lunedì, Ottobre 18

Carceri, la strage silente Tre notizie che non fanno ‘notizia’. Unione Camere Penali sul sentiero di guerra

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Della serie: notizie che non fanno ‘notizia’. Un detenuto di 34 anni si suicida tre notti fa, nel carcere di Benevento, impiccandosi. Omar Araschid, di origini marocchine, è recluso nell’area dei ‘sex offenders’. Alla fine della condanna manca meno di un anno. Poco, eppure troppo per Omar che preferisce farla finita per sempre. Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, parla di ‘strage silente’.

Amaro commenta: “Ancora una volta disagi psicologici personali, sommati alle condizioni di vita nelle carceri, all’isolamento affettivo, al clima ambientale psicologicamente usurante delle carceri, alla mancanza di progettualità specifiche portano a morire di carcere e in carcere“.

E’ l’ottavo suicidio in Campania, dall’inizio dell’anno; una quarantina in tutta Italia. “Una strage silente, nell’indifferenza generale, anche degli addetti ai lavori, della politica, del ministero della Giustizia, delle Istituzioni ai vari livelli“, tuona Ciambriello. Accusa: “La prevenzione dei suicidi non può essere ristretto alla riflessione e alla responsabilità solo di chi si trova a gestire il carcere“. Per questo “invoco più personale di figure sociali, di progetti, di attività anche in questo periodo“.

Seconda notizia che non fa ‘notizia’. Il presidente dell’Unione delle Camere Penali Gian Domenico Caiazza annuncia una mobilitazione ad oltranza “contro la irresponsabile paralisi della giustizia”.

Caiazza si rivolge ai Presidenti delle Camere penali territoriali italiane. Osserva: “Le premesse della (formale) ripresa dell’attività giudiziaria sembrano replicare, se non peggiorare, quanto ci siamo appena lasciati alle spalle. Il sintomo più significativo è che si parli della ripresa di ogni possibile attività – scuola, discoteche, trasporti pubblici, alberghi, ristoranti – fuorché di quella giudiziaria. Ed anzi i segnali di aumento dei contagi (ma forse sarebbe più corretto dire: di aumentato numero dei contagi rilevati con tampone) preludono al peggio”.

Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, aggiunge Caiazza, tace: “Tempi, modi e numeri della ripresa sono letteralmente affidati, come fino ad oggi, all’arbitrio dei singoli uffici giudiziari, e soprattutto alle determinazioni dei sindacati del pubblico impiego. Non possiamo consentire che questo scempio accada, e che si confermi nella considerazione generale della pubblica opinione la marginalità del ‘servizio Giustizia’”.

La Giunta dell’Unione Camere Penali rilancia la sua iniziativa sul tema della piena ripresa delle attività giudiziarie: “Si adottino le più efficaci misure di precauzione sanitaria, che ormai ben conosciamo e che in realtà sono anche banali e poco dispendiose se rispettate con rigore, ma si riprenda senza più riserve ed indugi a pieno regime”.

Promette Caiazza: “Le 131 Camere Penali italiane sapranno raccontare alla pubblica opinione la verità e la straordinaria gravità di questo autentico scandalo che si sta consumando nel Paese: la deliberata, irresponsabile paralisi della giurisdizione”.

Terza notizia che non fa ‘notizia’: è una risposta breve, affogata in una dozzina di altre; “scivola” tra la generale, apparente, indifferenza… Il senatore del Partito Democratico Luigi Zanda rilascia un’intervista a ‘LaRepubblica’, su Francesco Cossiga, scomparso dieci anni fa. Parla della personalità di Cossiga, il suo essere ciclotimico; i rapporti con il Partito Comunista; la vicenda Moro: del leader democristiano era allievo e amico. Cossiga è ministro dell’Interno, quando Moro viene rapito dalle Brigate Rosse. Non essere riuscito a evitare il rapimento e a scoprire dove è tenuto sequestrato e liberarlo, dice Zanda, segna indelebilmente Cossiga: «Lo visse molto male».

A questo punto, l’intervistatore incalza: a proposito di sensi di colpa, su Giorgiana Masi, ne ebbe? Zanda risponde: «Non ne parlava, ma fu una vicenda gravissima e più che altro un atto sconsiderato delle forze dell’ordine. Lì capì che la presenza di agenti armati in borghese andava regolamentata» (Prima non lo era?).

Quando, Cossiga, avrà capito? Era già Presidente della Repubblica. Nei suoi diari, il suo capo ufficio stampa Ludovico Ortona, il 16 maggio 1987 annota: «Esce su alcuni quotidiani un attacco di Pannella a Cossiga sulle vicende dell’epoca in cui era ministro dell’Interno (Giorgiana Masi, caso Moro). Lo vedo piuttosto turbato, anche se poi si riesce a ridimensionare l’episodio dicendogli che è un attacco del solito Pannella. Ne è chiaramente dispiaciuto».

È evidente che Ortona e chi collabora in quei giorni con Cossiga, non sa, non comprende; ignora. Ma lui, il Presidente, è solo «piuttosto turbato» e «chiaramente dispiaciuto», o ha già compreso?

Chissà. Forse Cossiga più che dispiaciuto era, quel giorno, consapevole. Aveva capito. Per quel che riguarda Giorgiana Masi, e anche, probabilmente Moro.

Come sia, in sei righe Zanda dice quello che molti dissero fin da subito: quel 12 maggio del 1977 si voleva festeggiare la storica vittoria del referendum sul divorzio, un NO anche quella volta all’abrogazione della riforma.

Su ordine del ministero dell’Interno guidato da Cossiga, polizia e carabinieri fatti affluire in massa, impedirono che si potesse svolgere una pacifica manifestazione a piazza Navona. Molti vennero, quel giorno, picchiati e arrestati. Si voleva il morto, i morti. Dopo ore e ore di provocazioni, al ponte Garibaldi, verso le 21, un proiettile, sparato dalla parte dove si trovavano le forze dell’ordine, uccide Giorgiana Masi. È tutto documentato in un libro bianco che nessuno ha potuto smentire: oltre a centinaia di poliziotti e carabinieri in divisa, operarono anche decine di provocatori: poliziotti e carabinieri travestiti da autonomi che avevano appunto lo scopo di fomentare e creare disordini.

Anni dopo Cossiga, che aveva sempre puntato il dito contro i settori di Autonomia, ammette di essere stato ingannato. Da chi, come, perché sarebbe stato ingannato, non lo ha detto. Ma Zanda ora fa sapere che quel giorno, quel delitto, quelle provocazioni, sono da rubricare come «atto sconsiderato delle forze dell’ordine»; e che Cossiga capì che «la presenza di agenti armati in borghese andava regolamentata». Detto da Zanda, grande amico e confidente di Cossiga, e con la storia che ha, non è poco.

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