domenica, Agosto 14

Carceri: Matteo Zuppi, ogni detenuto è una persona Umanità e carcere possono e devono andare d’accordo senza alcun compromesso. Anzi l’una aiuta l’altro in modo vicendevole

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Sono in tanti a vaticinare che potrebbe essere il future Pontefice. Vero il detto: ‘Si entra Papi, si esce Cardinali’, ma non c’e’ dubbio che il neo-presidente della Conferenza Episcopale Italiana Matteo Zuppi le carte in regola le abbia: è in ottima sintonia con l’attuale papa Francesco; è popolare e viene dal ‘basso’; ha una visione che richiama insieme la bonomia di Giovanni XXIII e la solidita’ di Giovanni Paolo II, è italiano (e dopo tre pontefici stranieri, non guasta), ma grazie ai saldissimi legami con la Comunità di Sant’Egidio il suo sguardo va ben al di la’ del colonnato vaticano; buon eloquio e charisma…insomma, le qualita’, sulla carta, per salire sul soglio di Pietro ci son tutte. E’ utile dunque scandagliarne il pensiero per quello che riguarda il carcere, i detenuti e le questioni ad essi connesse.

  L’analisi del cardinal Zuppi puo’ essere cosi’ sintetizzata: ‘Umanità e carcere possono e devono andare d’accordo senza alcun compromesso. Anzi l’una aiuta l’altro in modo vicendevole’. Cosi’ si esprime, in occasione della presentazione del libro sulla figura di Giuseppe Salvia, il vicedirettore del carcere di Poggioreale, ucciso nel 1981 dalla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Gia’ da queste parole si comprende l’orientamento pastorale che guiderà l’azione e il pensiero del president dei vescovi italiani sul mondo penitenziario.

  Per Zuppi lecarceri dove non c’è niente, ma solo reclusione e contenimento, fanno uscire le persone peggiori di come ne sono entrate”. Se è vero che devono cambiare le persone, è altrettanto vero che devono cambiare gli istituti penitenziari:Le carceri cambiano se intorno ad essi c’è una società civile sveglia. E tanto spesso è il mondo intorno che permette al carcere di migliorare”. Il volontariato e il lavoro rappresentano quei cardini fondamentali sui cui si deve innestare un processo di cambiamento. Ci sono degli esempi virtuosi di aziende che all’interno delle carceri fanno lavorare i detenuti, creando manufatti artigianali, prodotti dolciari e quanto altro. Realtà che devono moltiplicarsi e che possono scandire un altro ritmo alla vita quotidiana di chi è recluso e soprattutto insegnare un mestiere da spendere una volta usciti. E poi i volontari, coloro che ascoltano i drammi e le speranze di chi ha commesso errori e li sostengono nei momenti difficili senza giudicarli. La loro presenza può rappresentare quella mano amica che può suscitare il desiderio di compiere percorsi di cambiamento e di riscatto sociale.

 Zuppi non risparmia critiche alla classe politica, che rimprovera d’essere indifferente per questo mondo marginale che interessa a pochi: Viviamo un giustizialismo da imbecilli, per cui si mette dentro qualcuno e si butta via la chiave pensando di risolvere così i problemi della sicurezza. E questo è pericoloso per tutti perché così dal carcere si esce peggiori”. Ci si deve piuttosto interrogare sulla trasformazione delle logiche delle mafie; comprendere i tratti delle connivenze, acquisire consapevolezza sui nuovi metodi con cui agiscono i clan mafiosi, e cosi’individuare gli strumenti per combatterli. Giustizia riparativa, funzione rieducativa della pena, trattamento più umano anche per criminali del calibro di Cutolo sono le domande aperte su cui Zuppi e la sua idea di Chiesa si interrogano; lasciano presagire una stagione di impegno e di slancio verso quel mondo che Papa Francesco vede sempre e comunque come persone.

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