martedì, Maggio 11

Carceri: la scommessa di Marta Cartabia La diversa caratura rispetto al suo predecessore, Alfonso ‘Fofò’ Bonafede, è più che palpabile

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Nuova, definitiva, ‘evasione’: Domenico, 55 anni, si toglie la vita. Era ‘ospite’ del carcere di Bellizzi Irpino dal 1 aprile. La terza ‘evasione’ in pochi giorni. Durante la notte Domenico approfitta del sonno dei compagni di cella, e si impicca a un termosifone. A darne notizia è Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania: In Italia dall’inizio dell’anno ci sono stati 15 suicidi nelle carceri. Nei primi mesi dell’anno si sono già registrati due suicidi in Campania: un sedicenne che si è tolto la vita in una comunità del Casertano e un detenuto del carcere di Santa Maria Capua Vetere che si è ucciso dopo appena tre giorni dal suo ingresso in cella. Domenico, che si è suicidato oggi era giunto il primo aprile nel carcere di Bellizzi Irpino, è il terzo“.

  La politica ignora i problemi della giustizia. Professore emerito di diritto penale, già allievo e assistente di Giuliano Vassalli e di Angelo Raffaele Latagliata, Franco Coppi è uno dei più noti avvocati penalisti, non si contano i processi eccellenti di cui si è occupato. Dal suo più che autorevole osservatorio, valuta e giudica il modo di amministrare la giustizia in Italia. Tutti parlano dei mali dell’amministrazione dei tribunali, però sono discorsi che sento da più di cinquant’anni senza che sia mai stata trovata una soluzione. Anzi, ho l’impressione che, più se ne parla, meno si fa e più i mali della giustizia si aggravano. Prenda la lunghezza dei processi: sembravano eterni già negli anni Settanta, oggi durano ancora di più La ragione di tutto questo? Sciatteria, è la prima parola che mi viene in mente“.

  Coppi è severo: “Il Parlamento oggi sembra avere dimenticato il motto latino “Iustitia fondamentum regni”: con istruzione e sanità, il funzionamento dei tribunali è il cardine di un Paese civile. Noi invece abbiamo messo anche la giustizia in lockdown, ma i danni sono irreparabili. Uno dei grandi problemi che individua è quello che definisce deficit di competenza: “La politica in realtà non sa dove mettere le mani per migliorare il diritto. Non ha gli uomini, dovrebbe appaltare la riforma della giustizia a una commissione di una dozzina di giuristi.E la magistratura? “Un potere autoreferenziale concentrato su se stesso, più interessato alla politica interna che a quella nazionale. Infine, un’analisi impietosa: “Vedo troppa anarchia nei tribunali, ogni giudice fa quel che gli pare e i processi hanno spesso sviluppi cervellotici, sfociano in sentenze imprevedibili. Avrei paura a essere giudicato da questa magistratura.

  La diversa “cifra” del ministro della Giustizia. Si contano sulle dita di una mano le dichiarazioni di Marta Cartabia, da quando è Guardasigilli. Discreta almeno quanto il presidente del Consiglio Mario Draghi. Ma la diversa caratura rispetto al suo predecessore, Alfonso ‘Fofò’ Bonafede, è più che palpabile.

  Giustizia riparativa ed ergastolo ostativo, tra i temi affrontati da Cartabia in occasione della sua visita alla Casa circondariale di Bergamo: “La giustizia deve mirare alla rieducazioneAll’interno del carcere, così isolato da tutto e da tutti in questo lungo anno, il disagio può rischiare a volte di spegnere del tutto la fiducia e la speranza, come provano i drammatici suicidi tra agenti della polizia penitenziaria, tra il personale e tra detenuti. Sono già 16 dall’inizio dell’anno, l’ultimo ieri. Sono fatti a cui non possiamo abituarci. Sono richiami forti, gridi di aiuto. Questo tempo di pandemia ha acceso un faro sulle tante problematiche connesse alla salute fisica e psichica che in carcere si amplificano e attendono risposte più adeguate di quelle attualmente esistenti. Sono drammi che non possono essere ignorati.

  Il carcere, dice Cartabia, ha molti volti e occorre conoscerli da vicino: “Oggi abbiamo dovuto conoscere il carcere della pandemia. Il carcere della pandemia ha portato in primo piano i problemi della salute. Oggi siamo chiamati a farci carico prioritariamente della salute di chi opera nel carcere e di chi nel carcere è ospitato, per proteggere tutta la comunità carceraria. Ho avuto la comunicazione dal generale Figliuolo che si procederà senza interruzione nel completamento delle vaccinazioni in carcere“.

  Le cifre, fornite dalla stessa Cartabia:A oggi, a livello nazionale sono risultati positivi al Covid 737 detenuti, 478 agenti di polizia penitenziaria e 41 addetti alle funzioni centrali, mentre sono stati coinvolti nel piano vaccinale 9.624 detenuti, 16.819 agenti di polizia penitenziaria e 1.780 addetti alle funzioni centrali“.

  Per quel che riguarda la recente sentenza della Corte costituzionalesull’ergastolo ostativo: “Bisognerà leggere con attenzione le motivazioni che chiariranno l’esatto significato della decisione. Mi pare che sin da ora si possa ritenere che la Corte ha già individuato nell’attuale regime dell’ergastolo ostativo elementi di contrasto con la Costituzione, ma chiede al legislatore di approntare gli interventi che permettano di rimuovere l’ostatività tenendo conto della peculiare natura dei reati connessi alla criminalità organizzata di stampo mafioso, e quindi nel rispetto di regole specifiche e adeguate.

  Ancora sul carcere: “Deve avere finestre aperte su un futuro, deve essere un tempo volto a un futuro di reinserimento sociale, come esige la Costituzione. Ma le modalità debbono diversificarsi, debbono tenere in considerazione le specificità di ogni situazione“.

  Il carcere, ricorda Cartabia, costituisce un capitolo nel Piano che il Governo Draghi sottoporrà all’attenzione delle Camere e di Bruxelles. Titolo: “Miglioramento degli spazi e della qualità della vita nei penitenziari per adulti e minori”. Spesa prevista, 132,9 milioni di euro; un terzo servirà per ammodernare quattro istituti per minorenni (Roma, Benevento, Torino e Bologna; il resto per costruire otto nuovi padiglioni e una campagna di manutenzione straordinaria in altri. Il “piano” è riassunto nelle righe di accompagnamento: “Definire un’architettura penitenziaria di nuova concezione, che riveda le strutture carcerarie con l’obiettivo di aumentare gli spazi comuni intramurali, per ottenere e accrescere l’esperienza di una reale prospettiva del reintegro nella società e nel recupero della persona“.

  Si farò tesoro di quanto elaborato da una apposita commissione presieduta dall’architetto Luca Zevi. Lo stesso Zevi spiega la sua visione del carcere del futuro in un articolo su Il giornale dell’architettura: “Un modello di istituto di dimensioni contenute, inserito e permeabile ai contesti urbani, piuttosto che segregato in “lande desolate” e occultato da un imponente muro di recinzione. Un organismo complesso, nel quale tutti i requisiti che caratterizzano la vita libera (a eccezione, naturalmente, della libertà di muoversi all’esterno) – ovvero il diritto al lavoro, alla formazione, alla creatività, al tempo libero, allo sport, alla socialità, a una residenza in gruppi/appartamento anziché in celle allineate lungo corridoi che formano bracci e raggi – venissero garantiti, attraverso una riproduzione quanto più fedele possibile delle condizioni di un’esistenza normale, alla quale il trattamento penitenziario è chiamato a riabilitare”.

  Insomma: almeno nelle intenzioni dovrebbe andare in soffitta il vecchio modello di ‘padiglione’. I nuovi edifici che si spera saranno realizzati in tempi ragionevoli dovrebbero avere celle per 80 detenuti al massimo, con adeguati spazi per il lavoro e tempo libero. La struttura stessa del padiglione dovrebbe ricordare una civile abitazione perché l’obiettivo è rieducare il detenuto alla vita normale, non “infantilizzarlo“, per usare le parole del Garante peri diritti dei detenuti, Mauro Palma, che partecipa ai lavori della commissione.

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