mercoledì, Dicembre 8

Carceri: Orlando, da Strasburgo importante riconoscimento

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Carcere, e non solo. Il presidente di Amnesty International Antonio Marchesi ricorda che «tra le lacune più vistose che l’Italia da tempo non risolve c’è l’assenza del reato di tortura, una fattispecie che ancora oggi non esiste nel nostro ordinamento. Da mesi in Parlamento è ferma una legge che dovrebbe introdurlo. Anche se venisse approvata il quadro non cambierebbe perché la legge in questione è comunque pessima e addirittura rischia di porre l’Italia al di fuori degli standard della Convenzione di Ginevra: dice che per essere riconosciuta tale, la tortura deve essere reiterata. Ma cosa significa? Che una volta sola si può fare?».

Sulla più generale questione del mancato rispetto dei diritti umani in Italia non c’è solo la tortura. Il rapporto annuale di Amnesty, uscito da pochi giorni (edizioni Castelvecchi) comprende un elenco di cose che dovrebbero essere fatte subito: normative per effettiva tutela e protezione di donne, minori, anziani, i rifugiati e i Rom; condizioni dignitose di vita nelle carceri; contrasto all’omofobia e la transfobia; creazione di un’istituzione nazionale per la protezione dei diritti umani; lotta contro la pena di morte nel mondo, e rispetto degli standard internazionali sul commercio delle armi (in particolare, interrompendo quello con l’Arabia Saudita). «In Italia», si legge nel rapporto «la violenza domestica non viene quasi mai denunciata e il numero di donne uccise non accenna a scendere. Allo stesso modo sono pure precari i diritti di omosessuali e transessuali per i quali è tempo non solo di introdurre il matrimonio paritario, ma anche una legge che inserisca l’omofobia tra i moventi di reati d’odio».

Si può chiudere con una vicenda che lascia l’amaro in bocca. A parlare è il procuratore regionale della Corte dei Conti Raffaele De Dominicis, parla dell’acquisizione «da parte dell’amministrazione penitenziaria di un prodotto del tutto inidoneo alle esigenze operative e non conforme ai requisiti contrattuali». Secondo le intenzioni, in particolare, il ‘prodotto’ sarebbe dovuto essere un sistema informatico avanzato per il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Un ‘sistema’ costato ‘appena’ due milioni di euro; un software da sedici anni chiuso in un cassetto. La vicenda è narrata nella relazione presentata all’inaugurazione dell’anno giudiziario dei magistrati contabili laziali e nei documenti a disposizione della Corte dei Conti. «Trattasi di un’ipotesi di danno erariale», si legge, «derivante dall’inutile realizzazione e mancata utilizzazione di un sistema informatico, oggetto di due distinti progetti». La storia inizia nel dicembre del 2000, quando viene siglato un contratto con la società Finsiel per l’informatizzazione del DAP.

Il software commissionato sarebbe dovuto essere rivolto al settore che cura l’esecuzione penale esterna: tutto quello che concerne le misure alternative alla detenzione. Denaro stanziato, ma il prototipo risulta inadeguato. Secondo tentativo. Niente da fare: «Il nuovo prototipo, visionato nel corso del 2004, presentava le medesime criticità riscontrate nella realizzazione del primo progetto».

La Corte dei Conti sottolinea i ‘gravissimi errori nel coordinamento del progetto’. Nel mirino «palesi errori metodologici e di governance della fornitura, che ne hanno causato l’inidoneità, la mancata accettazione ed il conseguente inutilizzo totale», e il dirigente che «ha omesso di imporre all’impresa l’osservanza scrupolosa degli adempimenti contrattuali, nonché di attenersi alle numerosissime osservazioni dei Gruppi di lavoro succedutisi nel corso degli anni». Come è potuto accadere? Per la semplice ragione che «il collaudo vero e proprio dei due sistemi non risulta essere mai avvenuto» e «il Documento di Specifica dei Requisiti non è stato approvato dall’amministrazione, causando una rischiosa fluidità e incertezza delle specifiche funzionali da realizzare». Amen.

 

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