martedì, Ottobre 19

Carceri, i numeri di una strage Un continuo stillicidio inarrestabile. In 15 anni 2.433 decessi, 869 i suicidi

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La cronaca di queste ore ci racconta del suicidio, all’interno della cella dove era sottoposto a massima sorveglianza, del ritenuto killer di un gioielliere romano; e del suicidio nella Questura di Milano, di un ventiduenne con problemi mentali. Saranno le indagini, che non si ha motivo di ritenere non saranno accurate, a dirci se e quali responsabilità vi sono in queste due morti.

Qui piuttosto si vuole richiamare l’attenzione su un aspetto della questione che dovrebbe suscitare grande preoccupazione, e che -radicali a parte, e pochi altri- sembra invece lasciare indifferenti. Grazie al monitoraggio costante effettuato dal Centro Studi di Ristretti Orizzonti veniamo a sapere che dall’inizio dell’anno 24 persone detenute si sono tolte la vita in cella o in un ambiente confinato, come la questura di Milano. Altri 37 reclusi sono morti nei penitenziari per malattia, per overdose o per motivi che ancora sono tutti da chiarire.

Dal 2000 a oggi si contano 2.433 decessi, 869 dei quali per suicidio. Uno stillicidio continuo, inarrestabile. I detenuti si tolgono la vita in misura dalle 15 alle 18 volte superiore rispetto alla popolazione libera. E lo fanno anche gli agenti. Nella Polizia penitenziaria ci sono stati 100 suicidi in una decina d’anni.

Ecco: questi dati, queste cifre, dicono come la situazione sia grave, come richieda interventi urgenti e quanto sia vana la politica dei pannicelli caldi finora seguita.

Troppo spesso, troppe volte, le carceri italiane sono luoghi oscuri, impenetrabili, dove può succedere di tutto. Può accadere, per esempio, che un ragazzo di trent’anni -è accaduto ad Enna recentissimamente- sia torturato e stuprato per tre settimane di seguito dai compagni di cella senza che il personale penitenziario, compreso quello sanitario, si accorga di nulla. Solo le urla della madre al colloquio, hanno salvato quel giovane: la donna si era accorta di una impressionante tumefazione ad un orecchio e ha chiesto spiegazioni alla Direzione del carcere.

Dice Ornella Favero, direttrice di ‘Ristretti Orizzonti’: «Il primo contatto con il carcere, e con te stesso e le tue responsabilità, è drammatico, devastante. Eppure manca l’ascolto di queste persone, manca il personale che le affianchi. Si è calcolato che gli psicologi sono talmente pochi che possono spendere sei minuti all’anno per ogni persona che hanno in carico, che sta male». Il sistema, a suo parere, «è sbilanciato verso la sicurezza, anziché verso gli individui reclusi e i loro bisogni». Che fare, dunque? «Bisognerebbe lavorare sulla formazione del personale della Polizia penitenziaria e mettere in campo più operatori da dedicare all’ascolto e alla presa in carico delle persone con disagi».

A livello centrale, presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, da una decina d’anni è attiva l’Unità di monitoraggio degli eventi suicidari, burocratica denominazione di un gruppo di super-esperti. Ne fa parte Pietro Buffa, storico direttore del carcere torinese delle Vallette e provveditore dell’amministrazione penitenziaria per l’Emilia Romagna: «Valutiamo i casi e cerchiamo di prospettare soluzioni, raccordandoci con le Regioni, da cui dipendono le Asl impegnante nei singoli istituti. Sono le stesse Regioni a tradurre in protocolli concreti quello che deve essere l’approccio integrato tra la sanità e l’amministrazione penitenziaria. Un esempio? Si definiscono e si applicano i criteri con cui valutare il rischio di suicidio dei singoli detenuti. Un altro? Si elencano le cose cui va prestata più attenzione, in funzione preventiva. Purtroppo non è così semplice. Ma è anche vero che parecchi tentativi di suicidio vengono sventati».

 

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