martedì, 7 Febbraio
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Carceri: Angelo, Arturo, Gennaro, storie che non fanno storia

Questa e’ la storia di Angelo Di Marco, recluso dal novembre scorso nel carcere romano di Rebibbia. Angelo e’ malato. Gravemente malato. Ha 58 anni. Deve scontare una pena di poco meno di un anno. Potrebbe beneficiare dell’istituto dell’affidamento in prova, ma il tribunale di sorveglianza esprime parere negativo. Di piu’: ritiene che la malattia sia compatibile con il regime carcerario.  L’ 11 febbraio Angelo si sente male; vomita sangue. Finalmente si decidono a ricoverarlo d’urgenza nell’ospedale Sandro Pertini. I medici rubricano il suo caso in rosso: operato di urgenza, lo salvano. Qualche giorno fa, tuttavia, Angelo muore.

Una vita da “ultimo”, quella di Angelo: da sempre ai margini, una fedina penale con un nutrito elenco di piccoli reati, uno stato di salute da sempre precario, caratterizzato da diverse patologie epatiche, compresa la cirrosi, il cuore compromesso quanto basta. Uno stato di salute talmente grave che in una una relazione medica del Sert di Rebibbia datata dell’8 marzo 2016, si puo’ leggere che condizioni risultano  «mediocri, suscettibili di peggioramento e non compatibili con il regime carcerario».
I volontari che lo seguivano raccontano che Angelo era una persona che ha vissuto in un contesto ambientale degradato. La tossicodipendenza, unita all’alcolismo, l’ha portato in un vicolo senza uscita, sia mentale che fisico.

Era seguito sia dal Sert che dal dipartimento sanitario mentale, ma non si trovavano strutture socio sanitarie disposte ad ospitarlo. Troppo vecchio per una comunità di recupero, troppo giovane per una casa famiglia con persone fragili. Un continuo rimpallarsi tra il Sert e l’azienda sanitaria locale, e se non fosse stato per la disponibilità di alcuni volontari, sarebbe rimasto completamente da solo.

Stava male Angelo, prima di essere condannato. Aveva richiesto l’incompatibilità, oltre alla sospensione della pena visto la piccola entità della condanna. Nel fascicolo di rigetto, su due paginette e mezzo, non c’è uno straccio di documento medico. Lo mandano in carcere dedicando solo due righe sul discorso della presunta compatibilità con il carcere. Il tribunale di sorveglianza non ritiene di acquisire documenti che certificano il suo stato di salute. Per i magistrati, Angelo poteva senza dubbio essere curato in carcere. L’ 11 febbraio, Angelo si sente male e gli esce dalla bocca un po’ di sangue; per i medici che lo  visitano la cosa non desta allarme. Il pomeriggio, però, comincia a peggiorare vomita nuovamente sangue. I detenuti dell’infermeria cominciano a protestare, chiedono soccorsi. Solo a quel punto viene trasportato di urgenza all’ospedale e lo operano. Uscito dalla camera operatoria, lo allettano nel reparto ospedaliero civile, con tanto di piantoni. L’avvocato, alla luce di quello che era successo, riesce a fissare un’udienza urgente con il tribunale di sorveglianza. Ormai e’ troppo tardi. Dopo pochi giorni Angelo muore, in solitudine, in un letto di ospedale.

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