mercoledì, Settembre 22

Carceri italiane nel mirino ONU field_506ffb1d3dbe2

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La ‘notizia’ è stata completamente clandestinizzata, ritenuta una non notizia: non sono solo le corti di giustizia europee a condannare il nostro Paese per le ignobili condizioni delle nostre carceri, per l’irragionevole durata dei processi, e la non episodica denegata giustizia. Ora siamo nel mirino dell’ONU.

E’ accaduto che una delegazione dell’ONU, guidata dal norvegese Mads Andenas, sia venuta in visita in Italia dal 7 al 9 luglio, e al termine delle loro ispezioni hanno stilato un memorandum in cinque punti: 1) Adottare «misure straordinarie, come per esempio soluzioni alternative alla detenzione, al fine di eliminare l’eccessivo ricorso alla detenzione e proteggere i diritti dei migranti». 2) «Quando gli standard minimi non possono essere altrimenti rispettati, il rimedio è la scarcerazione». 3) «Che le autorità italiane rispettino le raccomandazioni ONU del 2008 e quanto statuito dalla sentenza Torreggiani». 4) Raccomandazioni come quelle formulate dal Presidente Giorgio Napolitano nel 2013, incluse le proposte in materia di amnistia e indulto, sono «quanto mai urgenti per garantire la conformità al diritto internazionale». 5) Sui migranti, oltre ad esprimere rammarico per i «rimpatri forzati», la delegazione ONU «resta preoccupata per la durata della detenzione amministrativa e per le condizioni detentive nei Centri di identificazione ed espulsione“. Infine, gli esperti ONU si esprimono anche sull’illegalità del 41-bis di cui, come forza politica, si occupano solo i radicali, anche con sciopero della fame in corso condotto da Marco Pannella, Rita Bernardini e altri duecento cittadini: «il regime detentivo speciale previsto dall’articolo 41-bis per i mafiosi non è ancora stato allineato agli obblighi internazionali in materia di diritti umani».

Del resto, è purtroppo storia di tutti i giorni. Andiamo, per esempio, a Reggio Calabria. È il 7 gennaio del 1984, trent’anni fa. Un’automobile improvvisamente taglia la strada a un autobus, che frena di colpo. Un passeggero cade, si ammacca due costole. Non sembra una cosa grave. Poi, però, le sue condizioni peggiorano. Sopraggiunge un infarto, l’uomo muore. La famiglia fa causa all’azienda di trasporto. Non si entra nel merito, i famigliari possono avere ragione oppure no, non interessa, qui. Quello che si vuole porre in evidenza è che il processo, anno dopo anno, si è trascinato per trent’anni. La moglie del passeggero nel frattempo è morta, è morta anche la figlia.

Quando, finalmente, la terza sezione civile della Cassazione ha emesso la sentenza, a ‘salutarla’ c’erano gli eredi degli eredi. Quel processo ha impiegato trent’anni per arrivare in Cassazione. Al tribunale di Reggio Calabria sono occorsi 17 anni per emettere il giudizio di primo grado, arrivato il 25 novembre 2003. La Corte di Appello sempre di Reggio Calabria ce ne ha messi altri nove, la sentenza di secondo grado è arrivata il 10 dicembre 2012.

Trasferiamoci ora in Puglia. È il 2 settembre 2002, solo dodici anni fa. I magistrati della Direzione distrettuale antimafia Elisabetta Pugliese e Michele Emiliano (che poi diventerà Sindaco di Bari) chiudono un filone investigativo nato cinque anni prima, con un’ordinanza di custodia cautelare a carico di 131 persone, accusate di far parte di un’organizzazione criminale che spadroneggia tra Altamura e Gravina in Puglia; i reati ipotizzati non sono bazzecole: estorsioni, traffico di droga, ferimenti. E tuttavia solo dopo 17 anni il Pubblico Ministero Isabella Ginefra è in condizione di concludere la sua requisitoria. Chiede pene tra i 4 e i 10 anni per 58 imputati. E gli altri? Alcuni sono stati prosciolti, per qualcuno è sopraggiunta la prescrizione, c’è chi è morto per vecchiaia, o perché ucciso da qualcuno di qualche clan rivale. Sono storie che accadono un po’ tutti i giorni un po’ in tutti i tribunali. Sono considerate ormai cose ‘fisiologiche’, parte del ‘sistema’.

Accadono poi cose che definire paradossali è un eufemismo. Proprio nelle stesse ore in cui il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e il Ministro della Giustizia Andrea Orlando annunciavano le linee guida della loro riforma della giustizia, il Ministero veniva condannato a pagare la doppia penalità. Perché lo Stato italiano non si accontenta di essere sanzionato per i danni provocati dall’irragionevole durata dei processi; si fa anche condannare perché i risarcimenti delle cause lumaca sono più lunghi delle cause stesse. Italia patria del diritto. E del su rovescio.

 

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