di euro per l’esecuzione di manutenzioni: la pretesa si fondava sulla mancata rendicontazione della spesa, da consegnarsi all’Ente finanziatore dopo la chiusura dei lavori appaltati. La Regione non teneva conto della scelta del Consorzio di eseguire i lavori manutentivi non in appalto, ma in amministrazione diretta, con la propria organizzazione, redigendo la contabilità dei lavori, per consegnarla, così rendicontando, all’Ente finanziatore a fondo esaurito. Reale e sacrosanto, viceversa, il credito del Consorzio verso la Regione per il contributo di collettamento, pari a più di sei milioni di euro posti a carico del bilancio regionale a tutto il 31 dicembre 2007. Per cedere il Real sito il Consorzio chiese non meno di venti milioni, quanti ne avevano già offerti diversi gruppi finanziari e tra questi l’armatore Guido Grimaldi. La tesi dell’allora direttore generale del Consorzio, Francesco Papa, fu di vendere perché sommersi dai debiti ed impossibilitati a trattare. Il diritto di prelazione scattava a parità di offerta. Nel 2003 il sottosegretario ai Beni culturali, Nicola Bono, propose la costituzione di una Fondazione che coinvolgesse Regione, Comune, Università e lo stesso Consorzio. In simultanea, dalla Soprintendenza Regionale Stefano De Caro lanciava una nuova idea (mai andata in porto): fare del sito un centro progetti collegato all’aeroporto di Grazzanise. Il 2 dicembre 2004 l’allora Ministro per i Beni Culturali Giuliano Urbani annunciava che sarebbe stata proprio una fondazione, sul modello del Museo Egizio di Torino, a gestire la Reggia di Caserta e gli altri siti borbonici (da Carditello a San Leucio) di Terra di Lavoro. Della nuova gestione avrebbero fatto parte la Regione, la Provincia e il Comune di Caserta come «collaboratori illustri», dal momento che il compito della tutela, così come previsto dal codice dei Beni Culturali, sarebbe restato «saldamente nelle mani della soprintendenza», che avrebbe dovuto fissare di volta in volta i limiti tra l’uso e l’abuso dei monumenti. La novità era l’apertura anche ai finanziatori privati che avrebbero dovuto essere, preferibilmente, fondazioni bancarie. Poi, il nulla. Si ricominciò a parlare di Carditello due anni dopo quando a Caserta, il 15 gennaio 2007, il nuovo ministro dei Beni culturali, Francesco Rutelli, il presidente della Provincia Sandro de Franciscis e il sindaco di Caserta Nicodemo Petteruti siglarono la dichiarazione d’intenti con cui si istituiva il Distretto culturale di Terra di Lavoro, che raggruppava i siti di maggiore rilevanza del territorio, quali Palazzo Reale, il settecentesco Belvedere di San Leucio, il borgo medievale di Casertavecchia e il Real Sito di Carditello. Tra gli obiettivi fissati la creazione di un itinerario «lungo il quale – diceva Rutelli – fioriscano opportunità commerciali, turistiche e ricettive»: il tutto grazie anche alla nascita di un fondo destinato, attraverso la Società Arcus, al ripristino e restauro del paesaggio. La fine prematura del Governo guidato da Romano Prodi interruppe purtroppo il progetto e il flusso economico. Intanto Enrico Guglielmo, allora Soprintendente di Napoli e di Caserta, lanciava un grido di condanna sulle condizioni in cui versava il Real Sito, deplorandone lo stato d’abbandono. «In qualità di ufficiale dello Stato segnalerò la cosa al ministero e sosterrò il diritto di prelazione di cui possiamo avvalerci in maniera prioritaria in caso di vendita all’asta di Carditello. Chiaramente, dal prezzo di valutazione del bene, lo Stato sottrarrà i milioni di euro già spesi per i lavori di restauro portati avanti dal 1998 al luglio 2006». Agli oltre 2 milioni e mezzo di euro del Gioco del Lotto, utilizzati per il restauro del corpo centrale del palazzo reale, terminato nel 2004, altri fondi, quelli ordinari della soprintendenza, erano stati investiti per il riuso delle scuderie reali. Non si sapeva che fine aveva fatto, intanto, la proposta della Regione Campania, deliberata nel gennaio del 2003, entrata a far parte della Legge finanziaria n. 1 del 19 gennaio 2007, di acquistare Carditello. Ci fu un nuovo tentativo per riavviare le trattative con Antimo Gaudino, commissario del Consorzio: in Parlamento, infatti, il senatore Pasquale Giuliano aveva presentato un’interrogazione. Intanto i furti continuavano senza sosta nottetempo e si portava via quanto di riutilizzabile o vendibile. Per far fronte il Consorzio, da maggio 2006, aveva affidato la guardiania a un istituto di vigilanza privata che effettuava sette passaggi nelle 24 ore, ma non poteva fare di più. Nel 2008, nel pieno dell’emergenza rifiuti in Campania, il Real Sito di Carditello venne inglobato in quella che è passata alla storia con il nome di ‘Cittadella della monnezza’: una concentrazione di discariche collocate tra i comuni di Santa Maria La Fossa e di San Tammaro. Le due più vicine alla reggia, poche centinaia di metri, erano quelle di Ferrandelle, realizzata sui terreni sequestrati al criminale Francesco Schiavone, detto Sandokan, capo del clan camorristico dei Casalesi e quella di Maruzzella Tre, realizzata in tenimento santammarese, nell’ambito del sistema provinciale di smaltimento dei rifiuti che prevedeva la costruzione nell’area attigua di un sito di compostaggio e di un depuratore di percolato, oltre al già esistente digestore anaerobico di Salerno. Così il Real Sito divenne, a causa del vergognoso abbandono a cui era ormai lasciato, anche discarica abusiva di rifiuti tossici e pericolosi. Da un lato l’incuria, dall’altro i debiti. Tra l’8 e il 12 dicembre 2009, alla Mostra d’Oltremare, in Napoli, fu presentato dall’allora assessore regionale all’agricoltura Gianfranco Nappi il ‘Terrafelix’, programma di recupero dei Regi Lagni; ad illustrare tante magnificenze l’architetto-paesaggista Andreas Kipar, di fama internazionale, conosciuto per aver attuato in tempi record il ripristino ambientale della Ruhr. Fu sottoscritta dalla Regione una convenzione con le Università Federico II di Napoli e la Seconda Università degli Studi di Napoli (l’ateneo di Terra di Lavoro) per uno «studio di fattibilità» finalizzato a ripristinare nel sito di Carditello le originarie attività produttive nella filiera agro-alimentare, con l’aggiunta sperimentale di un innovativo ‘Giardino e Museo della Biodiversità’: un interessante rilancio che partiva dall’idea che il recupero di un bene culturale doveva essere redditizio, elevandolo a volano di sviluppo del settore agricolo, oltre che ad attrattore del turismo. All’alba del 2010, qualche mese prima della nuova tornata elettorale, il presidente della Camera di Commercio di Caserta, Tommaso De Simone, ufficializzava l’intenzione del suo ente di acquistare il Real Sito di Carditello: erano pronti nove milioni di euro. L’idea piacque molto all’allora governatore Antonio Bassolino e all’assessore all’agricoltura Gianfranco Nappi: «Il sito resterà in mano pubblica perché sia un luogo di fruizione culturale per la comunità. Occorre che tutti i soggetti pubblici interessati siano rigorosamente coinvolti a cominciare dalla Regione e dalla Provincia per finire ai comuni limitrofi. L’Università, in particolare, dovrà avere un ruolo decisivo. Con il recupero delle coltivazioni più tradizionali che hanno reso famosa e ricca questa area. Dobbiamo pensare al rinnovo del settore agroalimentare nel rispetto della destinazione originaria affidata a questa splendida reggia perché diventi, anche sotto questo profilo, un’attrazione culturale». Con il D.L. 15 febbraio 2010 n.23 (pubblicato sulla G.U. n.46 del 25/2/2010) fu approvata la riforma dell’ordinamento relativo alle Camere di Commercio. Alla fine di quell’anno il responsabile della Direzione Regionale per i Beni Culturali della Campania, Gregorio Angelini, la soprintendente Paola Raffaella David, il presidente della Provincia di Caserta Domenico Zinzi, firmarono un altro protocollo d’intesa per la valorizzazione e la tutela dei beni architettonici e del territorio: grazie a questa intesa si sarebbero messe in campo azioni coordinate su alcuni beni e aree di intervento e tra queste il complesso monumentale di Carditello. Le azioni previste dal Protocollo sancivano modalità di intervento, sia normative (con deliberazioni) sia materiali, grazie anche al reperimento di risorse finanziarie attraverso Accordi di Programma Quadro. Il 25 marzo 2010 la piccola reggia venne inserita, su sollecitazione del Club Unesco di Caserta guidato da Jolanda Capriglione, nei ‘Monumenti e siti messaggeri di una cultura di pace’. Senza compratori, la reggia andò all’asta e le prime due sedute vennero fissate al 20 ottobre e al 10 novembre, con prezzo base 25 milioni di euro. Luigi Meinardi fu nominato custode giudiziario. La questione fu seguita con grande trepidazione dalla società civile e dal mondo delle associazioni che alzarono forte la voce facendo diventare il caso di interesse nazionale. Nella temperie dei buoni propositi la giunta regionale della Campania si impegnò ad esercitare il proprio diritto di prelazione per l’acquisizione del bene utilizzando i fondi europei 2007/13. Carditello era all’asta, val la pena ricordarlo, anche perché la Regione Campania e i comuni del Casertano, in debito con il Consorzio generale di bonifica del Basso Volturno, proprietario del sito, non avevano pagato. Però lo stato di abbandono del Real Sito sotto l’egida del consorzio commissariato non poteva essere imputato alla Regione. Agli inizi del 2012 prese posizione su Carditello anche Vittorio Sgarbi, proclamando che l’ingresso dei privati nella gestione del bene era la cosa migliore: «Meglio un relais chateaux che un abbandonato sito nel bel mezzo delle campagne. Immagino come destinazione d’uso per la reggia borbonica l’università, la scuola, un centro di ricerca».

Dopo le prime battute d’asta deserte, la soluzione per Carditello la propose la principessa Yasmin Aprile von Hohenstaufen Puoti Allegro von Hochstaden Alegre de Hostade von Schwaben, discendente a suo dire di re Desiderio e Federico II di Svevia, che si dichiarò proprietaria della reggia chiedendone la restituzione. Tra dicembre e gennaio 2012 venivano intanto asportate la corona marmorea posta sullo stemma della facciata principale, altri 28 pilastrini in pietra arenaria sottratti dalla balaustra e infine un bel po’ di metri quadrati di pavimentazione in cotto, originaria del Settecento, divelta dal terrazzo superiore del corpo centrale del fabbricato. L’11 febbraio con la pioggia venne giù anche il tetto dell’ala all’estremo margine sinistro. A seguito delle reiterate ruberie partì una vigilanza 24 ore su 24 fatta di una cordata di donne e uomini, membri della protezione civile, delle associazioni, del Consorzio di Bonifica e anche dell’amministrazione comunale, autorizzata dal giudice Valerio Colandrea, per tenere alla larga i malfattori. L’Associazione Orange Revolution avviò una raccolta firme contro la svendita di Carditello e l’affiancò con un’operazione di mail bombing verso le amministrazioni comunali locali e non, per convincerle a fare un acquisto collettivo, mentre Vito Amendolara, consigliere regionale con delega all’Agricoltura riproponeva l’idea di vendere ai privati. Il 14 febbraio i parlamentari Pina Picierno e Stefano Graziano presentarono alla Camera dei deputati un’interrogazione al ministro per i Beni Culturali, Lorenzo Ornaghi, che volle recarsi sul posto. Intanto, il sindaco di San Tammaro, Emiddio Cimmino, per salvare Carditello, già aveva iniziato lo sciopero della fame e Tommaso Cestrone, da solitario volontario, aveva da qualche mese iniziato un lavoro prezioso di bonifica, giorno dopo giorno, smuovendo gli anni di incuria accumulatisi nei giardini e negli orti del Real Sito.

Cresceva così l’attesa per il verdetto del giudice Valerio Colandrea che doveva esprimersi, dopo il ricorso della Soprintendenza e del Consorzio di Bonifica, sulla legittimità dell’asta.

Il 29 marzo si svolse la quarta battuta d’asta, per 17 milioni e 250 mila euro. In quei giorni arrivò anche la risposta del giudice Colandrea all’opposizione della Soprintendenza alla procedura d’asta: «il diritto del creditore di agire in via esecutiva è riconducibile al diritto costituzionalmente garantito dall’ex art. 24 che riconosce l’agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi, sicché il suo giudizio non può essere sottoposto alla condizione di una preventiva autorizzazione ministeriale». Così naufragarono anche le speranze della sospensiva.

Intanto, in rete, spuntavano gli annunci pubblicitari per la vendita della reggia: «Complesso monumentale denominato “Real Sito di Carditello”, realizzato nel 1784 da Ferdinando IV di Borbone su progetto del Collecini, allievo del Vanvitelli, costituito da una palazzina centrale sviluppantesi su quattro livelli, da 8 torri disposte simmetricamente rispetto alla palazzina collegate tra loro ed al casino da capannoni; il complesso è munito di decorazioni ed affreschi; al complesso monumentale sono annessi circostanti terreni e fabbricato per il culto insistente su zona di terreno di 185 metri quadri circa; il complesso insiste su un’area di circa metri quadri 80.000 oltre metri quadri 150.000 di terreni circostanti. È possibile visitare la proprietà previo appuntamento. Prezzo di base d’asta 15 milioni di euro». Il 24 e 25 febbraio 2013 ci furono le elezioni politiche. Nel mese che le precedette a Carditello fecero la loro passerella tutte le candidate e i candidati del territorio e anche i leader nazionali. Intanto, intorno alla reggia e alla sua salvaguardia, si muovevano associazioni, organizzazioni ambientaliste, comitati cittadini. Una moltitudine di iniziative, dai flash mob alle raccolte firme per tenere alta l’attenzione. Il 3 aprile, per la prima volta, al tavolo istituito dall’assessore regionale all’agricoltura, Daniela Nugnes, ci si ritrovò a progettare la tanto attesa Fondazione. Sedettero rappresentanti della Provincia di Caserta, del Comune di San Tammaro, della Soprintendenza, del Consorzio di Bonifica, della Camera di Commercio, del Cup (Comitato unitario permanente degli ordini e dei collegi professionali della provincia) e di Agenda 21, quest’ultima promotrice, da anni, dell’istituzione della Fondazione. Questa doveva essere di partecipazione, con una struttura dinamica e sempre in divenire, in cui vi fossero pluralità di fondatori e di partecipanti per consentire una partecipazione attiva di tutti gli aderenti alla fase gestionale; in cui la formazione progressiva del patrimonio fosse aperta ad incrementi per effetto di adesioni successive. Da aprile a settembre 2013 presentarono varie interrogazioni parlamentari per sapere del futuro di Carditello Ad aprile 2013 arrivò un nuovo vincolo paesaggistico su tutta l’area di Carditello: il Ministero dei Beni culturali estese il raggio di tutela, aggiungendo una clausola ambientale a quella monumentale, già presente sulla Reggia, operazione tardiva se si considera che qualche anno prima quei terreni, ora sotto tutela, furono individuati per tutte le discariche della zona. Il primo giugno, Philippe Daverio, critico d’arte, in visita a sorpresa al Real Sito lanciò l’idea: Carditello sede del Bureau per il Mezzogiorno d’Italia. Il 9 settembre il Cup, Comitato Unitario Permanente degli Ordini e Collegi Professionali di Caserta, tenne a battesimo una sua Fondazione per il Real Sito di Carditello. Il 21 ottobre 2013 un abbaino di Carditello crollò, ancora una volta, nel silenzio assordante delle istituzioni. Pioveva, l’acqua penetrava dal tetto, si infiltrava tra le pareti, scivolava giù tra gli affreschi, raggiungeva il pavimento e scorreva. Richiamato dal grido di allarme lanciato dalle associazioni e dal sindaco di San Tammaro, il Ministro per i Beni Culturali, Massimo Bray, il 26 ottobre, raggiunse per una visita in veste privata la reggia di Carditello. Il 5 novembre convocò a Roma la prima riunione con le istituzioni del territorio per decidere del destino della tenuta, avviando una verifica di acquisto, attraverso una transazione, del credito posseduto dalla Sga, parte del Ministero del Tesoro. Intanto in Senato, presso la Commissione Beni Culturali, Carditello era diventato ‘Affare Assegnato’ della ottava Commissione. Poi vi fu l’ordine agli enti locali portatori di interesse da parte del Ministero di rinunciare al diritto di prelazione: era evidente che la macchina si era messa in moto. Il 9 gennaio 2014 la Reggia di Carditello tornava nelle mani della collettività. Nel Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, alla dodicesima battuta d’asta, arrivò l’offerta, quella giusta, dopo la prima del 20 ottobre 2011: la Sga, che vantava crediti nei confronti del Consorzio di Bonifica del Basso Volturno, acquistava, con un assegno di 11 milioni e mezzo di euro, la tenuta borbonica.

Due giorni dopo, il sabato mattina, nella Reggia andò in scena una festa di popolo che ricordava quelle storiche dell’Ascensione, ai tempi di re Ferdinando. Le scolaresche, le associazioni, i giornalisti, le televisioni, le donne e gli uomini delle istituzioni, anche quelle che fino ad allora non si erano mai viste, i fotografi, le ballerine, i trampolieri, le bande musicali, e una moltitudine di persone festanti accolse e ringraziò Bray, al braccio di Pina, recente vedova di Tommaso Cestrone, accanto ai figli dell’angelo di Carditello.

Dal 6 febbraio 2014 le bandiere italiana ed europea, il tricolore e il blu stellato, sventolano per ricordarlo a chi passa, per dirlo a chi aspettava, per segnalarlo a chi non ci credeva che Carditello è ormai dello Stato. Esattamente un mese dopo, Dario Franceschini, nuovo Ministro per i Beni Culturali appena nominato nel governo Renzi, firmava un decreto che dava corso a quanto predisposto dal suo predecessore. Ventitré milioni 814mila 479 euro venivano stanziati per la provincia di Caserta: era denaro proveniente dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, destinato agli ‘Attrattori culturali naturali e turistici, 2007/2013’, frutto della convenzione sottoscritta a maggio 2013 tra l’Autorità di gestione del Programma e il Ministero, che prevedeva 3 milioni per il restauro conservativo, la valorizzazione e l’accoglienza del patrimonio storico, culturale e naturale della piccola reggia borbonica di Carditello, ai quali il ministro Franceschini affiancava un finanziamento straordinario di 500 mila euro per far fronte alle emergenze derivanti dagli eventi metereologici che hanno prodotto ulteriori danni alla Reggia.

 

Nel 1924 diventa il più importante deposito di munizioni dell’Italia Meridionale. Ci parla di questo periodo storico in relazione alla Reggia?

La Reggia di Carditello è stata palcoscenico di una moltitudine di eventi storici: sono passati di lì veramente tutti. Il momento più difficile della Reggia è stato quello dopo l’Unità di Italia; quando nel 1919 venne smembrato per essere affidato all’Opera Nazionale Combattenti, tutti i reduci di guerra ebbero un pezzettino dei tanti ettari che costituivano la tenuta del Real Sito di Carditello. Dopo tale smembramento, il Governo Italiano già guidato da Benito Mussolini stabilì che vi era la necessità di collocare una polveriera e un deposito di munizioni e armi, proprio nello spazio di pertinenza della Reggia di Carditello. Fu un’operazione irriguardosa e non rispettosa di un bene culturale e storico, un deposito che qualche anno dopo prese anche fuoco, causando non pochi danni al bene e alla tenuta nel suo complesso.

 

La Reggia di Carditello è anche storia di vandalismo e ruberie: affreschi rubati da predoni garibaldini, tedeschi e americani e infine dalla camorra. Quanto resta della decorazione attuale della Reggia oggi dopo questi atti vandalici?

Delle decorazioni fortunatamente si è salvato abbastanza, anche se non sono in ottime condizioni: però i lavori di restauro a cui facevo riferimento prima hanno permesso di tenere in vita soprattutto gli affreschi di Giuseppe Cammarano e Jacob Philipp Hackert. Non ci sono più le suppellettili che furono portate via o spostate dai Savoia quando tutta la tenuta passò nelle mani dell’Opera Nazionale Combattenti. Questi beni, consistenti in quadri ed elementi di arredo, sono stati ora rimessi insieme e a fine settembre sarà presentata la mostra permanente in una zona del Palazzo Reale destinata proprio ai beni presenti a Carditello che si potranno finalmente rivedere. L’auspicio è che una volta che la Reggia di Carditello sarà tornata al suo antico splendore, o per lo meno la palazzina centrale sarà restaurata, anche queste suppellettili, oltre a quelle esposte nella Reggia di Capodimonte nella sala dedicata a Carditello, dove sono esposti gli arazzi che erano presenti nel Reale Sito, possano ritornare all’antica sede e far bella mostra di sé insieme alle pitture, danneggiate dalle infiltrazioni per i motivi già detti in precedenza, ma che si spera nel prossimo restauro di riportare al loro splendore originario.

 

Quali furono i danni che la Reggia subì durante l’occupazione delle milizie fasciste e dopo durante quella delle truppe di liberazione dal 1944 al 1945?

I tedeschi rimasero nella Reggia per breve tempo. Più lunga fu la permanenza, dal 1943 al 1945, delle truppe americane: la Reggia di Carditello fu utilizzata dagli eserciti alleati, in particolar modo dagli americani, che avevano un rigido protocollo militare da rispettare. Dalla Reggia di Caserta, quartier generale delle Forze Armate in Italia, il generale inglese Brian Robertson, ammonì gli uomini degli eserciti alleati: «[…] Le esigenze tattiche devono necessariamente incidere sull’occupazione di edifici storici durante il combattimento, ma un rigido controllo su queste occupazioni sarà esercitato dai comandanti subito dopo la cessazione del combattimento; […] Tutti gli edifici citati negli ‘elenchi dei monumenti sotto protezione’ saranno considerati ‘edifici storici’ e non saranno occupati quando sia possibile una sistemazione diversa o senza l’autorizzazione scritta del Comandante responsabile […] In passato edifici così occupati hanno sofferto gravissime perdite e danni non necessariamente attribuibili all’unità occupante […]». Il 17 febbraio 1944, il comandante supremo delle forze alleate del Mediterraneo, Harold Alexander, aveva impartito ai comandi di tutte le formazioni, questo ordine: «[…] Desidero che sia chiara a tutti gli ufficiali l’assoluta necessità che le truppe sotto il loro comando si comportino in maniera da salvaguardare il buon nome delle nostre armate e l’onore del loro popolo. Con l’avanzata verso nord entreremo in una parte del paese dove i tesori artistici e i monumenti sono più numerosi. Ordino perciò che ogni ufficiale porti continuamente a conoscenza dei suoi sottoposti le nostre responsabilità e l’obbligo di preservare e proteggere quegli oggetti, nella maggior misura consentita dalle esigenze delle operazioni». Essi non hanno prodotto danni, ma hanno lasciato traccia della loro permanenza. In una delle torri esagonali due anni fa furono rinvenuti graffiti ritraenti soubrettes abbigliate alla moda del tempo, che dovevano rispondere all’immaginario collettivo dei militari ivi residenti tra una spedizione militare ed un conflitto a fuoco. Erano gli anni del boogie-woogie, quello stile musicale blues per pianoforte, nato con lo scopo d’intrattenere la gente nei juke joints dei bar dove, alla sera, ci si divertiva e si ballava. Questi locali si trovavano negli accampamenti dei lavoratori, ad esempio nei pressi dei cantieri delle linee ferroviarie. Doveva somigliare ad uno di questi luoghi il torrino esagonale di Carditello, una sorta di bar dei nostri tempi. I soldati americani erano reduci da anni di proibizionismo, quindi la possibilità di accedere più liberamente all’uso degli alcolici era per loro un’ottima occasione. Come accadeva a Napoli, anche nel Casertano i locali di intrattenimento erano molto frequentati e spesso si trattava di veri e propri lupanari: qui c’era molta tolleranza, nonostante i soldati americani si dovessero sottoporre a frequenti controlli per scongiurare malattie veneree. Molto dure erano le pene a cui venivano sottoposti se scoperti infetti. Le quattro donne raffigurate sulle pareti del torrino sono state realizzate con colori sgargianti, su tutti dominano il blu e il rosso. Non sono immagini tipiche delle case di tolleranza, allora ancora legali, ma piuttosto promesse di seduzioni, allegri inviti al desiderio e al piacere. Altre tracce della presenza americana in quegli anni sono le scritte sulle colonne del tempietto dorico al centro dell’emiciclo, dove nomi, date, conti della spesa raccontano di scene di vita quotidiana in un tempo di precarietà e speranze. La presenza militare si protrasse fino al 1948.

 

Il sito è stato per secoli anche simbolo del degrado e dell’abbandono con stucchi in rovina, infiltrazioni, ecc. Ci parla della storia l’abbandono del monumento dopo il 1861 e dell’iconoclastia politica che subì in quegli anni?

La Reggia di Carditello era una delle 23 ‘Delizie Reali’ borboniche. Quando si perde non solo una guerra, ma anche uno stato, chi subentra ha tra le prime azioni da compiere quella di annientare il ricordo di chi vi era prima. Questa è stata un’operazione che i Savoia hanno portato avanti in maniera scientifica su tutti i beni lasciati dai Borbone. La Reggia di Carditello da grande luogo di sperimentazione e produzione divenne semplicemente una tenuta di caccia: esistono testimonianze della presenza anche del re Umberto I che va a caccia in questo luogo. Il declino vero ed effettivo della Reggia di Carditello inizia quando alla fine della Prima Guerra Mondiale lo Stato italiano diede questo bene all’Opera Nazionale Combattenti e nel 1919 ai reduci di guerra venne data la tenuta di grandi dimensioni, smembrandola in piccoli appezzamenti di terreno. È il primo momento di annientamento della memoria nel quale la Reggia smette di essere la grande proprietà con i boschi e i pascoli attorno. Affidare poi ad un Consorzio di Bonifica un bene artistico, culturale e storico, quale la Reggia di Carditello, fu un altro errore politico notevole, perché un consorzio simile si occupa di bonifica, non di valorizzare il bene culturale. Non si sono quindi avute le condizioni e pur in diverse circostanze la volontà di aver cura di questo luogo. Quando dopo il Commissariamento, durato molto a lungo, circa due anni fa cambiarono le prospettive per il Consorzio e il bene era già all’asta, il nuovo Comitato che lo gestiva, regolarmente eletto, ha cercato di prendere in mano la situazione e di intervenire laddove possibile, almeno per quanto riguarda la vigilanza, ma ormai era troppo tardi: tutti i danni che erano stati fatti non erano più riparabili, anche per incapacità gestionale di un simile bene.

 

Tommaso Cestrone era considerato l’‘angelo di Carditello’, aveva chiesto al giudice titolare del fallimento del bene di poter essere aiutante del custode giudiziario per salvare la Reggia, anche quando questa aveva chiuso i battenti, dalla spoliazione di quadri, decorazioni e altre parti ivi conservate dalla furia dei vandali e del degrado atmosferico. Quanto dobbiamo a questa persona, scomparsa il Natale scorso, per quanto riguarda la salvaguardia del monumento?

Tommaso Cestrone è stato chiamato l’‘angelo di Carditello’, ma è stato qualcosa di più: una presenza costante (quasi 24 ore su 24) e uno che ha creduto in quel luogo come forse nessun altro. Egli era cresciuto in quegli spazi perché sin da piccolo aveva portato qui al pascolo le pecore che possedeva. Suo padre coltivava le terre tutt’intorno alla Reggia di Carditello e dunque si trattava di un legame profondo, non soltanto verso un bene culturale, ma anche di tipo personale: Tommaso ha difeso quel luogo, lo ha ripulito anche dalle scritte fatte con bombolette spray che alcuni avevano fatto sul pavimento della Galleria della Sala Centrale della Reggia, spazzava lo scalone e le stanze, puliva i vetri, teneva aperti gli ambienti della Reggia. Egli si sobbarcava il lavoro di vigilanza e manutenzione: aveva addirittura investito 24 mila euro dei suoi per risistemare gli spazi verdi e alcune delle zone circostanti. È anche stato una voce, perché dalle pagine di Facebook chiedeva attenzione e aiuto per questo luogo. Qualcuno ha anche accusato le associazioni di non aver fatto quello ha realizzato da solo Tommaso, ma va chiarito che esse non avevano l’autorizzazione per entrare nella Reggia, mentre egli era l’unico a poterlo fare in quanto ausiliario del custode giudiziario del complesso. Quando incontrò Massimo Bray il 24 ottobre 2013, in occasione della prima visita informale del Ministro alla Reggia, gli chiese se davvero fosse in grado di mantenere la promessa che andava dichiarando in merito al salvataggio del complesso, cosa che altri prima di lui avevano fatto senza esiti efficaci. Era in sostanza una spina nel fianco di quanti tendevano a dimenticare quel luogo, ma oltre al suo impegno non va dimenticato anche quello delle moltissime associazioni, tra cui Agenda 21 di cui ho già parlato prima. Sono state realizzate tantissime iniziative, come ad esempio ‘Cento Artisti per Carditello’, con la messa all’asta delle loro opere e grazie al ricavato sono stati fatti interventi e migliorie, a cominciare dalla cartellonistica che mancava nella Reggia; oppure le settimane di vigilanza avviate dopo la morte di Tommaso, quando non si sapeva più chi dovesse subentrare e pagare questa attività, e che sono state assicurate da sorveglianti professionisti armati 24 ore su 24. Tutto ciò ha permesso le aperture straordinarie della Reggia, tra cui le visite agli Appartamenti, che sono stati consentiti fino a quando non sono subentrati problemi di staticità, e che l’hanno fatta conoscere a molte persone che diversamente non avrebbero usufruito di tale opportunità. Oltre a Tommaso, dunque, ci sono stati tanti altri ‘angeli’ a Carditello che hanno lavorato dentro e fuori di essa, perché non finisse dimenticata per sempre.

 

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