martedì, Gennaio 18

Carceri: sempre più ‘discariche sociali’ La mattanza dei detenuti suicidi

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Si può cominciare dai dati, significativi e indiscutibili: al 29 dicembre, i detenuti nelle carceri italiane risultano essere 52.705, a fronte di 50mila posti disponibili sulla carta (ma – necessaria precisazione – solo 47.258 sono gli effettivi). I detenuti positivi censiti al 29 dicembre 588; otto i sintomatici, sei iricoverati. 95.081 i vaccini fatti. Tra i 37mila agenti della Polizia Penitenziaria,   657 i positivi. Oggi lavorano 15.827 detenuti, il 30% circa. In 189 istituti ci sono 194 lavori di pubblica utilità, 275 produzioni, 246 corsi scolastici.

  Luci ed ombre, insomma. Più luci di quando al ministero della Giustizia ‘sedeva’ Alfonso Bonafede; tanto lavoro ancora da fare per l’attuale ministro, Marta Cartabia, cui va comunque riconosciuto che ha imboccato una strada completamente diversa rispetto a quella del suo predecessore.

  Le luci. Quelle di cui parla il responsabile del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria Bernardo Petralia: nel carcere romano di Rebibbia gruppi di detenuti sono impiegati in lavori di alta specializzazione e umanità che non ti aspetteresti: “Gestiscono il call center dellospedale Bambin Gesù di Roma. Ho visitato la sala dei ‘telefonisti’ che rispondono alle chiamate continue e pressanti soprattutto di genitori e di parenti. Ma cè molto di più. Cito tre casi molto significativi. La rigenerazione di modem della Linkem che escono come nuovi dal carcere di Lecce e da Rebibbia femminile. Posso rivelare che i manager dellazienda mi hanno confessato che questa manodopera è di gran lunga superiore a quella esterna. Poi la bonifica del parco Rogoredo di Milano. E la pulizia dei giardini e delle coste dellisola di Favignana.

  Petralia, che prima di ricoprire l’incarico di responsabile del DAP, è stato magistrato impegnato in inchieste antimafia, racconta di un episodio significativo che ha personalmente vissuto: Quando vinsi il concorso in magistratura, mio suocero penalista mi disse che per ogni toga sarebbe utile vivere per qualche settimana la vita del carcere. Adesso capisco fino in fondo quelle parole.

  Risuonano, a quasi quarant’anni di distanza, le quasi identiche parole di Leonardo Sciascia contenute in un articolo pubblicato sul ‘Corriere della Sera’ (7 agosto 1983), in difesa di Enzo Tortora: Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone o Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza.

  Ancora più tagliente in una prefazione a un libretto che narrava di incredibili ‘Storie di ordinaria ingiustizia’: L’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia (e crisi è forse parola troppo leggera) deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio. Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto”.

 Ecco addensarsi le ombre. Il 2022 comincia in modo drammatico, per le carceri italiane. Due suicidi nell’arco di 48 ore.

  Il primo detenuto che si toglie la vita è un albanese, A, 28 anni, detenuto nel carcere di Salerno qualche minuto dopo la mezzanotte del nuovo anno. Sarebbe uscito a settembre del 2023. L’attesa di una ventina di mesi dietro le sbarre più penosa dell’uccidersi.  L’altro a Vibo Valentia.

  Più in generale: negli ultimi 21 anni i suicidi che si sono consumati all’interno delle carceri sono stati 1.221 su un totale di 3.309 decessi. Dal 2000 a oggi si è tolto la vita oltre un terzo di chi è morto in carcere. Un trend che, se si analizzano attentamente i numeri, è stato rispettato ogni anno.

  Nel 2021 per esempio su 130 morti registrate, ben 53 sono a seguito di suicidio; nel 2020 erano 62 su 152; nel 2019, 53 su 143; nel 2018, 67 su 148; nel 2017, 52 su 123. E così via. Numeri che fotografano una delle conseguenze, la più tragica, del degrado in cui versano le carceri in Italia. Una situazione che allarma i sindacati di polizia penitenziaria: Il suicidio di un detenuto a Vibo Valentia, dove solo pochi giorni fa un altro detenuto extracomunitario aveva tentato di togliersi la vita dandosi fuoco ed è tuttora ricoverato in gravi condizioni nel centro Grandi Ustionati del l’ospedale Cardarelli di Napoli è il secondo dell’anno appena iniziato dopo il suicidio avvenuto a Capodanno a Salerno”, sostiene Aldo Di Giacomo, leader del Sindacato Polizia Penitenziaria.Se si aggiunge che nelle ultime ore a Genova solo il pronto intervento di agenti penitenziari ha salvato un detenuto dal suicidio, la situazione è di autentica emergenza civica.

  Carceri come discariche sociali, il Governo intervenga, è l’invocazione di Gennaro De Fazio, segretario della UIL-Pa: “A rendere nitido a politici e governanti il quadro delle nostre carceri non sono evidentemente bastate le rivolte del 2020 e i conseguenti tredici morti, così come non è stato sufficiente tutto ciò che è emerso nel corso del 2021. Se il capo del Dap, Bernardo Petralia, pensa che a ogni magistrato farebbe bene trascorrere una settimana in carcere, come titola la Repubblica, noi riteniamo che ne servirebbero almeno due ai nostri politici per comprenderne appieno le storture, la disorganizzazione e i molteplici deficit.

  Già: classe politica, governo e opposizione che sia: se ci siete, battete un colpo…

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