lunedì, Giugno 27

Carceri: duro atto d’accusa del garante dei detenuti Nero su bianco si denunciano carceri e celle affollate, in condizioni inaccettabili per chi vi è detenuto (spesso in attesa di giudizio), e per chi vi lavora. Carceri inadeguate e in violazione dei dettati costituzionali e della Consulta

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Un documento ufficiale la relazione del Garante Nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma. Avanzato nella più formale delle ‘presentazioni’, sotto forma di Relazione al Parlamento. Non c’è dunque senatore o deputato che possa accampare scuse di sorta, si possa ‘giustificare’ dicendo che non sa, ignora, non è a conoscenza della situazione e di quello che accade. Sanno. Sanno e non fanno. Possono fare e scelgono di non fare. Dolosamente, pervicacemente, scelgono di essere indifferenti.

  La relazione del Garante è l’ennesimo, pesante atto di accusa. Nero su bianco si denunciano carceri e celle affollate, in condizioni inaccettabili per chi vi è detenuto (spesso in attesa di giudizio), e per chi vi lavora. Carceri inadeguate e in violazione dei dettati costituzionali e della Consulta.

  Attualmente i detenuti risultano essere 53.793; in 38.897 scontano una sentenza definitiva; tra loro1.319 sono in carcere per esecuzione di una sentenza di condanna a meno di un anno e altri 2.473 per una condanna da uno a due anni”. Dunque 3.792 persone si trova rinchiusa in cella per reati di tutta evidenza “bagatellari”. Potrebbe, dovrebbe scontare la pena a cui sono stati condannati in altro modo, in differenti forme; di utilità per la collettività e per loro stessi. Scontare in carcere pene così brevi in presenza delle quali il nostro ordinamento prevede forme alternative alla detenzione, spiega Palma, “è sintomo di una minorità sociale che si riflette anche nell’assenza di strumenti di comprensione di tali possibilità, di un sostegno legale effettivo, di una rete di supporto. Una presenza, questa, che parla di povertà in senso ampio e di altre assenze e che finisce col rendere meramente enunciativa la finalità costituzionale delle pene espressa in quella tendenza al reinserimento sociale: perché la complessa ‘macchina’ della detenzione richiede tempi per conoscere la persona, per capirne i bisogni e per elaborare un programma di percorso rieducativo”.

  Nella relazione un richiamo al fenomeno dei suicidi carceri: 29 quelli ufficiali; altri 17 i decessi per cause da accertare. Un monito severo sulle gravi vicende delle violenze nelle carceri, come quelle che si sono consumate a Santa Maria Capua Vetere: richiedono capacità di accertamento rapidorapida individuazione di responsabilità anche a tutela delle persone su cui pende una incriminazione così grave quale di tortura o quella altrettanto grave di favoreggiamento nei confronti di coloro che di tale reato sono imputati. I tempi non stanno andando in questa direzione” a. Parole al vento: per accertare fatti e responsabilità per quello che è accaduto nel carcere di Torino si è rinviato tutto al luglio del 2023…

  Infine, una criticità che in più di un’occasione si è cercato di evidenziare (“L’Indro” del 15 giugno, per esempio): la malattia psichica in carcere. Al 22 marzo risultavano essere 381 le persone detenute cui si è accertata una patologia di natura psichica che ne comporta l’inquadramento in istituti predisposti per affrontarla, e tuttavia continuano a essere ristretti in “normali” carceri, e privi della necessaria assistenza.

  Sovraffollamento e grave carenza di strutture, risorse e personale: un combinato disposto che per la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellatirappresenta uno dei principali ostacoli alla salvaguardia di diritti fondamentali della persona, come quello all’istruzione, al lavoro o alla sfera degli affetti. Diritti che non sono solo guarentigie di una dignità umana che il carcere non può sopprimere, ma anche strumenti irrinunciabili per trasformare la pena in un’occasione di riscatto, recupero e rinascita sociale, come prescrive la Costituzione”. E ancora: Vi sono poi situazioni di vera emergenza, come ad esempio in Puglia e in Lombardia, dove la concentrazione della popolazione carceraria arriva a superare il 130% e, in alcuni casi, persino il 160% dei posti disponibili.

   Il vertice del Senato mostra dunque di essere a conoscenza e ben consapevole della grave e non tollerabile situazione. Dopo le nobili e accorate parole, quali fatti e iniziative concrete? La seconda carica dello Stato certamente se vuole davvero, davvero può fare; e se può, deve.

   Questo anche alla luce del recente 34esimo rapporto Eurispes, che “fotografa” una realtà avvilente e insieme inquietante: per due cittadini su tre il sistema giudiziario non funziona. I mali principali sono costituiti dalla lentezza dei processi e una legge che non è intesa come uguale per tutti.

  Secondo Eurispes il 20,6 per cento degli intervistati esprime un giudizio assolutamente negativo, dichiara di non avere alcuna fiducia nella giustizia italiana. Poca ne nutre il 45,3 per cento; e si arriva così al 66,9 per cento. Il restante si divide tra “abbastanza” (28,2 per cento), e molta(5,9 per cento). I più disillusi: una fascia di popolazione giovane, che è compresa tra i 18 e i 24 anni: il 50.9 per cento ha poca fiducia in chi amministra la giustizia; il 22,4 per cento, nessuna.

  C’è comunque qualche motivo di conforto. Certamente si possono avanzare obiezioni, per quel che riguarda la cosiddetta riforma Cartabia, finalmente approvata, dopo lungo tergiversare, dal Senato e diventata legge. Obiezioni sia di merito che di metodo. Certamente perfettibile e si può aggiungere che è inferiore alle aspettative di molti. Tanto, come si vede, resta ancora da fare. Non mancheranno tecnici, giuristi e addetti i lavori che ci rammemoreranno tutto quello che si doveva e si poteva fare.

   Al momento, tuttavia, si può essere moderatamente soddisfatti: per la prima volta in materia di giustizia si è riusciti a legiferare superando il veto interdittivo e senza il consenso pregiudizievole e preliminare dellAssociazione Nazionale dei Magistrati e di quella parte dei magistrati alfieri di un giustizialismo senza giustizia. Quella riforma non la gradivano, hanno anche provato a scioperare, ma non sono comunque riusciti a impedire che diventasse legge. Al di là del merito, una questione di metodo: si è insomma fatto un piccolo passo, ma nella direzione giusta.Bene o male la politica, per una volta, si è saputa imporre. Politique d’abord, come si diceva un tempo. L’intendenza segue. Il tutto è accaduto in singolare coincidenza, nelle ore di un triste e tragico anniversario: nel giugno nel 1983 per ordine della procura di Napoli, Enzo Tortora veniva arrestato, con accuse infamanti, gravissime, soprattutto false.Frutto di una perversa macchinazione. Forse Enzo, da qualche parte, sorride.  

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