lunedì, Settembre 27

Carceri: Bonafede, il sovraffollamento è strutturale Tsunami a Palazzo di giustizia. La corruzione è un sistema

0

Un altro ‘evaso’; definitivo. Pietro Carlo A., 48 anni. L’accusa è di aver ucciso la fidanzata e per questo arrestato, non regge, e si uccide. Non è innocente; che abbia assassinato la donna è fuor di dubbio: dopo l’ennesimo litigio la soffoca con un cuscino. Una relazione complicata: entrambi abusano alcol e droga. Dopo il delitto cerca di darsi la morte con il gas. Lo salvano. Una volta in cella ci riprova, una corda ricavata dalle lenzuola. Questa volta ci riesce, a uccidersi.

I poliziotti che lo arrestano e poi lo interrogano si rendono conto che l’uomo è profondamente scosso: piange, preda di convulsioni. Dal carcere fanno sapere che Pietro Carlo A. “era monitorato e seguito”. Evidentemente non abbastanza. Portato in ospedale in condizioni disperate, dopo ore di agonie, la morte cerebrale.

Nelle stesse ore, una delegazione del Partito Radicale si incontra con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. «C’è stato il riconoscimento sia da parte del ministro che da parte del capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria Basentini della realtà di un grave sovraffollamento nelle carceri», dichiarano i radicali al termine dell’incontro. Il dato: al 28 febbraio 2019 i detenuti nelle nostre carceri sono 60.348; la capienza regolamentare di è di 50.522. Cosa risponde il responsabile del DAP: «Quello del sovraffollamento negli istituti penitenziari italiani è un falso problema, sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista dimensionale-logistico». E quei circa diecimila detenuti in più? «Sui temi affrontati c’è una divergenza di fondo», riferiscono i radicali. «Noi riteniamo che l’esecuzione penale sia illegale e abbiamo chiesto di rientrare nella legalità. Loro hanno tutt’altra opinione. Abbiamo discusso a lungo del criterio con cui vengono calcolati gli spazi a disposizione in cella dai singoli detenuti. Ma c’è stato il riconoscimento sia da parte del ministro che da parte del capo del DAP dell’esistenza di un sovraffollamento strutturale. Divergiamo però, come con tutti i precedenti governi, sul fatto che la pena oggi non corrisponde al dettato costituzionale. Per questo abbiamo fatto presente alcune cifre: sono previsti solo 999 educatori, che sono davvero molto pochi rispetto alle esigenze».

Se Messenia piange, Sparta non ride. Messenia, in questo caso, sono gli istituti penitenziari. Sparta i luoghi dove si amministra e si celebra la giustizia, i tribunali. La notizia è che è in corso una delicata inchiesta coordinata dalle procure di Roma, Messina e Milano. Oggetto dell’inchiesta, che si sviluppa in più filoni, uno sconcertante ‘affaire’ di sentenze comprate e vendute. Non singoli casi; piuttosto una sorta di ‘cartello’; un ‘sistema’, che giustifica l’imputazione di associazione per delinquere. Un meccanismo oliatissimo, in grado di condizionare, ‘avvicinare’, corrompere magistrati e giudici. Il filone romano, per esempio ha già provocato uno tsunami: arresti, giudici amministrativi con enormi ‘provviste’ di denaro all’estero, magistrati che chiudono un occhio e spesso anche dure, sentenze ‘accomodate’, tangenti e ‘stecche’. E’ un’inchiesta che tra alti e bassi procede da ben cinque anni; tutto fa pensare che si sia solo all’inizio del “marcio”, e ben altro debba ancora emergere.

    Una notizia, infine, proveniente dalla Sardegna, la comunica Luchino Chessa, animatore dell’associazione delle vittime della strage del Moby Prince. E’ venuto meno Enzo Farnesi, padre diCristina, cassiera della nave traghetto. «Farnesi, attivissimo familiare delle vittime della strage»,  racconta Chessa, «ha lottato per ventotto anni nella speranza di sapere perché sua figlia sia morta e per capire su che altare è stata sacrificata la sua vita. Enzo ora fa parte delle vittime del Moby Prince, vittima di un sistema giudiziario e di un sistema paese che non ha mai avuto la forza di tutelare i suoi cittadini, schiacciati da un peso enorme come quello della strage del Moby Prince». 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->