sabato, Novembre 27

Carceri: qualcosa cambia 39 i detenuti che nel 2015 si sono tolti la vita, il dato più basso dal 1992; 1.619 ergastolani perpetui

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In attesa di conoscere lo stato della Giustizia in Italia dall’angolazione del Procuratore Generale della Corte di Cassazione (la cui relazione, in apertura dell’anno giudiziario 2016 è fissata per giovedì prossimo), da integrare con le relazioni delle varie Corti d’Appello (sabato), un assaggio viene da quanto rende noto il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria; con l’avvertenza che ci si riferisce alla sola situazione carceraria. Per quel che riguarda processi, arretrati nel ‘penale’ e nel ‘civile’ e quant’altro, c’è da attendere i dati ufficiali.

Si può cominciare con i suicidi. Ufficialmente 39 i detenuti che nel 2015 si sono tolti la vita. Il dato più basso dal 1992, si ha cura di sottolineare. Buona notizie, dunque. Accompagnata dal fatto che in occasione delle trascorse feste natalizie, periodo che in carcere gli esperti dicono essere caratterizzato da ‘grande fragilità emotiva’, non sembra se ne siano verificati.
A cosa attribuire questo dato positivo? Al miglioramento delle condizioni di vita: i detenuti sono passati da 68mila a 52mila; e poi, in orribile burocratese: «all’implementazione di progetti di reinserimento sociale e lavorativo», più di 12mila lo scorso anno.

Lasciamo parlare chi opera sul ‘campo’, cioè dentro le celle. «E’ ovvio che numeri più contenuti portino ad una migliore vivibilità», rileva don Virgilio Balducchi, capo dell’Ispettorato generale dei cappellani nelle carceri italiane, che però invita a tener presente un aspetto che spesso ‘scivola’ in secondo piano: «Sarebbe importante paragonare il numero dei suicidi ai tentati suicidi, comprendendo quindi anche il lavoro degli agenti che li hanno sventati». E ancora: bisognerebbe «analizzare il vissuto dei detenuti, quando e perché hanno scelto di togliersi la vita, così da poter intervenire con azioni mirate perché possano ulteriormente diminuire».

Di certo il miglior deterrente è quello di far passare il detenuto meno tempo possibile tra le sbarre, e impegnarlo in attività socialmente utili, attraverso le cosiddette misure alternative o nelle comunità. «La detenzione non è l’unica moneta con cui pagare il reato, anzi deve essere la residuale», sostiene Luisa Prodi, Presidente del Coordinamento Enti e Associazioni di Volontariato Penitenziari. In questo senso «passi avanti sono stati fatti, c’è un mondo di sofferenza oltre il suicidio che non va dimenticato: autolesionismo, morti in carcere per droga, per rissa».

Un’altra spia del malessere che perdura nelle carceri italiane è il fatto che negli ultimi dieci anni quasi cento agenti di Polizia penitenziaria si sono tolti la vita.

Suicidi a parte, il dato inquietante che emerge dall’ultimo dossier ‘Morire di carcere‘ elaborato dal Centro Studi di Ristretti Orizzonti, è il numero dei tentati suicidi: 933 nel 2014, quando i suicidi erano stati 44. Inoltre le morti nel 2015 si concentrano soprattutto nelle strutture più grandi (quelle più sovraffollate): Roma Rebibbia e Regina Coeli; Palermo Pagliarelli; Firenze Sollicciano.

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