mercoledì, Giugno 16

Carceri: potenziale fabbrica di terroristi IS I servizi segreti lanciano l'allarme: le prigioni sono luoghi ideali per fare proselitismo

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I primi allarmi dei servizi di sicurezza risalgono al dicembre del 2015: nelle carceri italiane sono detenuti migliaia di musulmani; spesso sono gli stessi detenuti a guidare la preghiera, le celle si trasformano in piccole moschee.
Quanto basta per lanciare l’allarme: le prigioni, agli occhi dei terroristi, sono luoghi ideali per fare proselitismo. Il Sappe, uno dei principali sindacati di Polizia, conferma: nelle carceri si assiste alla «radicalizzazione di molti criminali comuni, specialmente di origine nordafricana, i quali, pur non avendo manifestato nessuna particolare inclinazione religiosa al momento dell’ingresso in carcere, sono trasformati gradualmente in estremisti sotto l’influenza di altri detenuti già radicalizzati».
Per questo il Ministero dell’Interno decide di rafforzare il monitoraggio di quanto avviene all’interno delle celle; e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e l’Unione delle comunità islamiche in Italia hanno firmato un protocollo il cui obiettivo è portare imamcertificatiall’interno delle prigioni.

E’ un problema, in Italia, quello di un possibile proselitismo dell’islam radicale ed estremista? Al momento è un fenomeno circoscritto. Tuttavia, nella relazione della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo presentata nei giorni scorsi dal capo della procura Franco Roberti, non mancano i capitoli dedicati al terrorismo e al radicalismo di fede islamica.
In uno di questi ‘capitoli’ si parla della necessità di un adeguato monitoraggio della numerosa popolazione carceraria di fede islamica, per così individuare possibili forme di proselitismo. Il rischio è che si formino cellule terroriste.
Per la Direzione antimafia e antiterrorismo, occorre «attenuare il bisogno di appartenenza ad un gruppo dei detenuti comuni di fede islamica» che, se abbandonati a se stessi, vivono la detenzione come un fallimento rispetto alle loro aspettative nel momento in cui sono giunti in Italia e possono pertanto essere attratti da un gruppo terroristico che li faccia sentire più importanti.

Il rischio che il carcere possa diventare il luogo dove far crescere aspiranti terroristi è concreto. Vale l’esperienza francese, con i numerosi attentati di ex piccoli delinquenti trasformati dal carcere in macchine da guerra jihadista. L’Italia non è al riparo: per la percentuale di detenuti di fede islamica (il 35 per cento del totale), ma soprattutto per il ‘vuotoper quanto riguarda le politiche di prevenzione e de-radicalizzazione nelle carceri.

È evidente”, spiega il sociologo Khalid Rhazzali, autore del saggio ‘L’Islam in carcere‘, “come la dimensione prigione frequentemente porti, attraverso il sentimento di fallimento esistenziale e la relativa mortificazione, a un ritorno alla pratica religiosa”.

In Italia sono solo nove gli imamcertificatiche hanno accesso alle carceri. Un niente, se si considera che i detenuti di fede islamica sono oltre 10 mila. Non sorprende, dunque, che inizino a emergere le prime falle per la mancata prevenzione al radicalismo nei nostri istituti di pena.

Più in generale bisogna considerare che in tutta Europa ormai esiste una vera e propria ‘fabbrica’ di jihadisti disposta a mettere in essere attentati e stragi che poi vengono ‘firmate’ dall’ISIS. Una ‘fabbrica’ che solo a Bruxelles  può contare su un enorme ‘ghetto’ dove vivono oltre centomila persone per lo più musulmani. Il legame tra la banlieue belga di Molenbeek e la jihad islamica è di lunga data: risale alle origini dell’ISIS in al Qaeda, da oltre un decennio ha ramificazioni tra il Vecchio Continente e il Medio Oriente. Un fenomeno difficile da conoscere, penetrare, indagare, contrastare.

Finora, all’Italia, rimasta sostanzialmente fuori dai conflitti che insanguinano il Medio Oriente e i Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, è andata bene. Un ruolo sostanziale, e discreto, lo gioca anche il Vaticano, la ‘diplomazia’ più attiva ed efficiente, al momento, con quella russa. Ciò non toglie che i servizi segreti italiani, che per quel che riguarda i Paesi arabi sono ancora tra i più efficienti, avvertono che è bene tener d’occhio quanto può accadere nelle carceri. “Senza allarmismi”, raccomandano; ma aggiungono: “Prevenire è meglio che curare”.

 

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